27 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Settembre 2021 alle 18:57:00

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Il caso Ilva e il bisogno di democrazia industriale

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Il caso Ilva e il bisogno di democrazia industriale

La sfida nella governance della nuova Ilva pubblica: Portare il lavoro e i lavoratori ad una nuova dignità decisoria nei processi di impresa Nella evoluzione del processo industriale, siamo passati da diverse fasi deputate a definire i rapporti fra capitale e lavoro. La prima e più dirompente, affacciatosi con la prima rivoluzione industriale, fu quella del conflitto nei distretti industriali inglesi del fine ottocento. Lo sfruttamento della forza lavoro era totale e legittimato dalle allora vigenti legislazioni. Salari da fame, orari di lavoro massacranti, lavoro e sfruttamento della manodopera minorile, erano la regola di un capitalismo infame e vorace.

L’introduzione delle macchine nel processo di produzione determinò anche una feroce perdita occupazionale che aggiunse disperazione alla preesistente sofferenza. Nei primi decenni del XIX secolo presero piede moti di rivolta operaia violenti che per combattere la introduzione delle macchine, che bruciavano lavoro, si orientarono alla distruzione delle stesse con violente manifestazioni operaie. Tali moti furono chiamati “luddismo” dal nome di una figura mitica, Ned Ludd, giovane operaio che nel 1779 avrebbe dato fuoco ad un telaio in una fabbrica tessile. Sono partito da così lontano perché questo scenario ben illustra il rapporto storico di estraneità, contrapposizione e conflitto su cui si sono alimentati i rapporti fra capitale e lavoro nel corso di lunghi decenni. Ovviamente la situazione attuale non può in nessun modo essere paragonata a quella descritta. Viviamo tempi in cui i modelli di Relazioni Sindacali si sono evoluti con il procedere del radicamento di modelli di democrazia parlamentare e con l’affermarsi di modelli di protezione costituzionale del lavoro e delle organizzazioni deputate a rappresentarlo.

Nel nostro paese siamo ormai a modelli di relazioni sindacali molto sofisticati. Capitale e lavoro si sono date regole contrattuali che fondano molto su processi partecipativi e di coinvolgimento del fattore lavoro nei processi di impresa. Informazioni preventive sui piani di impresa, procedure di raffreddamento del conflitto, sistemi di relazioni sindacali basate sul confronto preventivo sulle scelte aziendali. Un bagaglio di attrezzi teoricamente molto forte ma che fonda tutto sulla buona fede del possessore dei mezzi di produzione lasciando al conflitto la ultima parola per regolare le scelte di impresa. Le tante crisi occupazionali presenti sulla scena nazionale, di piccoli e grandi gruppi industriali, ci dicono di come questo modello alla lunga non stia funzionando.

Le organizzazioni metalmeccaniche dei lavoratori dell’Ilva, ad esempio, sono state colpevolmente tenute fuori da tanti e ripetuti cambi societari e sono state costrette a inseguire, e spesso subire, scelte industriali folli e estremamente deboli. Sembra allora legittimo chiedersi se ancora oggi, nel 2020, il nostro modello di relazioni sindacali debba basarsi su una separazione, nelle scelte dell’impresa, fra capitale e lavoro lasciando alla buona fede dei proprietari, al rispetto dei protocolli di informazione sindacale e al conflitto, la risoluzione delle tante controversie. Controversie che arrivano, in questa rottura democratica, ad incancrenirsi e divenire di quasi impossibile soluzione. Chiedo se non sia arrivato il tempo di sperimentare, a partire dalla tragica vicenda Ilva, modelli di Democrazia Industriale che vedano i lavoratori coinvolti come decisori protagonisti nelle scelte della impresa. Credo che sia giunto il tempo che i lavoratori, tramite esplicite e democratiche procedure elettive, indichino loro rappresentanti nei luoghi di comando e delle scelte economiche e produttive delle aziende.

Ci sono modelli in Europa che potrebbero essere utilizzati come riferimento. Quello tedesco mi appare ancora quello più interessante. La partecipazione dei lavoratori nei comitati di vigilanza e controllo delle imprese e nei cda delle stesse, deve finire di essere un tabù nella nostra cultura politica e sindacale. Per molti anni il solo proporre queste forme partecipative ti condannava ad essere apostrofato come un subalterno al servizio degli interessi del capitale. Ciò in ossequio ad una cultura e tradizione politica che assegna al conflitto una funzione salvifica e regolatrice dei rapporti fra capitale e lavoro. Il modello proposto di Democrazia industriale, invece, non vuole affatto cancellare il conflitto, come ci insegnano le imponenti lotte della Ig Metal tedesca, ma solo portare il lavoro e i lavoratori ad una nuova dignità decisoria nei processi di impresa. Sarebbe assai bello ed utile, ad esempio, che il ritorno dello Stato nella proprietà Ilva, significasse anche questo alto coinvolgimento dei lavoratori nel governo della nuova Ilva. Sperimentare, in questa incredibile crisi aziendale, il più alto coinvolgimento possibile dei lavoratori, sarebbe molto utile.

Oltre a discutere di assetti impiantistici, forni elettrici e preridotto si introduca anche questa non lieve variabile nei progetti di governance della nuova Ilva pubblica. Una proposta che equivale ad una sfida. Vedere i lavoratori dentro i luoghi della decisione, al pari della introduzione della Vis, per gli aspetti di impatto sanitario, renderebbero gli esiti di questa ciclopica crisi aziendale più credibili. Sicuramente più democratici!

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