L'intervista

​Claudio Coccoluto: «Sono uncustode della musica»

In giro per il mondo con i suoi dj set da oltre trent’anni è anche autore di “Io, dj”, libro in cui parla di se stesso e della sua professione​

Attualità
Taranto domenica 14 gennaio 2018
di Gabriella Esposito
​Claudio Coccoluto
​Claudio Coccoluto © Tbs

Trent’anni di club in giro per il mondo tra piatti e vinili: lui è Claudio Coccoluto, tra i dj quello che più di altri crede da sempre che la discoteca altro non sia se non “un luogo in cui ascoltare musica”. Null’altro.

Lo abbiamo raggiunto telefonica­mente mentre era nel suo studio di registrazione e tra una domanda e l’altra ci ha fatto conoscere l’idea che lui ha del mondo della notte, dei personaggi che lo animano e di tutto il meccanismo che gira intorno ai locali.

Chi è il dj ideale per lei e quale pensa possa essere quello di chi frequenta, oggi, le discoteche?
«La percezione del dj ideale è soggettiva - risponde - così come è altrettanto soggettiva l’idea che della musica può avere chi l’ascolta. C’è, in tutti noi, una sensibilità che va oltre le possibilità cognitive: si risponde in maniera istintiva ad una melodia che a prescindere dal fatto che si consideri, per così dire, attraente, ci fa muovere le gambe.

Ci sono dei fenomeni che superano la volontà e condizionano molto le scelte. E siccome noi dj siamo custodi del­la musica, ma non siamo musicisti, piuttosto uno strumento al servizio del divertimento altrui, diventia­mo “ideali” quando riusciamo a toccare quella sensibilità di cui le parlavo prima.

È questo a fare la differenza».

Come è cambiata la musica dance dagli anni ’70 ad oggi?
«Intanto la musica cambia ogni minuto: mentre parliamo, continua a cambiare perché ci sono all’opera decine di musicisti, artisti e produt­tori che sono al lavoro per creare dei prodotti che non siano “ovvi” o figli, per intenderci, di quell’indu­stria musicale e commerciale che crea successi a tavolino. La musica dance cambia perché la domanda è continua. Settimanale. Il pubblico che mi segue conosce la logica dei cambiamenti: per questo mi ritrovo ad aggiornare spessissi­mo il mio parco di dischi».

Musica che radio e televisione non fanno mai passare, però. Come mai?
«La dance da club è una branca precisa musicale che non trova ri­scontri nelle radio o in televisione perché i club stessi funzionano come se fossero una radio libera de­gli anni ’70. È originale. Di recente si sente molta “disco” in giro di matrice anni ’70, sintomo evidente non solo di una mancanza di idee, ma anche della voglia di ripercor­rere i propri passi o riproporre al­cuni suoni, magari rivisitandoli con l’aiuto della tecnologia moderna».

Allora, quale ritiene sia il genere musicale perfetto e quale il perio­do migliore della discoteca?
«Per quello che è il mio vissuto, mi sento di dire che il periodo d’oro è quello degli anni compresi fra il ’92 e il ’98. Anni straordinari, me lo lasci dire, durante i quali nei party si respirava un’atmosfera magica.

Ci si divertiva davvero, anche se il divertimento era considerato da alcuni ”eccessivo”. Ma non lo era, soprattutto se paragonato all’ec­cesso che caratterizza, oggi, alcune serate. Il fenomeno dell’house è esploso proprio in quegli anni, diventando un linguaggio globale. È allora che si è toccata la vetta dell’entusiasmo: era tantissimo il coinvolgimento non solo di chi, come me, stava dietro la consolle, ma anche di chi ballava in pista. Tutto questo prima della musica “strillata” nata dal fenomeno Ibiza. Prima, in pratica, che si industria­lizzasse».

Vuol forse dire che oggi tutto è solo un business?
«Sì. Negli ultimi anni è così. Più o meno nel 2000 è nata un’industria del divertimento che ruota intorno alla figura dei dj».

E prima di allora?
«Prima di allora eravamo consi­derati delle rockstar in miniatura perché godevamo di un grande riscontro da parte del pubblico. Tutto questo, però, non era consa­crato o legittimato dal marketing che è arrivato dopo e ha sfruttato il trend per farlo suo. È proprio da quel momento che i dj sono diventati dei rimpiazzi, delle caricature delle rockstar che mancavano».

Con quale risultato?
«Sul palco di un Festival, per intenderci, i giovani trovano un “cretino” dietro un tavolo che agita le mani, fa gestacci e, tutto intorno, fuochi e coriandoli, luci e proie­zioni perché il contenuto scenico è poverissimo».

Come in un concerto rock, dun­que.
«Non proprio: si tratta solo di una sorta di parodia di quello che è stato, un tempo, un concerto rock. Nella cultura del club l’artista è la gente. È nel party e con la gente condivide l’energia. Con l’arrivo dei “soldi”, lo schema è stato riproposto tale e quale”.

Lei è una dei pochi ad arrivare in consolle armato di valigetta e vinili: ma si trovano ancora le… puntine?
«Questo pericolo l’ho scongiurato portandomele io. Ma confesso di non aver trovato il giradischi: un paio di volte ho temuto di non poter suonare, ma alla fine abbiamo rime­diato tirando fuori dagli scantinati dei pezzi arrugginiti. È questa un’altra conseguenza di di quella accelerazione tecnologi­ca che ha spostato l’attenzione sul digitale dimenticando quello che c’era prima, per poi riscoprirlo tirando nuovamente fuori i vinili, i giradischi, le puntine».

È l’effetto rebound?
«Esatto. All’inizio l’impatto tecno­logico è devastante. Poi ci si rende conto che qualcosa del “vecchio” era interessante e lo devi recupe­rare. Non credo, sinceramente, che il vinile possa durare ancora a lungo: su una nicchia di amatori e feticisti continua, comunque, ad esercitare il suo fascino».

Ma alla fine è più facile seleziona­re musica su vinile o utilizzando i moderni strumenti tecnologici?
«Le faccio un esempio: è come cucinare col Bimby: facilita il compito di chi cucina. La tecnologia fa la stessa cosa: facilita l’accesso alle modalità, pe­nalizzando la passione e la cultura musicale senza le quali il concetto di dj viene a mancare».

Si riferisce al fenomeno dei dj nati “per caso”?
«Ci ridiamo spesso su, ma la con­solle sembra essere diventata il refugium peccatorum di quanti, per esempio, dopo un’esperienza fallimentare in un talent si trasfor­mano in dj. Sono rimasto stupito da Fisichella che da pilota di F1 si è trasformato in dee jay. A questo punto, ho alzato le mani: che entri chi vuole, tanto qua… c’è posto per tutti. E poi, basta un selfie per mantenere la popolarità. Di spalle alla con­solle, ovviamente».

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