17 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Ottobre 2021 alle 14:59:00

Agorà

Tutelare i più deboli con l’assistenza domiciliare


La pandemia, in quasi tutti i settori su cui si è abbattuta, ha esacerbato le problematiche e le difficoltà preesistenti e sono stati proprio i soggetti più fragili ad esserne più colpiti. Valga per tutti l’esempio degli anziani, in particolare quelli ospitati in residenze sanitarie assistenziali. Un recente Rapporto OCSE, ha puntato i riflettori sulla “Long-Term Care” rilevando che la maggior parte dei decessi per Covid-19 si è verificata tra la popolazione anziana, specialmente quella di età superiore a ottanta anni, che rappresenta il 50% di coloro che ricevono assistenza a lungo termine. La distinzione tra le diverse aree del welfare è un corollario dell’architettura della nostra Costituzione, che nella prima parte reca una serie di disposizioni che garantiscono singolarmente i vari diritti sociali: il diritto alla salute, all’assistenza sociale e alla previdenza attraverso una differenziazione e graduazione delle tutele apprestate dal sistema di welfare. Tuttavia i vari diritti sociali, non sono affermati con la stessa forza. Il diritto all’assistenza sociale è sancito in maniera meno incisiva di quello alla salute.

Tuttavia il valore della persona rappresenta il “collante” di tutte le politiche e gli interventi in materia di servizi sociali, pertanto le prestazioni volte a soddisfare le necessità dell’individuo non possono che modularsi in ragione delle sue esigenze e debbono essere interconnesse e integrate. Ne consegue il principio su cui si fonda l’evoluzione della disciplina in materia di integrazione socio-sanitaria, che si propone di far fronte ad istanze composite sia di tipo sanitario che di protezione sociale attraverso percorsi assistenziali integrati. Oggi, grazie a questi sviluppi, le prestazioni socio-sanitarie, sono divenute parte dei «livelli essenziali delle prestazioni» e, nello specifico, dei c.d. Lea (Livelli essenziali di assistenza sono le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini), come previsto dal d.p.c.m. 12 gennaio 2017. In particolare l’art. 21, che articola l’integrazione socio-sanitaria in “percorsi assistenziali domiciliari, territoriali, semiresidenziali e residenziali”, contempla “l’erogazione congiunta di attività e prestazioni afferenti all’area sanitaria e all’area dei servizi sociali” e stabilisce che “il Servizio sanitario nazionale garantisce l’accesso unitario ai servizi sanitari e sociali, la presa in carico della persona e la valutazione multidimensionale dei bisogni, sotto il profilo clinico, funzionale e sociale”, attraverso l’elaborazione di un progetto individuale di assistenza, che tiene conto delle necessità terapeutico-riabilitative e assistenziali della persona, “con il coinvolgimento di tutte le componenti dell’offerta sanitaria, sociosanitaria e sociale, del paziente e della sua famiglia”.

Il progetto individuale deve altresì tenere in considerazione l’intensità, la complessità e la durata delle prestazioni da fornire. La sua realizzazione/gestione coinvolge tanto l’amministrazione sanitaria quanto i comuni, secondo soluzioni organizzative suscettibili di una grande variabilità a seconda delle regioni. la Regione Puglia, nell’esercitare la propria autonomia nelle scelte organizzative e operative nella gestione della cronicità, introdusse il “Chronic Care”, Progetto obiettivo a valere sul Fondo Sanitario Regionale. Programmazione per il triennio 2017/2019” per realizzare il “modello regionale per la presa in carico di pazienti con patologie croniche che richiedono una continuità di assistenza per periodi di lunga durata, finalizzato al miglioramento della qualità di vita dei pazienti attraverso una stabilizzazione del quadro clinico con conseguente prevenzione delle complicanze e disabilità”. Tale “modello” non ha raggiunto risultati soddisfacenti. La stessa AReSS Puglia, ne ha certificato il “fallimento” e dal suo conto l’OPI di Bari, in più occasioni, aveva avanzato forti dubbi, e non in maniera aprioristica, sulla bontà di questa sperimentazione.

Allo scopo di rafforzare la gestione “a casa” dei pazienti affetti da Covid-19 per i quali non è necessario il ricovero ospedaliero, sono state istituite le Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA) (art. 8, d.l. 9 marzo 2020, n. 14 e art. 4 bis, d.l. 17 marzo 2020, n. 18, convertito con modificazioni dalla l. 24 aprile 2020, n. 2730). A queste sono state dapprima attribuite solo competenze di tipo sanitario, in una logica di potenziamento dell’assistenza territoriale, impostazione che emerge anche dall’esame della composizione delle stesse, comprendente personale sanitario. Ben presto, però, si è fatta strada l’esigenza di assicurare ai soggetti assistiti a domicilio anche prestazioni socio-sanitarie integrate. Il Decreto rilancio ha quindi affidato alle Aziende sanitarie, tramite i distretti, il compito di «implementare le attività di assistenza domiciliare integrata o equivalenti per i pazienti in isolamento» (art. 1, comma 3). In particolare, si è prescritto che le regioni incrementino e indirizzino azioni terapeutiche e assistenziali a livello domiciliare rivolte non solo ai soggetti contagiati, ma anche a «tutte le persone fragili la cui condizione risulta aggravata dall’emergenza in corso»: un rafforzamento, quindi, dei «servizi di assistenza domiciliare integrata per i pazienti in isolamento domiciliare o quarantenati nonché per i soggetti cronici, disabili, con disturbi mentali, con dipendenze patologiche, non autosufficienti, con bisogni di cure palliative, di terapia del dolore, e in generale per le situazioni di fragilità tutelate ai sensi del Capo IV del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 12 gennaio 2017 “Definizione e aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza”» (art. 1, comma 4).

L’omissione degli aspetti sociali non è da sottovalutare: basti pensare alle necessità correlate al supporto nella vita quotidiana e alle problematiche scaturenti dall’isolamento sociale e dalla solitudine. Le Unità speciali di continuità assistenziale sono state di conseguenza attratte nel sistema dei servizi socio-sanitari di tipo integrato, scelta confermata dalla legge di conversione. Quest’ultima, sempre nell’ottica di potenziare l’assistenza sul territorio e in particolare quella domiciliare, soprattutto per dare tutela ai soggetti più indifesi, ha inoltre previsto che il Ministero della salute, sulla base di un atto di intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, coordini la sperimentazione, per il biennio 2020-2021, di «strutture di prossimità per la promozione della salute e per la prevenzione, nonché per la presa in carico e la riabilitazione delle categorie di persone più fragili, ispirate al principio della piena integrazione socio-sanitaria, con il coinvolgimento delle istituzioni presenti nel territorio, del volontariato locale e degli enti del Terzo settore senza scopo di lucro» (art. 1, comma 4 bis, d.l. 34/2020 cit., introdotto dalla l. 77/2020.

Di tale disposizione merita di essere rimarcato anche il coinvolgimento del Terzo settore e, più specificamente, del volontariato, che gioca un ruolo fondamentale nel contrastare l’eccessiva “sanitarizzazione” dei servizi socio-sanitari, promuovendo l’inclusione o, nel caso, il reinserimento della persona nel proprio contesto socio-relazionale. Bisogna andare oltre l’emergenza, riacquistare una visione strategica per affrontare quelle che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce “le nuove epidemie”: le Cronicità, la Non Autosufficienza, il disagio mentale, e che riguardano le persone più esposte anche ai rischi e alle conseguenze dell’emergenza da Covid19. Tema centrale è dove reperire le risorse. Vanno usate sia le risorse del “Recovery Fund che il MES, che sono una grande opportunità che non può essere sprecata. Devono essere finalizzate alla realizzazione di progetti guidati da una forte regia nazionale e con il coinvolgimento della Conferenza delle regioni e delle parti sociali. Va superato ogni indugio nell’utilizzo delle risorse messe a disposizione dal Mes, perché i 37 miliardi del MES, che corrispondono esattamente ai tagli effettuati nella sanità pubblica negli ultimi dieci anni, sono un’occasione velocemente attuabile e irripetibile per ammodernare e rafforzare il Sistema Sanitario Italiano.

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