22 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Settembre 2021 alle 15:59:00

Agorà

Fabbrica-Città: sinergia per uscire dal guado

foto di L'ex Ilva di Taranto
L'ex Ilva di Taranto

Con la costituzione della nuova società AM InvestCo la vicenda ILVA è arrivata ad uno snodo cruciale. Lo Stato attraverso Invitalia rientra nel capitale sociale dell’azienda ed avanza una proposta di riconversione impiantistica per la riduzione del carbone dal processo produttivo. La città che ha interesse diretto alla protezione dell’ambiente e alla tutela del lavoro e della economia, non può rimanere assente, esclusa dai tavoli decisionali, in questo il Sindaco Melucci ha perfettamente ragione. Ma bisogna chiarire i termini della questione perché la città, ma anche l’azienda, deve attrezzarsi per la gestione , il controllo e la realizzazione di un progetto condiviso, la cui attuazione come ci ha ricordato l’ing. Angelo Racca anche su queste pagine, può richiedere 10 o 15 anni.

Attualmente lo stabilimento, che per varie vicende viaggia a ritmi ridotti, è dimensionato per la produzione di 12 milioni di tonnellate di acciaio anno, attraverso il ciclo integrale, con l’utilizzo del carbon fossile come unica fonte energetica. Questo, raffinato in cokeria e bruciato negli altoforni per la produzione della ghisa, fornisce, attraverso i gas rilasciati in cokeria ed altoforno, tutto il gas necessario per la produzione di energia elettrica necessaria allo stabilimento, e per l’alimentazione dei forni a gas dell’area laminazione. Questo processo avviene in impianti di grandi dimensioni: Agglomerato, Cokerie, Altoforni, Acciaierie con convertitori ad ossigeno, Centrali elettriche, la cui costruzione, manutenzione e sostituzione , richiedono ingenti finanziamenti ed adeguati tempi di realizzazione. Si prospetta ora, una prima fase di marcia a regime misto: 6 milioni di tonnellate con il sistema tradizionale sopradescritto, e 2 milioni con nuovi impianti (da realizzare in un triennio) che utilizzino idrogeno al posto del carbone , con una nuova tecnologia che prevede la riduzione diretta del minerale di ferro baipassando il ciclo cokerie – altoforni.

Per la realizzazione del progetto è necessaria la ristrutturazione dell’area a caldo dello stabilimento, con la costruzione ex novo dell’impianto di riduzione diretta, che utilizza come gas riducente dei minerali di ferro una miscela di ossido di carbonio e idrogeno, e di una nuova acciaieria a forni elettrici. Ossido di carbonio e idrogeno sono ottenibili dal metano attraverso un processo chiamato “reforming”. Questa tecnologia permette una riduzione di circa il 50% di anitride carbonica emessa. Ma il problema non riguarda solo l’anidride carbonica, vi sono inquinanti ben più nocivi che vanno tenuti sotto controllo con opportune manutenzioni ed innovazioni impiantistiche. La sola modifica dello spegnimento del coke con sistema a secco, in luogo dell’attuale sistema ad umido con l’emissione dei pennacchi di vapore sporco che vediamo sollevarsi periodicamente ad ogni sfornata, eliminerebbe la dispersione in atmosfera di ammoniaca, acido solfidrico, idrocarburi policiclici aromatici.

Inoltre quel vapore oggi disperso in aria, opportunamente convogliato in centrale elettrica, permetterebbe la produzione di 40 MVV elettrici. Tanto si legge in una proposta di rilancio dello stabilimento elaborata da Federmanager e presentata in audizione alla Camera dei Deputati e al CNEL. Un progetto, per dirla con termini danteschi ( nel 2021 si celebreranno i settecento anni della morte del poeta) da far tremare le vene ed i polsi. Più che una questione di soldi, pare che questi possano arrivare, è una questione di programmazione e gestione. Per programmazione si intende un piano generale che comprenda l’intero sottoinsieme dei vari progetti, con le indicazioni di tempi, risorse tecniche economiche sociali e manageriali, Un progetto simile non può essere affrontato dalla sola fabbrica, se così fosse il piano sarebbe destinato al fallimento; ci vuole una sinergia fabbrica – città. Scuole , università, condivisione sociale, capacità imprenditoriali.

La città deve essere coinvolta nei processi decisionali, che non riguardano solo i volumi produttivi, il numero di addetti e la tutela sanitaria, perché il ciclo produttivo che inizia dal porto e termina con la spedizione delle merci, richiede per ogni fase di lavoro, supporti e servizi adeguati. Miope e destinata al fallimento sarebbe una gestione della fabbrica che tendesse a separarsi dalla città; come miope e destinata al fallimento sarebbe da parte della città ogni scorciatoia che prospettasse facili soluzioni: conversione della produzione, cioè produzione che non riguardi l’acciaio, o chiusura dell’area a caldo, sono progetti improponibili ed economicamente insostenibili. La adozione della nuova tecnologia di riduzione diretta – forni elettrici, riveste carattere strategico nella prospettiva di realizzare nel tempo un processo interamente ad idrogeno; carbon free, meno impattante dal punto di vista ambientale. Non è una sfida semplice , occorreranno, almeno nel breve –medio periodo, incentivi economici che compensino le spese legate alle modifiche impiantistiche e al differenziale di costo tra carbone e metano, perchè il metano costa più del carbone. Per ora impianti di riduzione diretta vengono installati in paesi ricchi di giacimenti metaniferi, in particolare India e Iran.

Gli incentivi economici possono essere legati in ambito europeo alla premialità – penalizzazione connessa al progetto di riduzione delle emissioni di CO2, e alla riduzione del costo del metano a fini industriali. Quello che non si può fare è rimanere in mezzo al guado, non decidere, dividersi tra ambientalisti e sostenitori della fabbrica.

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