L'inchiesta

​Case all’asta, a Taranto sono oltre quattrocento​

​In Puglia sono 1.121 le procedure immobiliari in corso. A livello nazionale negli ultimi 6 mesi il numero delle abitazioni all’asta è diminuito del 14%​

Cronaca
Taranto domenica 14 gennaio 2018
di Fabio Mancini
Una veduta aerea di Taranto
Una veduta aerea di Taranto © n.c.

Sono complessiva­mente 425 le case all’asta che rien­trano nel territorio della provincia di Taranto. Lo rivela il rapporto semestrale sulle aste immobiliari del Centro Studi Sogeea, presentato nei giorni scorsi in Senato.

Le abitazioni tarantine poste in “ven­dita forzata” hanno un valore di mer­cato medio-basso. 322 case, infatti, hanno un valore massimo di 100mila euro. 78 sono comprese tra 100mila e 200mila euro. Mentre 19 abitazioni hanno un valore stimato compreso tra 200mila e 300mila euro.

Rientrano in una fascia decisamente più alta sei abitazioni che si trovano nell’arco jonico, il cui valore di mer­cato oscilla tra 300mila e 3 milioni di euro.

A livello nazionale, il numero delle case all’asta è diminuito del 14% in sei mesi: le procedure in corso sono infatti 19.650, a fronte delle 22.969 rilevate lo scorso luglio. Si tratta del secondo calo consecutivo del comparto, che nell’ultimo anno ha registrato un vero e proprio crollo: rispetto all’inizio del 2017, quando aveva raggiunto le 33.304 unità, il totale delle abitazioni in vendita forzata è sceso del 41%.

Come accaduto sei mesi fa, anche stavolta a trainare la diminuzione del dato è il Nord del Paese, passato da 8.817 a 6.558 procedure (-26%): l’Italia settentrionale, che in passa­to era arrivata a raggruppare poco meno della metà degli immobili in vendita, vede la sua quota scende­re fino al 33%, anche se conserva comunque una posizione di primo piano rispetto alle altre macrore­gioni. Non si tratta però di un dato territorialmente omogeneo: se ad esempio in Piemonte si assiste a una riduzione di un quarto delle procedure (da 2.052 a 1.561) e in Lombardia addirittura a un taglio di quasi la metà (da 4.438 a 2.255), in Veneto esse sono di fatto triplicate, passando da appena 529 a ben 1.582. Assai consistente anche la riduzio­ne verificatasi nelle Isole (3.716 gli immobili attualmente interessati, -17%), mentre sia il Centro (4.822 abitazioni) che il Mezzogiorno peninsulare (4.554) hanno sostan­zialmente confermato i livelli dello scorso luglio (erano rispettivamente 4.883 e 4.766).

Il 16% degli immobili oggetto dello studio, pari a 3.170 unità, è localizzato in Sicilia, regione che ha accusato un ridimensionamento a livello di numeri assoluti (aveva 3.875 procedure aperte) ma che ha comunque tolto il poco invidiabile primato alla Lombardia, superata anche dal Lazio (2.328). Oltre a quelle citate in precedenza, superano il migliaio di vendite forzate altre tre regioni: la Campania (1.987), la Toscana (1.629) e la Puglia (1.121). A livello di province, invece, spiccano le 1.462 abitazioni di Roma, che precede Napoli (1.026), Palermo (987), Brescia (932) e Catania (893).

«La situazione complessiva, alla luce del secondo calo consecutivo del dato, appare assai meno pre­occupante di quella di inizio 2017 – ha spiegato nel suo intervento l’ing. Sandro Simoncini, presidente di Sogeea e direttore del Centro Studi – anche in considerazione del fatto che nel secondo semestre dell’anno non erano più in vigore le agevolazioni fiscali per privati e im­prese varate due anni fa per rendere appetibili le aste a un sempre più vasto pubblico e per velocizzare le compravendite. I meccanismi delle aste immobiliari, oliati per un anno e mezzo dalla fiscalità favorevole in vigore, sembrano avere acquisito una maggiore efficienza strutturale. L’allargamento della platea di po­tenziali compratori, favorito anche dal sempre più frequente ricorso alla digitalizzazione, ha eviden­temente fatto sì che le operazioni con esito positivo siano aumentate in numero assoluto e si siano svolte con maggiore rapidità. Il tutto va combinato con una sempre più alta disponibilità da parte degli istituti di credito a sedersi intorno a un tavolo per ridiscutere gli accordi con coloro che si trovano in una situazione di sofferenza finanziaria. Ciò è dovu­to soprattutto a considerazioni di opportunità, visto che in media il valore delle abitazioni è nettamente calato rispetto all’anno di conces­sione del mutuo e, di conseguenza, un’asta non consentirebbe comunque al creditore di rientrare dei capitali erogati.

Altresì ragionevole - ha proseguito Simoncini - ipotizzare che, essendo il mercato delle aste la fotografia di una situazione di precarietà venutasi a creare anni addietro, l’onda lunga delle soffe­renze bancarie abbia esaurito i suoi effetti più disastrosi e stia pian piano rientrando in una dimensione fisiolo­gica e più governabile. Sotto questo aspetto ci sono altri indicatori che fanno ben sperare. Rimane costante, come accaduto in tutti i precedenti studi, la preponderanza sul merca­ to di immobili di non particolare pregio: il 66% delle case in vendita ha un prezzo inferiore ai 100.000 euro, quota che sale addirittura fino all’88% se si prendono in esame anche le abitazioni della fascia tra 100.000 e 200.000 euro.

Ancora una volta, quindi, viene confermato che gli anni della crisi hanno fiaccato sprattutto gli appartenenti alle fasce di reddito medio-basse, costretti in molti casi a sacrificare il benerifugio per eccellenza, la prima casa, per non essere riusciti a fare fronte a un impegno finanziario. Considerando il punto di vista di chi è interessato ad acquistare, il mercato offre comunque buone opportunità d’investimento. Molti istituti bancari mettono a disposizione strumenti finanziari ad hoc per procedere all’acquisto e i meccanismi di vendita all’asta sono trasparenti e tutto sommato semplici: chi ha disponibilità di denaro può realizzare dei veri e propri affari e c’è sempre la possibilità di farsi seguire da un tecnico o da un professionista del settore per avere la sicurezza di non commettere passi falsi».

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