01 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 01 Agosto 2021 alle 18:52:00

Agorà

Gli enti locali e le condizioni da porre al Governo

L'ex Ilva ora Arcelor Mittal
L'ex Ilva ora Arcelor Mittal

Con il recente accordo tra Governo e Mittal la mano pubblica entra nella società italiana Am Investco con un doppio aumento di capitale. La partecipazione ed il ritorno dello Stato nell’azienda siderurgica non sarebbe comprensibile se non fosse capace di rilanciare in modo ecosostenibile la siderurgia di Taranto. Un limite decisivo è rappresentato dal sistema di governance: fondamentali saranno le competenze e la professionalità dello spirito originario dell’Iri.

È noto che ArcelorMittal ha disposto una separazione delle sue attività commerciali in Italia da quelle internazionali, prefigurando una possibile concorrenza sul mercato del gruppo franco-indiano, che fa presagire un disimpegno dopo il 2023 (quando Invitalia dovrebbe salire al 60 per cento del controllo). A fronte di condizioni incerte su vari punti: problematicità del mercato siderurgico; difficoltà di alcuni investimenti (forni elettrici); incognite sui tempi di un piano su cui aleggia l’irrisolto interrogativo dei comportamenti della magistratura. L’obiettivo dichiarato di 8 milioni di tonnellate d’acciaio promessi dal governo devono misurarsi su un piano industriale che per il momento appare generico e lacunoso.

L’opposizione delle Istituzioni locali attestata sulla chimerica chiusura dell’area a caldo impedisce di fatto un confronto di merito sui limiti di quell’accordo e sulla ineludibile quanto redimente valutazione d’impatto sanitario preventiva. Per il Comune, a Taranto dovrebbe restare solo la rilaminazione di bramme da importare dall’estero riduecendo lo stabilimento a poco più di un’officina con un numero irrisorio di occupati e con enormi vincoli di costi. I produttori d’acciaio del nord sanno che le bramme importate dall’estero, porterebbero, rapidamente, fuori mercato ciò che rimarrebbe di Ilva a partire da Genova, Novi Ligure e della siderurgia da altoforno, che vive sui semilavorati primari, le bramme, prodotte dall’area a caldo di Taranto.

Chi si lamenta di essere ignorato chiamando alla sollevazione le Istituzioni locali per aver voce in capitolo sulle future scelte riguardanti il siderurgico esprime una comprensibile amarezza. Ma per sedersi a certi tavoli, non solo come uditori, occorre riconoscere, individuare e fare propri i punti di caduta che possano dare un ruolo in una trattativa, possedere una credibilità riconosciuta dalle parti in gioco. Il dualismo, con le sue contrapposizioni e l’assenza di dialogo, non è stato risolutivo né per la soluzione dei problemi ambientali, né per il futuro industriale. E, in questo momento di crisi su più fronti, se si vuole continuare a produrre acciaio non si può prescindere da investimenti tecnologici che assicurino la sicurezza in fabbrica e la salute sul territorio.

C’è da tutelare e garantire i due diritti. Costruire una alleanza forte e credibile con le organizzazioni sindacali dei lavoratori e con quelle dell’industria. Dare voce alla situazione drammatica che si vive in quello stabilimento per la vita dei lavoratori e l’insicurezza degli impianti. Il Sindaco quale primo rappresentante della comunità locale è responsabile della condizione di salute della popolazione del suo territorio deve porre al Governo una condizione dirimente: lo Stato che ha reso operative le “Linee guida per la VIS ISTISAN 19/9 – D.Lo 104/2017” (oggi obbligatorie solo per una “specifica categoria” di impianti), non può continuare a negare la Valutazione di Impatto Sanitario preventiva per lo stabilimento siderurgico di Taranto poiché costituisce lo strumento obbligato per conoscere, preventivamente, il rischio sanitario indotto dalle emissioni degli impianti e indicare i relativi correttivi impiantistici o di processo per la definizione del danno accettabile.

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