24 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Ottobre 2021 alle 22:59:00

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Ambiente Svenduto, le incongruenze di un processo alla politica

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Processo Ambiente Svenduto

“Non c’è dubbio che bisognerà intraprendere azioni innovative per migliorare l’efficienza della giustizia civile e penale quale servizio pubblico fondamentale che rispetti tutte le garanzie e i principi costituzionali che richiedono ad un tempo un processo giusto, di durata ragionevole in linea con la media degli altri paesi europei”. Il Presidente Mario Draghi nella replica al dibattito sulla fiducia alla Camera ha voluto esprimere un forte richiamo al tema della Giustizia, che appare in netta discontinuità rispetto alla gestione pentastellata di Bonafede.

Non a caso ha affidato l’incarico a Marta Cartabia, costituzionalista, giurista, che da Presidente della Corte Costituzionale, ha restituito un’idea di giustizia garantista, lontana dalla cultura giustizialista contemporanea, così abituata alla retorica del “buttare la chiave”. Il lungo applauso che ha accolto la dichiarazione di Mario Draghi esprime la consapevolezza del Parlamento di ridiscutere interamente quella delega, per porla al servizio di un’autentica volontà di riforma liberale e costituzionalmente orientata della prescrizione e della durata irragionevole dei processi nel nostro Paese. Anche a proposito della prescrizione e dei lunghi tempi che impiega la giustizia per emettere una sentenza di condanna o di assoluzione, la riforma Bonafede della prescrizione è stata giudicata dalla intera comunità dei giuristi italiani, un autentico oltraggio all’art. 111 della Costituzione. Una legge delega infarcita di interventi volti a limitare gravemente garanzie difensive del cittadino, e a mortificare le connotazioni peculiari del giusto processo. Una riforma che si accompagna a modifiche dell’ordinamento giudiziario di portata letteralmente devastante, quali un sistema elettorale destinato ad affidare il CSM interamente nelle mani dei Pubblici Ministeri, ed il definitivo affidamento agli uffici di Procura delle scelte di priorità delle politiche criminali.

La confessione-denuncia dettata da Luca Palamara ad Alessandro Sallusti sulla realtà impantanata in cui si muove la magistratura italiana, rappresenta lo squilibrio tra potere politico e magistratura che può essere accettato solo per chi si riconosce nel teorema Davigo: tutti gli innocenti sono in realtà colpevoli che l’hanno fatta franca. Col libro di Palamara si può essere polemici e critici. Si può sostenere che non è un’anima innocente che cerca anche lui di farla franca attenuando le proprie responsabilità, magari riciclandosi in politica. Ma quei fatti, fanno emergere una realtà che riduce drasticamente il prestigio della magistratura. È questo il problema da affrontare. Con questa consapevolezza osservo e seguo il maxi processo in Corte d’Assise… Il dibattimento pare non aver scalfito le certezze della Procura che ha chiesto 35 condanne per quasi quattro secoli di carcere. Richieste che arrivano a pochissimi giorni dalla sentenza con cui il Tar di Lecce ha ordinato lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo. È un processo dove si accusa l’intero sistema politico istituzionale di aver stretto un abbraccio mortale con Riva. Un giudizio politico che anticipa la sentenza.

Un teorema accusatorio che prescinde dai fatti e dalle specifiche responsabilità personali. Attenuanti generiche per nessuno, per quanto tutti incensurati. Per ciascuno dei capi area la richiesta dei PM è di 17 anni. La loro colpa “quella di andar la mattina al lavoro e far marciar gli impianti al massimo pur conoscendo le problematiche dei loro settori hanno ceduto alla logica del profitto aziendale e personale. Una nuova quanto originale lettura di quello che un tempo si chiamava “premio di produzione”, più recentemente definito “premio di risultato” previsto dai contratti di lavoro nazionali di settore e trattato in quelli aziendali. L’articolo 1, commi da 182 a 189, della legge 28 dicembre 2015, n. 208 (Legge di Stabilità 2016) ha reintrodotto, a decorrere dal 2016, un sistema di tassazione agevolata, consistente nell’applicazione di un’imposta sostitutiva dell’IRPEF e delle relative addizionali in misura pari al 10 per cento per i premi di risultato erogati ai dipendenti del settore privato. Bruno Ferrante, già vice capo della polizia, capo di gabinetto del Ministero dell’Interno, prefetto di Milano, nominato presidente di Ilva il 10 luglio 2012, come figura istituzionale di garanzia rimosso con ordinanza del Gip il 12 agosto 2012. Per lui sono stati chiesti 17 anni di carcere per una eventuale responsabilità attribuibile a un mese circa di funzione.

Una quantificazione della pena che non appare comparabile con quanto affermato dall’attuale Ministro della Giustizia Marta Cartabia, da Presidente della Corte Costituzionale: “il volto costituzionale della pena”, che mira a realizzare il rispetto dei tre principi di «proporzionalità, flessibilità della pena e individualizzazione», in modo da evitare rispettivamente pene eccessive, fisse e inflessibili nel corso dell’esecuzione. Giorgio Assennato, stimato, competente direttore di Arpa Puglia, da una parte concusso e dall’altra imputato di favoreggiamento per aver smentito e negato l’ipotizzata concussione di Niki Vendola. Un paradosso nel paradosso. Il giurista americano Frenkel ha dedicato quasi una vita di studi a spiegare i pericoli del processo accusatorio le cui regole del gioco sono congegnate per sacrificare la verità… Su Gianni Florido ho scritto più volte che al suo posto, con una comune storia sindacale e amministrativa, avrei avuto lo stesso identico comportamento.

Da Presidente della Provincia non ha mai imposto e tantomeno sollecitato, l’autorizzazione all’utilizzo delle discariche interne alla fabbrica. Ha giustamente preteso, nell’ambito dei suoi doveri istituzionali, il confronto-contraddittorio delle parti sul merito. Si può intravedere in questo comportamento il tentativo di concussione? Un’autorizzazione, mai data e sulla quale si è fatta una legge otto anni fa che l’ha resa operativa. Se così fosse analogamente varrebbe per la decisione che nel 2013 arrivò grazie a uno dei numerosi decreti “Salva Ilva” varati dai diversi Governi che dal 2012 a oggi hanno dovuto confrontarsi con l’eterno nodo “salute lavoro”. Non aspetterò la sentenza per schierarmi al fianco di una persona, un amico, di cui conosco onestà, competenza, rigore morale! Non aspetterò la sentenza perché questo incubo io l’ho già vissuto sulla mia pelle: “sussistono le condizioni ed i presupposti per il riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione nei confronti di Venturini Alfredo, atteso che dagli atti processuali non possono ritenersi acquisiti elementi tali da far ritenere che il ricorrente abbia in alcun modo dato o concorso a dare causa per dolo o colpa grave alla emissione o al mantenimento restrittivo nei suoi confronti, mentre le accuse contro di lui sono risultate, al vaglio dibattimentale, del tutto prive di fondamento;” (Corte di Appello di Lecce – Sez. dist. Di Taranto 7 giugno 2010) Parlo a chi sa.

Un giorno ormai prossimo finirà. E quando sarà finita sarai sempre lo stesso uomo, con gli stessi valori e le stesse ansie di cambiamento…anche se questa amara esperienza lascerà un segno profondo: “Sarai solo più vecchio avendo perso anni che mai nulla e nessuno potranno restituirti. Grazie a colpevolisti e giustizieri da gogna che al diritto hanno sostituito la teoria del capro espiatorio per tacitare la piazza e uccidere ragione e verità! E quindi dopo le motivazioni dell’accusa e le richieste di pena, prima che la Corte si esprima, l’ultimo a prendere la parola sarà il difensore dell’imputato, che avrà la possibilità, in questo modo, di contestare le argomentazioni conclusive di chi lo ha preceduto, con il compito di fornire una versione dei fatti profondamente diversa da quella descritta dal Pubblico Ministero. Intanto, il nodo “salute lavoro” resta irrisolto.

Salvo che non si voglia lasciar fare alla Magistratura, quella amministrativa, che ha ordinato lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo, confermando una ordinanza del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, e quella penale che ha chiesto la confisca degli impianti, che pregiudica l’accordo Invitalia del 10 dicembre 2020, circa l’ingresso dello Stato nel capitale. ArcelorMittal ha subordinato l’acquisto, entro maggio 2022, dei rami di azienda di Ilva dall’amministrazione straordinaria, al superamento di dissequestri e vincoli giudiziari. Su questo si esprimerà la Cassazione. Non sarà il Ministero della transizione ecologica, l’ultima “supercazzola” di Beppe Grillo, a favorirne la soluzione. La svolta green per mano pubblica rappresenta una speranza. Il risultato, per quello che ci è dato di conoscere, è decisamente più circoscritto rispetto all’annuncio. Si sa che dentro lo stabilimento di Taranto sarà installato un forno elettrico. Non si sa però quando il forno sarà pronto e quando la produzione a carbone sarà affiancata dall’elettrico. Così come non si sa quando si inizierà ad usare il preridotto collegato a una nuova linea di produzione, esterna al perimetro aziendale.

Anche qui il come e il quando sono da definire. Quello che si sa è che circa un terzo della produzione di acciaio avverrà “con emissioni ridotte”. Comunque la produzione verde arriverà al massimo a circa un terzo della produzione. Il che significa che il ritorno dello Stato nell’acciaio non sancisce la nascita dell’Ilva verde. Introduce un elemento di innovazione importante dal punto di vista dell’ambiente e dell’inquinamento, ma la traccia principale della produzione a Taranto resterà quella dell’acciaio fatto con il carbone. Quello che ha segnato la storia del centro siderurgico. L’azzardo dell’intervento statale è tutto qui, nel ritenere già chiuso il raggiungimento dell’equilibrio tra le ragioni dell’ambiente e quelle dell’economia. Un equilibrio che dovrà esprimersi compiutamente attraverso il piano industriale e quello ambientale. Dalle pagine di questo giornale, esperti e conoscitori, a vario titolo, di quello stabilimento, manager, autorevoli tecnici conduttori e progettisti impiantisti della siderurgia pubblica e privata hanno fornito una pacata quanto competente riflessione, avanzando proposte fondate su una appropriata conoscenza.

Fra questi con Giorgio Assennato e Biagio De Marzo abbiamo più volte in questi anni individuato nella Valutazione di Impatto Sanitario preventiva per lo stabilimento siderurgico di Taranto( Linee guida per la VIS ISTISAN 19/9 – D.Lo 104/2017”,oggi obbligatorie solo per una “specifica categoria” di impianti), lo strumento obbligato per conoscere, preventivamente, il rischio sanitario indotto dalle emissioni degli impianti e indicare i relativi correttivi impiantistici o di processo per la definizione del danno accettabile dal quale non si può prescindere per ricostruire un dialogo proficuo e rasserenante tra fabbrica, territorio e Istituzioni. E’ l’unica strada percorribile per andare avanti. Tutti gli istituti economici più attenti guardano al mezzogiorno come piattaforma dell’Europa nel mediterraneo per lo scambio tra materie prime, semilavorati provenienti dall’oriente e prodotti finiti delle industrie UE. La next generation Ue rappresenta per il mezzogiorno e per Taranto una occasione irripetibile. La ripresa possibile del post pandemia non potrà prescindere dall’acciaio. Il problema resta se continuare a produrlo a Taranto e come produrlo…

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