01 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 01 Agosto 2021 alle 17:54:00

Agorà

Incertezze e prospettive del San Cataldo

Il nuovo ospedale San Cataldo
Il nuovo ospedale San Cataldo

Il nuovo grande ospedale di Taranto rappresenta di certo, anche simbolicamente, più di una boccata d’ossigeno per la tormentata città ionica. Ognuno conosce, soprattutto i tarantini, i limiti di una risposta prestazionale a problemi di salute. Ma qui il tema è, a mio avviso, riconoscere sin da adesso le nuove contraddizioni che questa opera apre e le domande cui bisogna prepararsi a rispondere con determinazione e strumentazione democratica nel prossimo futuro.

Non è questo il luogo per riflettere sul fatto che il significativo finanziamento non è stato intercettato dall’imprenditoria tarantina, se non per la quota prevista da un bando aperto al contributo delle microimprese e in genere alle imprese locali. Mi limito a prendere atto che l’imprenditoria barese sviluppatasi sul nuovo asse Bari-Altamura è apparsa in grado non solo di vincere l’appalto, ma di resistere vittoriosamente agli inevitabili ricorsi. Né mi soffermerò sulla storia di questo intervento, troppo lunga e troppo controversa, se non per rilevare che la giunta Vendola, di cui all’epoca non facevo parte, e che, insieme agli interventi a Foggia, Lecce e Bari, avviò la procedura tarantina, espresse di fatto in partenza un giudizio non ottimistico sulla tenuta degli apparati burocratico-amministrativi della ASL di Taranto quando decise di stabilire un rapporto di collaborazione con il S.Raffaele di Don Verzè per la realizzazione del nuovo ospedale.

Fu lo stesso Vendola a cambiare strada, attraverso passaggi deliberativi che, questa volta, individuavano un protagonismo dei Lavori Pubblici, anch’esso inusitato. E per finire, nei tempi successivi, si è ben giunti all’individuazione di Invitalia come stazione appaltante! In pratica mi preme segnalare che in genere, con qualche eccezione che non si può dare per scontata nel medio/lungo periodo, dipendendo in gran parte al singolo Direttore Generale, la debolezza degli apparati burocraticoamministrativi delle asl pugliesi è nota. E ad essi è affidata non solo la fase di sorveglianza di ultima istanza sui lavori di realizzazione dell’opera, ma anche e soprattutto la complessa gestione ordinaria successiva alla consegna dei lavori, che, come dimostra il recente caso “legionella” al Policlinico di Bari, non può risolversi in semplici contratti di global service, di esternalizzazione di tutto e di più.

Quindi, vi sembrerà strano che ne parli un medico, i 400 giorni di costruzione del nuovo ospedale devono essere in primo luogo dedicati a rafforzare gli apparati tecnici per la successiva gestione dell’opera. Esiste un piano assunzionale di queste figure professionali? I settori più moderni, a partire dall’informatizzazione e la parziale robotizzazione di alcuni servizi essenziali, sono garantiti? Mi auguro di sì. Così come mi auguro che sia stata condotta una analisi puntuale della “produzione” che ci si aspetta da questo ospedale, della relativa provvista di personale e degli equilibri economici da raggiungere in tempi ragionevolmente certi. Le opportunità sono in questo momento davvero molte, con apicalità mediche significative da coprire mediante concorso per avvenuti o imminenti pensionamenti o per tragiche inattese circostanze, e nuovi specialismi da garantire.

Il rigore nella selezione si impone, anche perché è la garanzia migliore non solo dell’implemento dell’attrattività sanitaria dell’ospedale, ma anche della permanenza dei giovani medici all’interno della struttura. Insomma: una fase con straordinarie possibilità in cui un nuovo edificio adeguatamente attrezzato può innestare un processo virtuoso, valorizzando ulteriormente le professionalità presenti e rafforzando i punti di debolezza e di crisi. Vedo però tre elementi di incertezza che vanno affrontati con urgenza. Il primo è legato non all’area tarantina in sé ma alla riflessione che in questi mesi si sta conducendo in ogni parte del mondo sulla capacità di risposta degli ospedali agli eventi catastrofici e inattesi. Si discute infatti, con rinnovato interesse, del concetto di resilienza applicato agli ospedali, che in questa situazione epidemica hanno mostrato i limiti di una impostazione rigida, per lo più legata a scansioni dello spazio non flessibili, concresciute insieme alle specialità mediche, riconfermate in sostanza anche nei moderni monoblocchi e tenacemente in grado di resistere alla istituzione dei dipartimenti assistenziali.

Oggi per resilienza si intende l’abilità di una struttura medica di non spezzarsi di fronte all’evento imprevisto, essendo in grado di mantenere ed espandere la propria capacità e rispondere all’improvviso e significativo aumento della domanda sacrificando poco o nulla della propria attività ordinaria. Un problema certo di organizzazione degli spazi fisici, ma anche e soprattutto gestionale, tanto che gli ospedali organizzati “per intensità di cura”, e non per “reparti”, sembra abbiano mostrato le performance migliori. E’ quindi possibile che in corso d’opera si svolga una riflessione sul nuovo ospedale, sulla sua logistica, il che rimanda alla autorevolezza degli apparati tecnico-amministrativi cui prima facevo cenno e al pieno coinvolgimento dei professionisti sanitari coinvolti.

Il secondo problema è più “tarantino”. Accantonato il sogno di “S.Raffaele del Mediterraneo”, cioè di una vocazione internazionale della struttura, non c’è dubbio che la sovraregionalità sia un obbiettivo perseguibile. Anche per il miglioramento della viabilità, bisogna immaginare un ruolo ionico per il nuovo ospedale, studiando bene il bacino d’utenza potenziale e stabilendo i relativi accordi di confine. Si tratta anche di convenienza economica ma soprattutto di responsabilità sociale, perché il rimontaggio della sanità calabrese ha bisogno di tempo e di assistenza e la Basilicata, per dimensioni, non può soccorrere a sufficienza la vicina regione. Infine il problema a mio avviso più grosso di tutti.

Inaugurando il cantiere il Presidente Emiliano ha dichiarato: “Taranto avrà finalmente…un ospedale universitario di grande livello… farà ricerca scientifica … che si occupi delle malattie specifiche del luogo…”. Una dichiarazione impegnativa, cui non sarà facile dar seguito. Non solo per le necessità specifiche di spazi di insegnamento, di collegamento con il triennio biologico, di laboratori di ricerca, ma anche per l’attuale debolezza del partner istituzionale individuato, l’Università di Bari, che non appare in grado di reggere alle trasformazioni sanitarie in atto nell’area barese, con l’esplosione del privato e il rafforzamento di poli pubblici alternativi, quali l’Oncologico. E che ha già riversato risorse importanti verso Foggia. Ora mentre occorre concentrare nuovi finanziamenti per migliorare ulteriormente il S.Cataldo al fine di renderlo capace di rispondere alla esplicita nuova committenza regionale, è possibile ipotizzare uno sforzo comune delle Università pugliesi? E’ possibile pensare ad un ruolo delle Università Meridionali?

L’innesto dell’Università in un ospedale non è mai indolore, risponde a logiche che vanno armonizzate con l’esistente, assicurando ai professionisti ospedalieri un protagonismo che finora non mi sembra sia stato garantito a sufficienza, coinvolgendoli di più nella progettazione, per quanto ancora possibile, del S.Cataldo e nei passi della definizione della mission e degli sviluppi successivi. Insomma, trattandosi di un nuovo presidio contro le malattie, è proprio il caso di dire che la democrazia è ancora una volta (potenzialmente) terapeutica.

Tommaso Fiore
Già assessore alla Sanità della giunta Vendola,
docente universitario
e direttore della Rianimazione al Policlinico di Bari

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