01 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 01 Agosto 2021 alle 19:51:00

Agorà

Come superare la demagogia sull’ex Ilva

Lo stabilimento ArcelorMittal
Lo stabilimento ex ArcelorMittal

Come città, abbiamo molto chiaro sia cosa non siamo ma anche cosa vorremmo essere. Non siamo una città industriale ma una decadente città siderurgica. Vorremmo essere una città di mare e non sul mare, città della cultura e della storia, città universitaria e della buona e qualificata sanità, città industriale avanzata sia per tecnologie che per ricerca, città con un ritrovato senso civico e comunitario. Si può obiettare che tante città vorrebbero essere quello che noi vorremmo essere. Il punto di differenza fra aspirazioni e possibilità concrete è che noi abbiamo tutti i presupposti per essere quello che aspiriamo.

Quello che scontiamo, però, è la incapacità di costruire, su quello che potremmo essere, una visione di città organica e sostenuta da coerenti azioni progettuali. Costruire una visione di città, significa proiettare uno scenario futuro che contenga sì aspirazioni e ideali ma anche gli obiettivi e le risorse per raggiungerlo. Allora punto per punto bisogna organizzare la rete delle interconnessioni. Sul mare, il porto con il molo polisettoriale, la ripresa delle attività cantieristiche con l’arrivo del gruppo Ferretti, la interazione con la Marina Militare per un couso delle sue aree, anche di quelle industriali.

Per essere città della cultura e della storia, bisogna mettere in relazione le tante stratificazioni culturali possedute affidando al Marta il compito di capofila di un progetto utile ad inglobare le testimonianze storiche ancora presenti. Sia quelle visibili e recuperate, una per tutte lo straordinario successo del recupero del Castello Aragonese, sia quelle presenti ma in stato o di abbandono o di non positiva valorizzazione. Per divenire città universitaria bisogna costruire sulla nascente facoltà di medicina un progetto di sua permanenza ma anche di cosa ancora abbiamo bisogno, a partire dal politecnico, per costruire il polo di un’autonoma e qualificata Università degli studi di Taranto. Sul tanto attuale tema della Sanità, la costruzione del nuovo Ospedale San Cataldo, deve avanzare sia un chiaro progetto su quello che esso deve davvero diventare in termini di alta, qualificata e coerente offerta sanitaria, ma anche una capillare azione di rivalutazione del ruolo della medicina territoriale e della prevenzione. Sul tema di Taranto città industriale avanzata i presupposti ci sono tutti, a partire da una interlocuzione non demagogica sul futuro dello stabilimento siderurgico.

Prima questione da porsi è su come rendere possibile riaprire un confronto sulla permanenza condivisa dello stabilimento. Su questo tema hanno già ben argomentato, nei precedenti numeri di Agorà, sia Biagio De Marzo che Giorgio Assennato e Alfredo Venturini. Ma c’è ancora di più! Il centro di ricerca SSI del quartiere Paolo Sesto, con la imponente presenza di Finmeccanica anche con lo stabilimento Leonardo di Grottaglie, possono essere una base forte di un polo per l’aerospazio sia per la ricerca che per la costruzione. In questo specifico segmento grandi sono le risorse previste nel Recovery plan. Inoltre bisogna prestare molta attenzione anche a tutti gli investimenti possibili sulla innovazione digitale, a partire dal digital information centro della Philip Morris. Progetto a se, ma non meno ambizioso per la nuova qualità urbana, è nello avvio delle procedure per le gare di appalto per recuperi nella città vecchia pari a 22,5 milioni di euro.

Ora, il problema che resta è appunto il collezionare tutte queste, ed altre, possibilità di crescita e sviluppo e metterle in una visione da proiettare per immaginare la Taranto futura. Sommessamente consiglierei la creazione di una struttura di missione capace di far interloquire tutti i soggetti in campo e di essere in grado di far avanzare progetti esecutivi per le singole aree di missione. Un approccio credibile a questa nuova fa se sta nel modificare radicalmente i nostri diffusi comportamenti. Meno propaganda e maggiore qualità nello stare sui problemi senza mollare mai se non quando hai raggiunto l’obiettivo. Sostituire il lamento degli esclusi con concrete, condivise e credibili proposte negoziali. Passare dalla richiesta di quanto ti è dovuto alla proposta negoziabile di quanto devo costruire per avere.

E’ un cambio di paradigma, una nuova consapevolezza e un nuovo protagonismo, che non consegna la città al nulla che avanza, come nel romanzo di Ende nel regno di Fantasia, citato a proposito da Venturini nel già richiamato articolo. Dobbiamo farci trovare preparati, per non ripetere gli errori del passato, al ritorno dello Stato nella scena economica e sociale della città. Un ritorno pasticciato e confuso che fa della nuova Ilva pubblica, la sintesi di un procedere a vista e per successive approssimazioni, su un tema così delicato e così decisivo per la città e per il Paese. Capitolo a parte è il substrato, le fondamenta sulle quali recuperare la condivisone sociale per la nuova visione di città. La edificazione del nuovo, passa dalla rielaborazione di un complesso di azioni tese ad innalzare e recuperare un nuovo e qualificato senso civico e identitario della popolazione. Vivere la città senza offenderla deturpandola, sporcandola senza un minimo rispetto per il bene comune è il problema sociale dei problemi. Sicuramente stiamo parlando di una parte minoritaria della città, ma questo non ci esime dall’affrontarlo per cercare di risolvere il problema. Anche su questo terreno ci sarebbe bisogno di un progetto specifico e ben sostenuto ed articolato.

Un progetto educativo e formativo che parta dalle scuole, che trovi luoghi di aggregazione e di cooperazione nei quartieri con una collaborazione stretta con il mondo scolastico e universitario e quello dell’associazionismo volontario. Un grande sforzo di comprensione dei luoghi e delle ragioni di tale rottura sociale per vedere, con tutti i limiti del possibile, come e cosa fare per rimuoverli e per cambiare comportamenti che marginalizzano il nome della città, ma che nel contempo sono la spia di un diffuso e profondo malessere sociale. Il grande drammaturgo George Bernard Shaw, amava usare un aforisma che ben si appella al tema della condivisione” se tu hai una mela e io ho una mela e ci scambiamo le nostre mele, allora tu ed io avremo ancora una mela a testa. Ma se tu hai un’idea ed io ho una idea e ci scambiamo queste idee, allora ciascuno di noi avrà due idee.”

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