17 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Aprile 2021 alle 18:16:49


Il visitatore che volesse raggiungere Taranto in treno – o scivolando lungo il cavalcavia che costeggia il porto – verrebbe accolto da una presenza “perturbante”, una sorta di sfinge, in parte monumento neoclassico in parte incastro di blocchi di acciaio. La fontana, realizzata all’inizio degli anni ’90 su progetto dello scultore Nicola Carrino, è forse il simbolo più penetrante della complicata vicenda del capoluogo ionico nel “lungo XX secolo”. Nel suo discorso di presentazione della candidatura di Taranto a capitale italiana della cultura, il Sindaco ha speso parole poco lusinghiere nei confronti di quel periodo. Il Novecento sarebbe stato un momento nefasto per la città, ma ora finalmente Taranto sarebbe pronta a rinascere. Si tratta, a ben vedere, di una riproposizione del mito dell’età dell’oro, che poco ci dice dell’esperienza – spettacolare e tremenda – del Novecento tarantino. Le ragioni alla base di quel giudizio le si può tuttavia comprendere in una prospettiva storica.

Per il modo in cui si è formata la Taranto moderna, l’ancoraggio al nazionale ha giocato un ruolo decisivo nella definizione dell’identità cittadina. Subito dopo l’unificazione nazionale per i settori più dinamici delle classi dirigenti joniche l’obiettivo cruciale della modernizzazione viene declinato nei termini della ricerca di una collocazione della città lungo le direttrici che la nazione segue per trovare a sua volta uno spazio nel quadro internazionale. Va in questa direzione il progetto di Arsenale militare marittimo perorato fra i primi dal senatore Cataldo Nitti. L’altra faccia della modernizzazione è la fuoriuscita dall’isola, e la cesura culturale che ad essa si accompagna. I ceti emergenti, superata Porta Lecce, si lasciano alle spalle la “Taranto vecchia”, percepita ormai come un relitto di epoche oscure, e approdano nella “città nuova”, dove possono sentirsi pienamente parte della giovane nazione. C’è da costruire strade e alzare palazzi, spianare colline e colmare tratti di costa. E uomini e donne arrivano un po’ dappertutto per mettersi al lavoro, quasi che quella fosse l’America. La rottura con l’eredità storica e con la cultura sedimentata è la scintilla che innesca un fragoroso big bang che darà vita alla Taranto che abbiamo sotto gli occhi. Ma allo stesso tempo quel passaggio implica il sacrificio di una specifica identità municipale.

Il nesso nazione-modernizzazione sembra entrare in crisi con la sconfitta bellica, ma torna a giocare un ruolo decisivo allo scorcio degli anni ’50, consentendo alla città di vivere una nuova rutilante stagione di sviluppo. Ma quando lo Stato nazione inizia a scricchiolare sotto i colpi della globalizzazione e della crescente autonomia del mercato, e le prospettive di sviluppo e di benessere che esso aveva promosso si ridimensionano drammaticamente, per Taranto si spalanca un baratro. Tutto l’ultimo trentennio è stato percorso dall’ansia di colmare il vuoto lasciato dall’esaurimento del progetto di modernizzazione su cui è stata fondata la Taranto moderna. Per farlo si è cercato a più riprese di surrogare il precedente riferimento al nazionale con un municipalismo posticcio, a volte esasperato. Le stesse dichiarazioni del Sindaco – che esprimono un’opinione diffusa in città – si inseriscono in questa scia. Ma per quanto questa posizione sia comprensibile sul piano storico, cionondimeno essa contiene un limite di fondo. A ben vedere è la replica dell’atteggiamento prevalso nelle classi dirigenti locali a partire dalla seconda metà dell’Ottocento: oggi però l’eredità “sporca” da lasciarsi alle spalle non è quella premoderna dell’isola, ma tutto il “lungo XX secolo”. E, ancora una volta, la cesura col passato si associa alla costruzione di una “città nuova”, ricalcata sul modello delle realtà post-industriali “di successo” (da Bilbao a Pittsburgh).

Sembra così di trovarsi di fronte all’ennesima versione della “città che si rinnova autodistruggendosi” evocata da Antonio Rizzo, coscienza critica del Novecento jonico. E come in passato un atteggiamento entusiastico nei confronti della modernità ha portato a sottovalutarne le contraddizioni, così mutatis mutandis oggi si corre un rischio analogo. Per esempio, numerose – e assai studiate – sono le insidie dei processi di riconversione, ma su questo il dibattito è pressoché assente. Oggi è dunque quanto mai urgente studiare la lezione del Novecento, anche per evitare di ripeterne gli errori, e cercare vie davvero alternative. Ma non solo: in quel periodo così travagliato si nascondono forse risorse insperate per il nostro futuro. Per esempio, si potrebbe raccontare a coloro che si affacciano alle nostre sponde la storia di una città che è stata l’utopia e al contempo la distopia del moderno; mostrare loro i monumenti che abbiamo eretto al nostro desiderio di grandezza e le crepe che questo ha lasciato. Perché non è il bello la chiave giusta per approcciarsi a Taranto, ma il sublime, che è meraviglia e sgomento insieme. E soprattutto porsi davanti al Novecento è necessario per affrontare la sua eredità più pesante: il vuoto.

Questo non è esclusiva di noi tarantini: tutto l’Occidente se lo è trovato davanti quando la promessa di felicità infinita portata dalla modernità si è rivelata illusoria. Anche noi ci avevamo creduto, costruendo la nostra città su quella spinta. Ora però non ha più molto senso coltivare altre illusioni: nel vuoto ci tocca stare. Certo, forse non avremo più progetti titanici a cui votarci, e senz’altro dovremo riconoscere la nostra fragilità di individui e di comunità. Ma è proprio qui che potrebbe iniziare una nuova storia: dal prenderci cura gli uni degli altri, concentrandoci sulle ferite materiali e morali che lo stesso Novecento ci ha lasciato. Essere polis, che definisce giorno per giorno il senso dello stare insieme. Senza miti né idoli né eroi: solo donne e uomini che, qui ed ora, costruiscono la casa comune.

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