24 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Luglio 2021 alle 21:10:00

Agorà

La didattica a distanza ci ha cambiati: ecco come

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La didattica a distanza

Un tempo c’era la corsa del mattino. Ai posti di blocco della partenza c’era la sveglia; lungo il percorso gli ostacoli da superare erano la colazione, il bagno condiviso, il letto da rifare, il ricordarsi di aver preso tutto mentre si raggiungeva il traguardo: l’auto.

A seguire la corsa diventava trekking d’altura tra ingorghi stradali come stretti passaggi sull’abisso dell’ingresso alla seconda ora e file d’auto, lente, ma costanti come gli ultimi tratti delle ferrate su per la vetta. Ed eccolo, avvolto da un nugolo di ragazzi, il portone della scuola… mentre il respiro si regolarizzava e il silenzio calava dentro l’auto. Un anno quasi. Ora niente corse. Per la verità neanche baseball, arrampicata sportiva, “mamma posso restare a studiare da Francesco in centro e poi vieni a prendermi quando finisci di lavorare” e altre amenità… Inutile ricordarne il motivo. Inutile pensare che ciò che viviamo sia straordinario: pensiamo agli anni di altri stravolgimenti drammatici della ligia quotidianità – già solo nello scorso secolo – o di ciò che è routine negli angoli del Mondo per i quali si ricorre ad un feroce oblio. Ciò che è straordinario è il modo in cui oggi si replica al semi immobilismo a cui costringe il vorticoso contagio di un virus. A partire dalle strategie per arrivare puntali a scuola. Perché il tragitto si limita a passare da una stanza all’altra di casa. Ecco.

La si chiami come si vuole, ma la modalità di fare scuola a casa ha il suo fascino. All’inizio. Dopo circa 7 mesi di scuola tra la fine di un anno (se si considera anche la preparazione della maturità scientifica) e l’inizio di quello scolastico successivo, i ragazzi rinunciano anche al cambio di stagione nel guardaroba. Il tempo della scuola si dilata, inglobando le lezioni, lo studio individuale, le chiacchiere con i compagni di classe, i lavori di gruppo … senza cambiare lo scenario multiplo della propria camera. L’ansia da compito in classe si dimezza (potere della tecnologia), mentre le interrogazioni perdono la fluidità della prossemica e si impongono con la stessa emozione di un esame universitario: lo studente solo di fronte al suo professore. Sparito il brusio della classe, lo sguardo incoraggiante del compagno di banco, l’arrivo opportuno del “toc toc” alla porta dell’aula che fa prendere tempo e fiato. Gli studenti adolescenti sono diventati improvvisamente matricole: lo studio è tutto nelle loro mani. Il confronto con i compagni di classe si è ridotto notevolmente. Lo scambio e il chiarimento immediato fatto di domande e risposte con il professore, quasi polverizzato.

“Mamma, l’anno prossimo sono al 5° e mi sono perso il terzo e il quarto. Che si torni a scuola o un buon 50% ad alternarsi. Con la mascherina. Dispenser di igienizzante in ogni aula. Banchi a distanza. Finestre spalancate anche con il freddo, piumini indosso e plaid personale sulle gambe”. Dall’altra parte, quella dell’insegnante, si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Fare lezione diventa un gioco di immedesimazione. I contenuti disciplinari sono i vagoni di un trenino: la locomotiva è l’empatia. Occorre appassionare, trovare la via per catturare l’attenzione, il modo per far passare informazioni (non numeri di pagine e file) e farsi restituire attività che non siano la fotografia del quaderno di quelli bravi; studiare il modo di riconoscere il loro impegno, valutare le loro difficoltà e aiutarli a superarle. Tutto in ore scandite da un “non vedo e sento a tratti” o il passaggio di qualche altro abitante recluso in casa, sullo sfondo. È in quel momento che ai docenti cadono le foglie.

Tralasciando le difficoltà oggettive di un Paese non troppo digitalizzato, con la Didattica a Distanza o Digitale Integrata l’efficacia scolastica è inversamente proporzionale all’età degli studenti. Così, se nel secondo grado la scuola va a casa, nel primo ciclo la casa degli alunni entra nella “scuola” e da bravi padroni di casa gli insegnanti favoriscono le esigenze dei loro alunni aiutandoli a superare difficoltà digitali e non solo (provate, da remoto, ad insegnare ad un bambino di 9 anni come si fa la divisione a due cifre e il riporto, guardando i suoi occhi sgranati che ti fissano da uno schermo mentre ti viene voglia di metterti vicino e incoraggiarlo a contare con le dita). Nella scuola primaria e secondaria di primo grado si è partiti con tutte le buone intenzioni: gli edifici si sono magicamente allargati mantenendo lo stesso perimetro e metri quadri.

Da agosto dirigenti, docenti e collaboratori scolastici si sono impegnati senza sosta per riorganizzare plessi che garantissero misure di sicurezza necessarie all’emergenza ed evitare assembramenti di genitori sui marciapiedi e di alunni dentro gli androni, corridoi, bagni ed aule. Una lunghissima “teoria dei giochi” per studiare la soluzione a scenari probabili ed eventuali, mutevoli, indefinibili in formule fisse. L’igienizzante, spruzzato dal collaboratore scolastico al cancello dell’istituto sulle mani degli alunni, è diventato il profumo della scuola. Gli orari di ingresso e uscita delle classi dei più grandi sono slittati di un’ora, a turno per non gravare sempre sugli stessi alunni e famiglie; per i più piccoli, ingressi differenziati di 15 minuti; percorsi ben definiti con colori e segnaletica (alcuni docenti ancora mettono le mani istintivamente sulle reni quando guardano le strisce adesive stese sul pavimento per decine di metri lungo i corridoi e le scale) a segnare le vie dell’entrata e quelle delle uscite, i cammini fissi di ogni classe, il colore della scala da imboccare e la freccia da seguire per finire dritti nella propria aula e non incrociare nessuno.

Le finestre ormai le spalancano gli alunni, poi ripassano dal dispenser e si strofinano ancora le mani… non si sa mai. Non ci sono più le cattedre e gli armadietti (prendevano troppo spazio) e, se non piove, qualche lezione si fa in cortile. In bagno si va molto meno, guardati a vista da chi poi igienizzerà subito dopo. Dietro le mascherine, consegnate ogni giorno da collaboratori in camice, gli alunni sorridono con gli occhi, però. All’inizio dell’anno avevano timore e facevano domande; ora godono della possibilità che loro, della primaria e delle medie, hanno conservato: essere una piccolissima comunità. Ognuno distinto da un banco solitario, con le gambe su due crocette incollate al pavimento, ma non distanti dalle voci e sguardi del compagno. “La paura fa il lupo grande” recita un proverbio e i ragazzini finiti oltre il video in via precauzionale o per drammatica necessità, sembrano perdere di brillantezza giorno dopo giorno.

Diminuisce la loro autonomia relazionale, costantemente sotto l’orecchio e occhio benignamente attento e curioso di chi è a casa con loro; perdono il sottile turbamento del rischio, protetti da un video che si spegne al momento opportuno; dimenticano il coraggio di fallire perché rinunciano ad esporsi, giustificati dall’essere fisicamente lontani. A lungo andare trascolorano. La didattica a distanza allora occorre inventarla ogni ora. Con gran fatica. La locomotiva dell’empatia brucia più carbone e, con un occhio alla classe in presenza e l’altro a chi è oltre lo schermo, si entra in uno strabico gioco di rimandi tra il virtuale e il naturale. Come il passare la palla da uno schieramento a quello messo di fronte. Anche inventando compiti che siano più un far fare a loro.

“Questa è la coreografia, questa la musica, questi i tempi. Io vi faccio vedere gli esercizi. Poi voi li ripetete. Domani li montiamo in un unico video. Ognuno di voi indossi un colore. Scegliete il colore che più vi rappresenta in questo periodo” oppure “Oggi lavoriamo sul testo regolativo: io vi spiego cosa è; voi inventate le fasi per preparare un buon panino e chi sta a casa prova a vedere se funziona” e ancora “Scegliete il quadro di un autore che abbiamo studiato; cercate di riprodurlo… voi siete il soggetto del quadro. Provate a viverlo e fotografatevi in quel momento”. Tra i ragazzi in DDI della 3^ media “L’urlo” di Munch ha trionfato. Assomigliava tanto a quello dei miei figli al suono della sveglia al mattino.

Paola Russo
Docente

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