Il cordoglio

​Addio a Nicola Carrino, tarantino incompreso​

Uno dei più grandi artisti italiani del Novecento

Cronaca
Taranto mercoledì 16 maggio 2018
di Silvano Trevisani
Da sinistra: Silvano Trevisani, Nicola Carrino, Giulio De Mitri e Pino Spagnulo
Da sinistra: Silvano Trevisani, Nicola Carrino, Giulio De Mitri e Pino Spagnulo © Tbs

Grave lutto per il mondo dell’arte italiana e soprattutto per Taranto.

Lunedì 14 maggio si è spento a Roma, a causa di un arresto cardiaco, lo scultore Nicola Carrino, che è stato uno dei massimi artisti del Novecento e certamente l’artista più importante che la città di Taranto abbia espresso nel XX secolo, icona leggendaria della fase storica che portò l’arte a virare verso il concettuale. Carrino, che era nato a Taranto, in Città vecchia, il 16 febbraio 1932, aveva sempre mantenuto vivo e vitale il suo rapporto con la città d’origine, che amava profondamente, nonostante l’incomprensione seguita alla scarsa considerazione nella quale veniva tenuto il progetto della Fontana che aveva realizzato negli anni Ottanta a piazza Fontana: oggetto di legame e di cruccio per lui che considerava la scarsa manutenzione di cui l’opera era abbandonata come un segno di disaffezione e che accresceva il distacco dei suoi cittadini.

Poche settimane fa, Nicola, che mi degnava di un antico rapporto di amicizia, mi aveva inviato un po’ di documenti perché potessi ricostruire la vicenda del progetto, in occasione dei trent’anni della sua inaugurazione, sperando così di renderne un po’ più accessibile il senso. Un impegno che cercherò di mantenere per quanto mi sarà possibile Fautore del Gruppo 1, primo esempio in assoluto di aggregazione teorica e pratica di artisti provenienti da aree e formazioni diverse, Carrino è stato sempre molto in anticipo sui tempi, sempre attento alla funzione sociale e urbanistica, di interazione e interrelazione, che l’arte deve svolgere, e per questo poco interessato alle lusinghe della pura mercificazione, nella quale si sono spesso lasciati cadere grandi artisti, che hanno preso la strada della ripetitività seriale, puntando a creare piccoli imperi economici.

Era stato celebrato, lo scorso anno, anche dal Corriere della Sera che gli aveva dedicato una delle copertine d’artista del suo inserto settimanale “La lettura”, ma negli ultimi anni grandi mostre gli erano state dedicate in tutto il Paese. In particolare nell’autunno 2016 la galleria milanese A arte studio Invernizzi, gli aveva dedicato una grande antologica “De/Ri/Costruttività. Disegni. Rilievi. Sculture”. Ma Nicola era stato invocato più volte da tante altre gallerie, ma si concedeva sempre più raramente poiché per lui le mostra rappresentavano sempre occasioni da supportare teoricamente e da preparare con grandissima cura, non erano certo operazioni commerciali.

Una grande mostra era in programma a Torino, ma era stato costretto a rinunciare perché la sua salute, e quella di sua moglie Angela, lei pure tarantina, era diventata malferma. Il processo creativo di Carrino, come sa bene chi ha seguito negli anni il suo percorso, ha conosciuto una evoluzione, che per altro è ben riassunta nel titolo della mostra di Milano, dal “costruttivo” al “decostruttivo”, per concludersi nel “ricostruttivo”, sempre innestandovi un significato intrinseco relativo all’evoluzione della rappresentatività e dell’evoluzione sociale che vi si rispecchia. Egli considerava sempre l’arte nella sua funzione sociale “Tutte le arti – sosteneva - concorrono alla città. Fa urbanistica lo scultore, fa urbanistica il pittore, fa urbanistica persino colui che compone una pagina tipografica. La scultura è la forma del luogo, anzi il luogo stesso. Sono i principi che unitariamente richiamano e governano la mia visione del fare, produrre, pensare, comunicare l’arte. La scultura non è produzione di oggetti, ma comunicazione di pensiero. In questo l’oggetto è indispensabile. Tra l’architettura e la scultura, lo scarto è solo nella dimensione oggettuale. Intorno all’oggetto realizzato si mostra e si realizza nel pensiero, l’idea, la virtualità e la realtà dell’essere”.

Ecco, il fare arte di Carrino era un processo di gestazione intellettuale, d’ ideazione formale e poi di elaborazione. Non ha mai smesso, in fondo, di pensare a una funzione politica dell’arte, a una sua utilità pedagogica e sociale. Riservatezza e rigorosità concorrevano a fare apparire il suo carattere un po’ rigido, scontroso, ma era, la sua, una sostanziale timidezza, nella quale nascondeva, invece, una sensibilità che poteva facilmente tradursi in commozione. Nei nostri incontri, nelle tante interviste, a volte lunghissime, soprattutto negli ultimi tempi, egli sembrava voler dettare un testamento spirituale che spiegasse al mondo, a partire dai suoi concittadini che ha sempre portato con se, la sua idea di mondo e quella di arte, che poi coincidevano. Alla sua città resta l’impegno doveroso a riscoprirlo, a tramandare la sua memoria, che è quella di un grande del Novecento.

I funerali si terranno mercoledì 16 a Roma. Dal nostro giornale va il profondo cordoglio alla moglie Angela e alle figlie Veneranda e Valentina.

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