12 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 12 Aprile 2021 alle 07:19:17

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Il bozzetto originale in bronzo del monumento a Paisiello di Nino Franchina

I l 13 luglio 1951 viene eletto sindaco di Taranto Nicola De Falco che, nei cinque anni durante i quali guida la città, è tutto sommato un mediocre amministratore. Amministra la città sanza infamia e senza lode. Ma due fatti gravissimi lo caratterizzano in negativo: l’inizio del sacco di Viale Virgilio con l’autorizzazione alla costruzione dell’ecomostro e l’oscurantistica battaglia per sottrarre a Nino Franchina la vittoria per il suo bozzetto nel concorso per il monumento a Paisiello. Soffermiamoci su quest’ultima e raccontiamone i dettagli.

Nel 1940, nel bicentenario della nascita di Giovanni Paisiello, il Podestà marchese Raffaele Giovinazzi, aveva deciso di erigere all’insigne musicista e nostro concittadino un monumento celebrativo e ne aveva affidato la realizzazione allo scultore Pietro Canonica, torinese, nato nel 1869 e morto nel 1959, famoso per le sue opere nel campo dei monumenti funerari e celebrativi, esponente di spicco di quel classicismo di maniera ormai superato negli anni dall’avanguardia del secondo dopoguerra. Ma l’inizio del secondo conflitto mondiale aveva fatto ovviamente accantonare il progetto perché majora premebant. Finita la guerra esso venne ripescato dall’Amministrazione De Falco. Siamo sul finire del 1955 e le cose sono cambiate. La cultura è andata avanti e nuove correnti di pensiero in campo artistico si sono affermate. Per questa ragione il Sindaco abbandona l’idea del progetto Canonica e consulta alcuni importanti artisti, tra questi Francesco Messina e Giacomo Manzù per affidare a loro la redazione del progetto. Non viene a capo di nulla poiché gli artisti in questione chiedono molto come onorario. De Falco decide allora di bandire un regolare concorso di idee affidando il compito di gestire l’operazione ad Antonio Rizzo che ha l’esperienza giusta per condurre un’operazione culturale di quel livello essendo egli un intellettuale di prim’ordine ed avendo organizzato con grande successo negli anni tra il ’49 e il ’52 il prestigioso Premio Taranto. Viene nominata una giuria di altissimo livello composta, oltre che dai rappresentanti dell’Amministrazione comunale, da Cesare Brandi, Raffaele Carrieri, Pericle Fazzini, Ignazio Cordella, Virgilio Guzzi, Marco Valsecchi e Bruno Zevi.

Al concorso partecipano scultori di grande fama come Franchina, Minguzzi, Leonciello, Mazzacurati. La giuria sceglie il bozzetto di Nino Franchina e dell’architetto Ugo Sissa. Esso rappresenta una figura musicale danzante che sale senza materia verso il cielo, espressione di pura arte astratta. La scelta per la collocazione del monumento cade su Piazza Castello, davanti al Municipio e al Castello Aragonese. Il verdetto della giuria non piace però a molti, compreso il sindaco De Falco il quale, conscio della propria obiettiva modestia culturale, si affida alle valutazioni artistiche della Commissione cultura del suo partito, il PCI, diretta da Mario Alicata che però è ancora molto indietro rispetto alla cultura delle avanguardie in materia di pittura e scultura. De Falco quindi su ordine del PCI nazionale impugna la decisione della giuria ricorrendo ad un pretesto formale e sostenendo che nella conduzione dei lavori della commissione non è stato rispettato appieno il regolamento del concorso a causa di deliberazioni non regolari per l’assenza di uno dei commissari, ritardi nella consegna dei bozzetti, proroghe concesse ad alcuni concorrenti e non ad altri. Pretesti ingiustificati ed ingiustificabili. Ma in realtà cosa era successo? La verità era che il bozzetto era troppo avanti per piacere e per essere capito da chi di arte contemporanea non sapeva nulla e da chi come Togliatti, pur disponendo di intelligenza e cultura per capire, era rimasto a Zdanov e al realismo socialista. Ma anche i cosiddetti intellettuali della città ci misero del loro, legati com’erano alla cultura della pettola, cultura deteriore dura a morire ancora ai nostri giorni. Basti ricordare le definizioni che da più parti furono date al bozzetto di Franchina, “u’ tirabusciò”, “ a ponde de trapane” “Il cavaturaccioli” e altre amenità del genere.

La verità è che il bozzetto di Franchina, espressione di arte astratta, non viene compreso né dai rappresentanti dell’Amministrazione comunale né dalla cultura tarantina dell’epoca legata ancora ad una visione classicistica dell’arte e quindi impermeabile a qualsiasi novità compresa ovviamente l’arte moderna e d’avanguardia. E avvenne ciò che non avrebbe dovuto mai avvenire. Il Sindaco De Falco annullò il verdetto della giuria e il concorso. È lo stesso De Falco a raccontare candidamente a Nicola Caputo nel suo bel libro “Parola di sindaco” come andarono i fatti. “In effetti, dice De Falco a Caputo, il responsabile del settore culturale del mio partito mi aveva telefonato per dirmi che quel bozzetto, quello di Franchina, era qualcosa di incomprensibile, che la gente non avrebbe mai accettato, che insomma bisognava trovare un’altra soluzione. Io mi sforzavo di far capire anche a lui che al traguardo di una diversa soluzione si poteva giungere lo stesso percorrendo però un’altra strada: quella della violazione di alcune norme del regolamento senza per questo mettere in discussione la validità dell’opera di Franchina”. Successe il putiferio e la città dimostrò di appartenere al medioevo della cultura italiana. Sull’argomento c’è un lunghissimo carteggio tra Antonio Rizzo e il fior fiore degli artisti e dei maggiori uomini di cultura italiani che sfogano con lui la loro amarezza. Il carteggio è raccolto da Aldo Perrone nel suo “Lettere ad Antonio Rizzo” edito dal Gruppo Taranto e pubblicato in margine alla Mostra documentaria del Fondo Antonio Rizzo ordinata a cura del Gruppo Taranto e dell’Amministrazione provinciale di Taranto tra l’ottobre e il novembre del 1992.

Tra tutte quelle lettere mi piace citare quella di Raffaele Carrieri che scrive a Rizzo: “Caro Antonio, ciò che accade a Taranto è proprio incredibile. C’è da arrossire di vergogna. Abbiamo compiuto il nostro dovere con assoluta serietà, competenza e probità. Il concorso per il monumento a Paisiello è naufragato per insulse quisquilie mosse da facinorosi incompetenti”. Il monumento di Franchina a Paisiello non si farà mai e al suo posto sarà ripreso e realizzato il progetto originario del busto classicheggiante di Canonica. Il 15 febbraio del 1960, sindaco Angelo Monfredi, il monumento a Paisiello di Canonica sarà inaugurato e collocato in un giardino in Piazza Castello da dove sarà ulteriormente rimosso per essere trasferito sulla discesa del Vasto dove è attualmente sistemato e da dove da decenni guarda corrucciato il canale e la città nuova. Ma a questi fatti c’è un’appendice più recente che vale la pena raccontare e sono di prima mano in quanto vissuti da me in prima persona. Correva il quinquennio 1985-1990 nel quale ho rivestito la carica di sindaco. Tra gli obiettivi del mio “volare alto”, slogan per il quale sono stato preso in giro per anni, c’era l’ambizione di voler fare di Taranto una città d’arte che potesse competere non con le maggiori città italiane dalle quali non ha nulla da imparare. L’obiettivo non era solo culturale ma riguardava l’individuazione di un’alternativa all’acciaio che, prima o dopo, io ne ero convinto già nel 1985, avrebbe collassato facendo sprofondare Taranto in una crisi irreversibile come poi puntualmente è avvenuto. Per questo avevo ravvisato nella cultura una possibile e praticabile alternativa all’acciaio come meccanismo di sviluppo per il suo effetto trainante sull’industria del turismo così come avviene per Firenze, Roma, Venezia ecc. Ma per fare questo non basta puntare sul grande patrimonio culturale di cui dispone la nostra città ma occorre creare nuove occasioni di cultura d’avanguardia in sintonia con i tempi e le correnti culturali e artistiche che evolvono nel tempo. Ci ho provato con cinque operazioni culturali aiutato dalla mia giunta e dal mio impareggiabile assessore alla cultura l’avvocato Franco De Feis.

Di queste operazioni due siamo riusciti a realizzarle e sono la mostra sugli Ori ellenistici di Taranto che ha riscosso un enorme successo nel mondo con le mostre a Milano, a Parigi, ad Amburgo e a Tokio e il recupero della fontana ottocentesca di Piazza Fontana su progetto dello scultore Nicola Carrino noto in tutto il mondo e misconosciuto proprio a Taranto, la sua città natale. La terza, quella di far ridisegnare a Giò Pomodoro Piazza Castello è riuscita a metà perché Pomodoro ha elaborato e consegnato alla città un meraviglioso progetto di rilettura di quella piazza realizzandone addirittura il plastico, la quarta e la quinta sono state due tentativi non riusciti per ragioni temporali. Avevamo individuato insieme a De Feis nel grande scultore contemporaneo Igor Mitoray colui che avrebbe potuto progettare le due gigantesche statue di Giove e di Ercole presenti nell’agorà di Taranto in epoca greca ma non abbiamo fatto in tempo poiché nel 1990 è terminato il mio mandato. Il quinto tentativo è stato la ripresa dei contatti con la famiglia di Nino Franchina per la realizzazione del monumento a Paisiello. Con in testa questo obiettivo io e il mio vice Sindaco Angelo Giudetti decidiamo di fare un viaggio a Roma per far visita alla moglie di Nino Franchina e tentare di convincerla a riprendere il discorso sulla realizzazione del monumento progettato dal marito. Io e Giudetti ci portiamo a Roma nello studio di Nino Franchina nel quale, dopo la morte del padre, opera il figlio anche lui scultore e gestito dalla moglie Gina Severini figlia del grande pittore Gino Severini. La nostra visita è un atto dovuto a questo grande artista per sanare il torto ancora aperto e mai sanato che la città gli ha procurato. Io e Giudetti ci presentiamo alla signora Severini-Franchina annunciandole la volontà da parte del Comune di Taranto di costruire un nuovo monumento a Paisiello su bozzetto del marito. Gina Severini ci accoglie con molta gentilezza, ci fa accomodare nello studio del marito e ci offre un bel tè con dei biscotti. È formalmente molto cortese, però così come è gentile e cortese nella forma è invece dura e perentoria nel tono della voce oltre che nella sostanza di quello che dice.

Ravviso nel tono della voce e nelle cose che dice un antico rancore mai sopito per quella vicenda che, sottolinea, “ha umiliato mio marito”. La ferita è ancora aperta e dovrò faticare molto per convincerla a riprendere quel discorso malamente interrotto. Intanto in un angolo vedo, esposto in bella mostra su una consolle, il modello in bronzo proprio di quel bozzetto segno che la ferita è ancora aperta. “No caro sindaco, non mi parli di Taranto. Questa la risposta della signora Franchina alla mia proposta di realizzare il monumento. “Per noi la vicenda è chiusa poiché ci ha procurato solo amarezze”. Io rispondo che la mia presenza sta a significare che la città fa ammenda di quell’errore e vuole riparare sanando un vulnus che se ha mortificato il marito certamente non ha fatto onore alla città. Non mi arrendo e provo ad insistere. “Le cose, cara signora, da allora sono completamente cambiate, c’è una nuova sensibilità artistica nella città che guarda con interesse all’arte di suo marito e la testimonianza di questo mutamento è la mia presenza qui a Roma che vuol dire due cose: la volontà di sanare quel vulnus e di riparare, realizzando sia pur in maniera postuma, il progetto di suo marito”.

Continuo illustrandole la mia idea di fare di Taranto una città d’arte e di illustrarla attraverso opere significative di arte contemporanea. Le cito l’opera di Carrino e i contatti con Giò Pomodoro e Igor Mitoraj. Gli parlo del successo internazionale della mostra degli ori ellenistici. Gina Severini ascolta attentamente ciò che le dico e dopo una lunga pausa di riflessione replica “Caro professore, da quello che lei dice e dalla passione che mette nel suo ragionamento noto in lei una certa sensibilità artistica e la volontà di fare della bellezza un investimento. Voglio crederle. Non mi faccia dare subito una risposta ma le garantisco che ci penserò e che prenderò in considerazione la sua proposta consigliandomi con mio figlio. Se decideremo di riprendere quel progetto le assicurerò la collaborazione di importanti artisti legati a mio marito e l’impegno di Bruno Zevi che collaborava con Nino”.

Questa signora piccola e minuta, cortesissima e raffinata si alza, si dirige verso la consolle sulla quale si trova il bozzetto in bronzo del monumento, lo prende e me lo porge sottolineando il suo gesto con queste parole “Caro professore, come pegno della sincerità di questa mia disponibilità le offro in dono questo preziosissimo bozzetto del monumento che è la versione in bronzo realizzata da Nino identica a quella in anticorodal. Ma a due condizioni. La prima: io faccio dono di questo bozzetto a lei come persona non come sindaco di Taranto poiché con la città il rapporto di fiducia sarà ricucito solo nel momento in cui sarà sanato quel vulnus e sarà realizzato il monumento. Fino ad allora io dialogo con lei in quanto persona non in quanto sindaco. La seconda: mi porti la delibera del Consiglio Comunale nella quale si decide la realizzazione del monumento di mio marito ed io le assicuro che verrò personalmente a Taranto insieme a mio figlio e a Bruno Zevi per dare corso all’opera”. Queste parole per me suonano come pietre perché da un lato mi lusingano come uomo ma mi mortificano come sindaco e come tarantino. Vorrei insistere ancora, strapparle una promessa più impegnativa ma capisco che se lo facessi correrei il rischio di perdere anche quel poco di fiducia che sono riuscito a riconquistare in questa straordinaria signora. Mi accontento. Prendo quel bozzetto certo come un dono personale poiché questo è il legato della signora Severini ma personalmente lo interpreto anche come un impegno a battermi perché quel monumento si faccia. In realtà non si farà proprio un bel niente poiché sono passati da allora quaranta anni e del monumento nemmeno l’ombra. Il resto è cronaca di un paio di anni fa.

Con una lettera inviata al Sindaco Melucci decido di donare, come mi sembra doveroso, il bozzetto di Nino Franchina al Comune di Taranto ma alle mie condizioni che sono state inserite nella delibera approvata dal Consiglio comunale e cioè che il bozzetto venga esposto adeguatamente in una teca all’interno della biblioteca Acclavio e custodito gelosamente affinchè non vada perduto. Questo in attesa che qualche illuminato amministratore si decida a realizzare il nuovo monumento a Paisiello secondo il bozzetto di Franchina. Se Taranto Buonasera intende sostenere questa iniziativa personalmente mi dichiaro disponibile a battermi in prima linea.

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