23 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Aprile 2021 alle 12:23:14

Agorà

«Siderurgia e turismo possono convivere»

foto di La città giapponese di Oita
La città giapponese di Oita

L’Ing. Angelo Racca ha ricoperto nella Italimpianti s.p.a. per l’ufficio di Taranto dal ’74 il ruolo di direzione tecnica e Project Management di grandi lavori nel settore dell’impiantistica siderurgica in particolare per la ricostruzione degli altofomi n. 3 e n. 5 e Colate continue n.4 e n. 5 dell’Italsider di Taranto. Passato Dal Luglio 1990 alla nuova Società Italimpianti sud S.p.A., società di engineering del Gruppo Iritecna, come responsabile della Direzione Ingegneria, Sistemi di Produzione e Realizazioni. Oggi svolge attività consulenziale di alta specializzazione tecnicoprogettuale e tecnicocommerciale per Aziende ed Enti Pubblici per lo sviluppo di Progetti industriali di tipo organizzativo, gestionale o impiantistico-realizzativo in particolare per la Sapitflex di Milano, Azienda meccanica specializzata nella produzioni e revamping di trasmissioni meccaniche, gruppi di comando e complessi meccanici, nei settori dell’impiantistica e dell’industria manifatturiera, del Settore siderurgico che comprende i principali produttori di acciaio italiani ed europei.

La sua esperienza professionale nella progettazione impiantistica nasce con l’Italimpianti, a suo tempo leader nella realizzazione di impianti industriali nel mondo, tra i quali l’acciaieria di Taranto. Più volte in questi anni ha avuto modo di esprimersi sulle sorti di quello che fu il 4° Centro siderurgico.
Infatti già 2012 invitavo la comunità tarantina a far valere i suoi diritti nella vicenda Ilva suggerendo il metodo progettuale quale strumento per definire, programmare e monitorare gli interventi prescritti dall’Aia per l’ambientalizzazione dello Stabilimento. Oggi la questione Ilva è in una fase ben più importante e, finalmente, decisiva perché siamo all’inizio di un processo di riconversione produttiva affidato al nuovo soggetto imprenditoriale pubblico-privato AM InvestCo partecipato in modo paritetico da Invitalia e Arcelor Mittal.

L’accordo tra Governo e Mittal consente di ridare prospettiva al siderurgico più importante d’Europa, ma le Istituzioni locali contestano l’intesa ed il mantenimento dell’area a caldo dello stabilimento. Chiedono la destinazione delle risorse pubbliche alla riconversione di Ilva, alla bonifica e ad attività sostitutive della siderurgia.
La comunità locale è rimasta, per motivazioni che a questo punto è inutile rivangare, ai margini del processo decisionale in atto, ma non può e non deve continuare a rimanere ai margini, se non addirittura essere esautorata, anche nelle fasi impostative e attuative del processo di riconversione. Anzi, attraverso i suoi organismi istituzionali (Comune, Provincia, Regione, Organismi sociali e imprenditoriali), è assolutamente indispensabile che svolga un ruolo importante, ma nel rispetto delle competenze e sulla base delle conoscenze reali delle tecniche e delle tecnologie disponibili. La richiesta del Presidente Emiliano, condivisa dal Sindaco Melucci, di “operare una transizione verso tecnologie pienamente eco-compatibili, che partano dal gas e raggiungano l’idrogeno”. È una richiesta legittima e condivisibile, ma non si può prescindere dal concetto che, proprio perché si tratta di “transizione”, è fisiologico e realistico avere un “transitorio” tra la situazione attuale e la realizzazione di impianti che impieghino tecnologie pienamente eco-compatibili.

Chiedono la chiusura dell’area a caldo, nella convinzione che l’uso delle migliori tecnologie possa consentire di dominare l’impatto ambientale.
Occorre essere pragmatici e accettare l’idea che la cosa migliore sia mettere in atto un processo graduale di riconversione che parta dal revamping degli impianti esistenti più efficienti per renderli il più possibile eco-compatibili ed, in parallelo, realizzi nuovi impianti secondo tecnologie innovative ma consolidate per iniziare quel processo che deve portare, nell’arco di dieci/quindici anni al compimento del processo di ecocompatibilizzazione. I processi siderurgici di riduzione interamente ad idrogeno e pertanto “C-free” (decarbonizzazione completa) non sono ancora tecnologicamente maturi e impiantisticamente consolidati; in altri termini occorrono almeno due o tre lustri per la loro realizzazione; è questo l’ordine di grandezza temporale del transitorio. La richiesta che in questo transitorio sia chiusa l’aria primaria non ha di fatto nessuna possibilità di attuazione, pena la chiusura dell’intero Stabilimento. Stiamo comunque parlando di un soggetto imprenditoriale che, pur tenendo conto di sussidi straordinari, deve operare, a garanzia di tutti, secondo i criteri di una corretta gestione di impresa. Se si mettono in atto provvedimenti che generano un processo di irreversibile decadimento, ogni intervento di risanamento sarebbe un inutile accanimento terapeutico. Ma c’è da tener conto di un altro fatto: uno Stabilimento che insiste su un’area così vasta, in rapporto alla città, una volta chiuso e abbandonato a se stesso continua a degradarsi e ad inquinare.

La Commissione Europea ha indicato proprio il sito di Taranto per l’utilizzo del Just Transition Fund insieme alle risorse del Recovery Fund consentono i necessari investimenti sia per l’impiego di tecnologie innovative per la produzione di preridotto, di un forno elettrico e lo sviluppo di nuove tecniche di riduzione del ferro mediante l’idrogeno. Una strada obbligata se si vogliono chiudere in tempi certi cokerie e agglomerato e ridurre gradualmente il numero di altoforni, fino al loro superamento. Con un unico vincolo. Tutelare l’occupazione e il reddito di tutti i lavoratori diretti e indiretti di Ilva, sia nella fase di transizione, sia in prospettiva futura.
Ogni pretesa di scorciatoie rispetto a questo iter è puramente demagogica ed avrebbe il solo effetto, già verificatosi negli anni addietro, di non dare mai inizio concretamente ed in modo efficiente al non più procrastinabile processo di riconversione.

La drammatica catena di morti e malati dovuti a patologie correlate alla contaminazione ambientale di Ilva, ha finito per far vivere la siderurgia come un peso insopportabile per il territorio. Lo Stato che ha reso operative le “Linee guida per la VIS ISTISAN 19/9 – D.Lo 104/2017” (oggi obbligatorie solo per una “specifica categoria” di impianti), inspiegabilmente continuare a negare la Valutazione di Impatto Sanitario preventiva per lo stabilimento siderurgico di Taranto.

E’ opportuno che le Istituzioni territoriali abbiano le necessarie garanzie che si realizzino tutti gli interventi necessari a breve, medio e lungo termine per ottenere la completa compatibilizzazione ambientale dello Stabilimento e per questo devono pretendere che il nuovo soggetto imprenditoriale AM InvestCo elabori un Masterplan complessivo da utilizzare come strumento per monitorarne la realizzazione. Parlo di Masterplan come piano riassuntivo, di sintesi, di quanto previsto nei piani dei singoli progetti e sottoprogetti che lo compongono e che ne rappresentino i contenuti tecnici, programmatici, economici e finanziari.

Antonio Gozi, già presidente di federacciai, invita a ragionare su competenze e professionalità recuperando lo spirito originario dell’Iri.
L’esistenza di un Masterplan condiviso, affidato ad un Project Management di livello adeguato alla sua realizzazione, è lo strumento indispensabile per gestire con successo processi complessi come quello in questione ed è questo, ripeto, quello che le Istituzioni territoriali devono pretendere nel loro ruolo di salvaguardia dei diritti delle comunità a loro affidate.

C’è chi sostiene che la città potrebbe avere un futuro anche senza la siderurgia, ad esempio legato alle sue potenzialità turistiche rispetto alle quali la siderurgia costituirebbe un handicap.
Credo che sia esattamente il contrario. Dobbiamo essere anche qui realistici e pragmatici e dire che Taranto non ha attualmente una vera, moderna vocazione turistica in termini culturali, strutturali e infrastrutturali, ha invece grosse potenzialità turistiche e le due cose non vanno confuse. In Giappone nella città di Oita c’è uno Stabilimento siderurgico di dimensione e ciclo produttivo integrale assimilabili a quello di Taranto e anch’esso non lontano dalla città. Anche Oita è una città di mare ma, al contrario di Taranto, è anche una città fortemente vocata al turismo balneare, nella quale turismo e siderurgia convivono da sempre senza problemi. Il mio sogno è che Taranto diventi la Oita d’Europa.

1 Commento
  1. Savino Lombardi 4 mesi ago
    Reply

    Quando parla la competenza tanto di cappello…..il fatto è che….LA COMPETENZA è STATA SILENTE IN QUESTO TEMPO, LASCIANDO SPAZIO E PAROLA ALLA INCOMPETENZA…… il ruolo della politica e delle amministrazioni è quello di pretendere che le fabbriche producano ricchezza e non danni alla salute e all’ambiente….non hanno titolo di trovare le soluzioni tecniche ai problemi, ruolo che tocca ai tecnici del settore.

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