06 Marzo 2021 - Ultimo aggiornamento il: 05 Marzo 2021 alle 18:00:25


E, dunque, ci siamo. Il governo c’è! Qualche riflessione sulla sua composizione e le sue conseguenze politiche penso che sia oltremodo necessaria perché, come lo sport insegna, la squadra si fa per ottenere dei risultati già prefissati. E allora, qualche considerazione preliminare. Siamo passati da un governo di alleanza parlamentare PD, M5S, IV, LEU a un governo sostenuto da PD, M5S, IV, LEU più FI e Lega (altri appoggiano ma non sono nella compagine di governo). Il Presidente del Consiglio dei ministri (non premier, in Italia non esiste, ma si ripete spesso questo errore che non è da poco) non è più Giuseppe Conte, ma Mario Draghi. Divertiamoci un po’ e vediamo i Ministri da dove provengono.

Le regioni nel Conte 2 erano così rappresentate: 2 Puglia (compreso il Presidente); 5 Campania; 3 Sicilia, 2 Basilicata; 2 Emilia Romagna; 2 Lazio; 2 Piemonte; 1 a testa per Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Veneto: Totale 21 di cui 14 da Roma in giù, ossia più del 50%. Governo Draghi, invece: 8 Lombardia; 4 Veneto; 2 Lazio (compreso il Presidente); 2 Campania; 2 Basilicata; 2 Emilia Romagna; 1 a testa per Friuli Venezia Giulia, Liguria, Piemonte. Sul totale di 23 ben 17 sono al di là di Roma, pari al 75%. I freddi numeri ci dicono questo, ma essi vogliono dire molto altro. Come mai l’asse del governo si è spostato al Nord? A questa domanda possiamo rispondere vedendo quali ministeri importanti sono stati affidati a ministri provenienti dal Nord. Economia e finanze a Daniele Franco (Veneto); Sviluppo Economico a Giancarlo Giorgetti (Lombardia); Turismo a Massimo Garavaglia (Lombardia); Innovazione tecnologica a Vittorio Colao (Lombardia); Ambiente e tutela del territorio e del mare a Roberto Cingolani (Lombardia); Politiche agricole alimentari e forestali a Stefano Patuanelli (Friuli), Affari regionali e autonomie Maria Stella Gelmini (Lombardia). Già da questo elenco si può facilmente intuire che le politiche di sviluppo presenti nei famosi miliardi del Recovery plan (o PNRR) saranno gestiti dal Nord. Mi si obietterà che il governo è nazionale e, quindi, non è una questione geografica. Sarà pure così, ma qualche dubbio viene. Certo nel governo Conte 2 la folta presenza di ministri meridionali non ha dato granché al Sud, così come avrebbe potuto. Ora, però, sarà tutto molto più difficile.

Ciò che vuol dire a livello di rapporti Nord-Sud? La mai risolta questione meridionale si ripropone in tutta la sua fenomenologia tragica. E certo, ci sono da spendere più di 200 miliardi di euro e li facciamo gestire ad un governo di meridionali? Senza dubbio, no. Ecco perché secondo me la Lega ha voluto far parte della maggioranza di governo. La lega ha forti interessi nel commercio con le aree dell’Europa centrale (Germania, Olanda). Le vie di comunicazione (autostrade e ferrovie) consentono al Nord facilmente di commerciare con l’Europa. Le stesse industrie del Nord hanno come loro bacino di vendita le aree più ricche d’Europa. Il porto di Trieste (ministro Patuanelli) supporta ora quello di Amburgo. A Trieste l’area a caldo della Ferriera di Servola è stata spenta mentre a Taranto quella dell’Ilva, no. Di questi esempi se ne potrebbero fare tanti. Le università del Nord (Milano, Padova, Bologna, Torino) hanno avuto in tutti questi anni finanziamenti che hanno consentito di rinnovare gli organici quasi al 100% mentre le università meridionali hanno perso docenti, corsi di laurea e studenti. Al rettore Manfredi (Napoli, Federico II) è subentrata come ministro dell’Università la milanese della Bicocca Maria Cristina Messa. Non esiste una questione meridionale, allora?

Non penso proprio che il problema non sia il rapporto Nord-Sud. Si, ci siamo dentro fino al collo e dopo un parziale recupero del divario Nord-Sud con la Cassa per il Mezzogiorno ora le differenze aumentano e di molto pure, incidendo fortemente sui servizi, le infrastrutture, la sanità, l’assistenza sociale e via dicendo. Dunque, questione meridionale (si, nella sua formulazione gramsciana rende ancora tutta la sua drammaticità). Se è vero, com’è vero, che il Sud ha accumulato ritardi per le politiche fatte dagli anni Novanta del Novecento in poi, e con questo attuale governo non s’intravede niente di buono all’orizzonte, come possiamo pensare di invertire la rotta? Certo la presenza della Gelmini agli Affari regionali e autonomie la dice lunga e ben poco potrà fare la Carfagna al ministero Sud e coesione territoriale. Avremo le briciole. Che fare, dunque? Il discorso costruttivo è difficile e complesso. Difficile perché è necessario mettere insieme forze che insieme non sanno stare (maledetto individualismo del Sud), complesso perché bisogna essere capaci di leggere la realtà nella sua effettiva modalità di essere. Saremo capaci di far comprendere che l’economia del Sud sul Medioceano (Caracciolo definisce così il Mediterraneo) può essere una via privilegiata per superare il gap con il Nord e al tempo stesso può far crescere il PIL italiano nel suo complesso? Ammesso che noi meridionali ci impegnassimo in questo, siamo convinti che ce lo permetterebbero?

Dubito, l’Italia fa comodo che sia divisa tra un Nord ricco e un Sud povero. E sì, la povertà genera sudditanza, clientele, populismo, plebeismo. Noi meridionali siamo la riserva del Nord, e come tutte le riserve entriamo in gioco quando serviamo. Forniamo manodopera, cervelli e in cambio depauperamento e povertà. Che tristezza!!! Cambiamo i governi e si ripropone il problema ILVA. E’un destino amaro, l’Ilva sta lì, si dà stipendi, cassa integrazione, ma anche morte, veleni, ma sta lì e ogni governo rinvia il problema (a proposito dove sono i 5 stelle che dovevano chiudere le fonti inquinanti?). Che hanno fatto in parlamento? E l’Università a Taranto? Nella legge di Bilancio non c’è un euro. Ripeto: che tristezza!!! Chiudo così? No! “Ottimismo della volontà, pessimismo della ragione” (Gramsci, presa in prestito da Romain Rolland e questi a sua volta da I. Kant).

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