La storia

Sarah e le altre: vittime dimenticate

Il 10 gennaio 2012 fa si apriva il processo per l’omicidio di Avetrana

Cronaca
Taranto mercoledì 11 gennaio 2017
di Selene Pascarella
Sarah Scazzi
Sarah Scazzi © Tbs

Dieci gennaio 2012. Inizia tra ali di folla il processo per la morte di Sarah Scazzi. Dopo mesi di colpi di scena il caso Avetrana passa dall’agone mediatico a un’aula di tribunale. Intorno alla Corte d’Assise di Taranto i cronisti scalpitano lungo un immaginario red carpet.

In attesa dei protagonisti intervistano i curiosi venuti ad assistere. «Perché è qui, signora?» domanda la giornalista del grande quotidiano nazionale alla massaia bionda con l’acconciatura della domenica. «Non per curiosità» si difende lei, che conosce le regole del bon ton giustizialista, «quella è una cosa brutta, diciamo che voglio vedere in faccia questa gente».

Questa gente è il clan Misseri al completo: Michele, lo zio orco (reo confesso non creduto), Cosima, la sfinge di Avetrana e Sabrina, la cugina invidiosa. Su tutti loro la giudice “onoraria” ha già la sua opinione: «Sono colpevoli» per questo è in prima fila a guardarli passare. «E poi anche per la bambina, certo…». Dieci gennaio 2017. Quello di Avetrana era anche il giallo di Sarah, ormai appartiene a Michele, Sabrina e Cosima. Sarah è il fantasma biondo che incidentalmente ha permesso agli orchi di via Deledda di emergere nell’affollato teatro della nera nazionale. Due processi, due ergastoli per la zia e la cugina della vittima, più il filone bis dell’inchiesta che raggruppa, in una fiction gemella, i comprimari che ancora il pubblico segue con passione, dal bell’Ivano, pizzaiolo conteso, alla cognata del fiorista-sognatore, passando per una piccola folla di congiunti omertosi. Un quarto d’ora di attenzione mediatico-giudiziaria non viene negato a nessuno.

Ma le certezze sulle ultime ore di vita di Sarah sono ridotte all’osso. Inseguita in strada dopo una lite e condotta a forza nella casa dei Misseri, la quindicenne trova la morte per strangolamento. Autrici materiali sia Cosima che Sabrina («una la tratteneva e l’altra la strangolava», nella versione dell’accusa), arma del delitto una cintura mai ritrovata. A scatenare l’omicidio la gelosia di Sabrina per l’amicizia di Sarah con Ivano e un vago «autonomo risentimento» per Cosima. Indistinte le fasi successive al delitto. Nebulose le modalità del trasporto del corpo di Sarah nel pozzo dove è stato ritrovato, troppo martoriato per offrire certezze al medico legale.

Sarah ha subito una violenza sessuale, da viva o da morta, come ha sostenuto Michele Misseri? Si è difesa fino all’ultimo dalle sue aguzzine? Non lo sappiamo, non lo sapremo mai. La formula così televisiva del cadavere della vittima che “parla” agli inquirenti ad Avetrana si è dimostrata inefficace. Mute restano le spoglie di Sarah, quasi consapevoli che nessuno sia disposto ad ascoltarle. Più che la storia dell’adolescente uccisa, la ricostruzione della sua morte, fatto freddo e brutale, contano i retroscena morbosi sulle sue presunte assassine. I fattoidi bollenti riguardo agli strusciamenti in Panda tra Sabrina e Ivano o i malumori tra le sorelle Serrano su eredità contese vociferati dai compaesani. Raccolti dai media, approdati in dibattimento.

Che li ha promossi elementi di una verità de relato, affidata a testimoni di seconda mano, prodotta da una macchina della giustizia passata, nell’indifferenza generale, dal processo della condotta delittuosa a quello della personalità del delinquente. Riducendo la vittima a fattore incidentale e la vittimologia ad attività accessoria. Una differenza non da poco che ad Avetrana ha prodotto un effetto perverso. Più che accertare cosa sia davvero accaduto alla Scazzi due sentenze scolpiscono nel granito il profiling psico-criminologico delle imputate. Di Cosima e Sabrina conosciamo ogni sfumatura caratteriale: le miserie personali, le invidie, le aspirazioni che le hanno rese colpevoli perfette agli occhi dei media. Protagoniste in grado di proiettare sulla vittima un cono d’ombra.

Non abbiamo prove inconfutabili per affermare ciò che hanno o non hanno fatto a Sarah, però sono tantissimi gli indizi che accertano chi sono queste donne e cosa rappresentasse la vittima per loro. Ma chi era Sarah, invece? La quindicenne inquieta e annoiata delle prime fasi dell’inchiesta, quando ancora si pensava a una fuga o a un rapimento da parte di una persona incontrata su internet? La ragazzina irretita dallo zio di cui si fidava? O la donna-bambina al centro di un triangolo amoroso con Sabrina e Ivano, di dieci anni più grandi? L’icona dell’angelo biondo che ci è ormai familiare è una figurina vuota, dove la storia della Scazzi finisce sullo sfondo. Evoca una pietas che non regge il passo con i sentimenti che sono in grado di suscitare i suoi parentiserpenti: disgusto, orrore, rabbia, desiderio di vendetta.

Ma dimenticare la vittima ha il suo prezzo. Lo abbiamo visto a Garlasco, dove rinunciare a capire chi fosse Chiara Poggi ha spinato la strada a un’inchiesta a senso unico, incentrata sulla personalità ambigua del fidanzato Alberto al punto da silenziare altri possibili indagati. Che oggi ritornano con clamore e sorpresa. È successo a Perugia, con la spasmodica ricerca di puntelli alla pista della diade assassina, costituita dal Amanda e Raffaele, destinata a sgretolarsi di fronte all’assenza di elementi di prova. Mentre il destino processuale del terzo uomo, Rudy Guede, appare tutto da riscrivere. Meredith, Chiara e Sarah, grandi assenti dei gialli di cui dovrebbero essere protagoniste. Scacciate in un angolo da processi, mediatici e reali, dove la vittima, unica cosa certa, non crea suspense, non è funzionale alla narrazione a effetto. Perciò il suo posto è preso dal cattivo di turno, che ha sempre una storia migliore da raccontare.

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