28 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Settembre 2021 alle 23:58:00

L'ex Ilva
Una veduta dello stabilimento ArcelorMittal di Taranto

Nella fabbrica di Taranto, per incrementare la produzione a circa 8 milioni di tonnellate di acciaio, si renderà necessario l’utilizzo di materiali “preridotti” per alimentare i forni elettrici che si prevede di realizzare a partire dal 2022.

Questa scelta, pur comportando maggiori costi dovuti agli elevati consumi di Energia Elettrica, consente una riduzione delle emissioni di CO2, avviando una delle azioni possibili e concrete verso un processo di “decarbonizzazione” con una tecnologia consolidata. L’acciaieria tarantina si indirizzerà, così, verso un nuovo assetto “ibrido”: la futura produzione sarebbe quindi ottenuta per circa 6 milioni di tonnellate con gli altiforni e per circa 2-2,5 milioni di tonnellate con forno elettrico. E’ un assetto sostenibile, poiché si beneficerebbe ancora dell’economicità derivante dal processo di altoforno, considerando anche che la maggior parte della produzione di ghisa si realizzerebbe con l’altoforno n.5, nel frattempo ricostruito, che, per la sua alta produttività, consentirebbe delle importanti economie di scala. Con tale assetto si realizzerebbe, nel contempo, un abbattimento delle emissioni in conseguenza della riduzione della produzione di coke e di agglomerato di circa il 25%.

Cosa è il preridotto (DRI)?
La riduzione diretta o DRI (Direct Reduction Index) si riferisce ai processi che riducono gli ossidi di ferro presenti nei minerali di ferro metallico (spugna di ferro), a temperature inferiori al punto di fusione del ferro.

Utilizzo di DRI nel mondo
La produzione mondiale di DRI ha superato i 108 milioni di tonnellate nel 2019. L’India resta l produttore numero uno di DRI al mondo. Nella maggior parte dei casi, l’impianto DRI si trova vicino a una fonte di gas naturale poiché è più conveniente spedire il minerale piuttosto che il gas. Non ci sono impianti DRI di rilievo in Europa: la produzione si aggira intorno a 0,5 Mt.

Il preridotto nella siderurgia di Taranto
Nell’ipotesi, inserita nel piano industriale della nuova società Invitalia- Arcelor Mittal Italy, di realizzare nella fabbrica di Taranto quota della produzione di acciaio per circa 2,5 milioni di tonnellate, occorreranno elevati volumi di materiale ferroso per alimentare i nuovi forni elettrici (EAF). Normalmente nelle acciaierie elettriche dell’Italia settentrionale, i forni sono caricati con rottame ferroso proveniente dal mercato. Il rottame ferroso è soggetto a variabilità nel prezzo di acquisto e nella disponibilità. Nel caso di Taranto l’utilizzo del rottame ferroso come materiale di carica del nuovo forno elettrico (EAF) è di difficile attuazione per i seguenti due motivi principali: – per la produzione di laminati piani (coils) che si effettua a Taranto, la carica con rottame ferroso, per la sua variabilità nella qualità e composizione chimica, non garantisce gli standard qualitativi che invece si riescono a raggiungere con le acciaierie esistenti a ossigeno (BOF); – i volumi di rottame ferroso necessari superano i 2,5 milioni di tonnellate ed è impensabile ottenere certezza e costanza nella fornitura a prezzi convenienti. Da ricordare anche che le acciaierie esistenti a Taranto (BOF) hanno, per necessità di processo, un fabbisogno consistente di rottame ferroso come carica fredda da approvvigionare. E’ evidente quindi che occorrerà, per Taranto, un massiccio ricorso ai prodotti preridotti! Difficilmente sarà possibili reperirli sul mercato nei volumi occorrenti.

Dove approvvigionarsi?
Il piano industriale del recente accordo non ne definisce ancora i dettagli, si parla soltanto di un impianto di preridotto costruito e gestito da una società ad hoc. Da quanto si legge questo impianto sarà fuori dal perimetro della gestione Invitalia-AMI. Un impianto per la produzione di preridotto presenta delle problematiche che è bene evidenziare. – il fabbisogno di gas metano è notevole ed ha una rilevante importanza per l’incidenza sul costo di produzione. Dando per scontata la disponibilità in termini di volumi di fornitura, resta il problema del costo a metro/cubo del gas metano sul mercato: tale costo oggi è talmente elevato sul mercato nazionale da risultare proibitivo a meno di particolari e consistenti agevolazioni. – impatto ambientale: le operazioni di movimentazione, di stoccaggio e trattamento dei minerali ferrosi in forma di pellets o di pezzatura sfusa, concorrono inevitabilmente alla formazione di materiali fini pulverulenti.

Inoltre, va considerato che trattasi comunque di un processo a caldo con l’utilizzo di gas, ciminiere ed impianti di trattamento acque e sistemi di raffreddamento. Le strutture principali dell’impianto hanno un’altezza intorno ai 120 metri e quindi molto impattanti. A fronte di questi due aspetti, ritengo non possibile perseguire la strada di una realizzazione integrandola con l’impianto di Taranto e francamente non è ben chiaro la reale intenzione. In ogni caso occorre tenere bene in conto che a Taranto è necessario “alleggerire“, ove possibile, ogni problema di emissioni diffuse, le loro cause, e gli impianti che possono incidere sull’incremento di polveri sottili. Sarebbe un controsenso ottenere una riduzione delle emissioni di CO2 e incrementare quelle delle polverose PM 10 e PM 2,5.

Inoltre, è da ben considerare l’incidenza di questo impianto sulla VIS “Valutazione di impatto sanitario” che certamente sarà introdotta a verifica degli assetti impiantistici complessivi dello stabilimento. Una sana politica industriale del Paese dovrebbe tenere conto della situazione nel complesso dello specifico comparto nazionale dell’acciaio. Va considerato che, oltre lo stabilimento di Taranto (che avrà bisogno di circa 2-3 milioni di tonnellate di preridotto), anche altri produttori di acciaio da forno elettrico in Italia sono orientati sempre di più all’acquisto di materie prime di qualità, come il preridotto in sostituzione del rottame ferroso. Questo consente di migliorare le qualità degli acciai e competere a livello internazionale: un esempio è l’acciaieria di Arvedi che da anni utilizza il DRI per migliorare la carica e quindi la purezza dell’acciaio prodotto.

Per quanto sopradetto, Invitalia o altra istituzione, dovrebbe attentamente valutare una nuova realizzazione impiantistica per la produzione del preridotto con capacità di circa 4/5 milioni di tonnellate di bricchette (DRI /HBI) in una nazione dove il metano è disponibile ed ha un prezzo basso. Da preferire, per ovvie ragioni, un’area industriale lontana da centri abitati, con affaccio sul mare con strutture portuali per il carico e scarico dei materiali.

Questo complesso panorama impone scelte ben meditate e studiate in tutti gli aspetti, sapendo che un errore nella strategia, potrà compromettere il risultato del recupero dell’impianto siderurgico di Taranto che unitamente a Novi e Genova costituisce un polo industriale tra i più importanti e moderni in Europa e strategico nell’economia nazionale.

Roberto Pensa
Ingegnere
dirigente nell’acciaieria di Taranto
sia nel periodo della gestione pubblica,
sia in quello della gestione Riva,
sia in quello della gestione commissariale,
prima del 2017

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