21 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Aprile 2021 alle 09:30:12

Agorà

Taranto nel riequilibrio geopolitico

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La stretta di mano tra il ministro Luigi Di Maio e il presidente cinese Xi Jinping

Sono passati circa quattro mesi da quando Giuseppe Conte, accompagnato dal sottosegretario Mario Turco, e dai Ministri Guerini, Speranza, De Micheli, Patuanelli, Manfredi, Provenzano e Sergio Costa, dopo l’accordo con la compagnia turca Yilport, le cui stime occupazionali e prospettive di movimentazioni merci sono state riviste al ribasso e i numeri occupazionali praticamente dimezzati, annunciava, nello scalo tarantino, la concessione quarantennale al gruppo Ferretti.

La storica azienda bolognese controllata per l’86% dalla società statale cinese Weichai Group, su un’area di 200.000 m² dello Yard ex Belleli, intende realizzare motori ed un centro ricerca, garantendo l’impiego di circa 400 persone che beneficerà di un aiuto pubblico importante, con una bonifica grazie a fondi pubblici di 15 milioni e un investimento di reindustrializzazione da poco meno di 100 milioni, in parte del Cis. Con la comprovata superficialità propria di quel governo, nel porto di Taranto si andava componendo un tassello strategico della partita geopolitica tra l’Occidente e la Cina, tanto da suscitare le contromisure del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), che a seguito dell’accordo chiedeva ai servizi di intelligence esterna (Aise) un nuovo dossier per valutare i rischi della presenza cinese nel porto che dista solo dieci miglia dall’area in cui si trovano le Standing Naval Forces (Snf) della Nato e le navi della missione Onu Irini. Conte, in quella occasione intese minimizzare i timori: “In passato ci si lamentava per l’invadenza delle multinazionali, oggi con il mondo globalizzato ci si preoccupa invece se gli investitori stranieri non arrivano. Ferretti è una società assolutamente italiana, eccetto per la partecipazione degli investitori, con management e lavoratori italiani. Se poi abbiamo deciso di sovietizzare il sistema economico, allora non sono d’accordo”.

La inaffidabilità di Conte, che con disinvoltura lo ha fatto saltare dall’agenda di Trump a quella di Biden emergeva ulteriormente, quando, nel suo ultimo discorso sulla fiducia alla Camera, ha di fatto equiparato il rapporto dell’Italia con Washington a quello con Pechino: “abbiamo la possibilità di offrire anche un importante contributo a un’utile azione di raccordo fra i principali attori internazionali, a partire naturalmente dagli Stati Uniti, che sono il nostro principale alleato, il nostro fondamentale partner strategico, ma anche dalla Cina, il cui innegabile rilievo sul piano globale ed economico va associato a rapporti coerenti”.

Segno evidente della presenza nella maggioranza e nel governo di un “partito cinese” con profonde ramificazioni nelle strutture dello Stato. Conte non c’è più. “L’atlantismo” del “Governo del Presidente” guidato da Mario Draghi rappresenta una delle cesure vere con le esperienze del recente passato: una rottura netta con certe tentazioni del Movimento 5 Stelle. Perché? Quattro anni di Trump hanno destabilizzato i rapporti tra gli Usa e gli europei. Trump ha ferocemente criticato gli alleati europei, rigettando come nessun altro presidente statunitense, del secondo dopoguerra, gli assunti di fondo dell’atlantismo, nei quali convergono non solo interessi strategici ed economici condivisi, ma anche una naturale comunanza di idee, valori e principi democratici. Trump ha presentato l’Unione Europea come “un nemico” e la Nato come “obsoleta”; ha sostenuto con entusiasmo la Brexit e auspicato fosse solo la prima tappa di una frammentazione dell’Europa. L’elezione di Biden costituisce quindi un’evidente opportunità per l’Europa e l’Unione Europea. L’amministrazione Biden intende rilanciare una forte collaborazione euro-statunitense sul multilateralismo che quasi sempre esalta la collaborazione tra Usa ed Europa e la sua importanza. Naturale domandarsi, a questo punto, quale ruolo potrà giocare l’Italia in questo mutato contesto, partendo dalla “consapevolezza geopolitica” di dove risiedono i nostri interessi. Possono essere collocati geograficamente lungo due grandi quadranti. Il primo parte dalla Germania, nostro principale partner commerciale, attraversa la direttrice del Brennero e da Trieste percorre i Balcani scendendo fino al Cairo, da dove poi si dirige ortogonalmente fino al Marocco, lungo l’intera costa nordafricana, dopo aver lambito Turchia e Libia.

Tale linea coincide altresì con l’inizio dell’altro quadrante, che procede dal Mediterraneo al Libano, percorre il Medio Oriente giungendo in Iraq e Afghanistan fino ad arrivare in India. Da lì parte la diagonale che giunge alle coste atlantiche dell’Africa subsahariana fino alla Nigeria, nostro secondo partner commerciale della regione dopo il Sudafrica, e infine verso un’area d’importanza strategica crescente per il nostro paese, ovvero il Sud-Est-Asiatico. L’ampiezza e la multiformità dei nostri interessi, così geopoliticamente rappresentati, ci impongono un impegno vigile volto a scongiurare pericolose tendenze.

L’amministrazione Biden continuerà a vedere nell’ascesa della Cina la principale sfida strategica per gli Stati Uniti e chiederà all’Europa di schierarsi. L’avvio della presidenza di Draghi segue a breve distanza l’inizio dell’era Biden negli Stati Uniti che ha speso parole di apprezzamento per il capo del governo italiano, e non ha nascosto l’entusiasmo dell’Amministrazione USA per il nuovo corso politico italiano che Draghi ha definito “un multilateralismo più efficace”, e che trova nelle Nazioni Unite la pietra angolare del sistema. I cambiamenti in atto nel Mediterraneo impongono di considerare le opportunità che l’Europa del Sud potrebbe cogliere grazie alla sua posizione geografica, con un ruolo da protagonista nel riassetto degli equilibri internazionali, nonché di determinare le importanti occasioni di sviluppo economico, sociale, culturale, demografico e umano all’interno di tutta l’area mediterranea, dove transita oltre la metà del traffico marittimo globale diretto verso i porti del Nord Europa, senz’altro molto più efficienti in termini di servizi e di costruzione di un ecosistema positivo agli investimenti. Condizioni imprescindibili per conferire all’Europa meridionale una più ampia sovranità per sviluppare e rendere operativo il quadro delle reti Ten (reti di trasporto transeuropee) che permettono di seguire, intercettare e indirizzare i nuovi trend geoeconomici e geopolitici, dai quali il Mediterraneo allargato non può essere escluso, pena la perdita per l’intera Europa di un hub straordinario per riconquistare un ruolo centrale nel traffico commerciale marittimo e nella gestione degli approvvigionamenti energetici. Le realtà portuali del Mezzogiorno non hanno avuto nessun supporto per diventare competitive nel teatro economico del Mediterraneo, consentendo nel frattempo la crescita di porti come Algeciras, Valencia e Pireo (15 milioni di TEU in soli tre porti mentre il nostro Paese è fermo a 10 milioni di TEU); i porti sono il tassello fondamentale attorno al quale si gioca in Italia la partita fra Cina e Stati Uniti. Se consideriamo la vicinanza al terminale del gasdotto Tap/ Tanap in arrivo da Azerbajian via Turchia, Grecia e Albania, si capisce perché Taranto assuma un rilievo particolare. La Cina sta compiendo la riconversione dei processi produttivi e ha bisogno di nuovi mercati in cui piazzare acciaio in sovrapproduzione. Possedere una piattaforma siderurgica nel Mediterraneo è un grande vantaggio per un mercato che considera l’Africa per lo sviluppo della nuova via della seta marittima.

L’Ilva è una grande piattaforma nel Mediterraneo per vendere l’acciaio prodotto in Cina La Cina già possiede i porti di Valencia, Bilbao, Bur Said, Alessandria, Haifa, Gibuti, e ha partecipazioni significative a Rotterdam e Suez. Lo scalo portuale tarantino è uno dei più importanti in Italia, situato nel cuore del Mediterraneo, a cavallo delle rotte commerciali euromediterranee. Situato a 172 miglia nautiche dalla rotta Suez-Gibilterra, il grande serpentone mercantile del Mare Nostrum, ed è per questo caduto nell’orbita del capitale di Stato cinese interessato ad espandere le reti commerciali di Pechino nei “mari caldi”. Sono i rischi evidenti della pericolosa deindustrializzazione che ha fortemente ridimensionato il know how dell’industria italiana. Il rischio che stiamo vivendo, di chiusura dello stabilimento siderurgico tarantino ha ripercussione pesantissime e prevedibili su tutto il sistema produttivo del paese. La produzione di acciaio è irrinunciabile per qualsiasi Paese industrializzato. Il treno correva senza conduttore nelle mani di spregiudicati improvvisatori…

Alfredo Venturini

1 Commento
  1. Pino Cosmai 4 settimane ago
    Reply

    Realistico…..
    Da divulgare…!

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