22 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Aprile 2021 alle 15:06:21

Agorà

Ecco perché un ambientalista rimane industrialista

foto di Una delle affollate manifestazioni del movimento Altamareaq
Una delle affollate manifestazioni del movimento Altamarea

Caro direttore, qualcuno ha rilevato, con un pizzico di malizia, che nel mio breve curriculum, riportato in calce all’articolo di Buonasera del 11 marzo 2021 sulla proposta di quattro ex dirigenti ex Italsider/Ilva per un’acciaieria tutta elettrica, manca ogni accenno al mio essere stato per anni uno dei protagonisti del movimento ambientalista tarantino. L’«industrialista» ha obnubilato l’«ambientalista»? No, in me l’«ambientalista» è rimasto «industrialista», perché sempre più convinto che la scienza e la tecnica sono in grado di trovare soluzioni per risolvere problemi ambientali inerenti impianti industriali. Su questo mio incrollabile convincimento riporto una lettera del 2011 che, nel periodo più caldo della lotta per l’AIA di Ilva, scrissi a Paola D’Andria, presidente di AIL Taranto e pilastro fondamentale di Altamarea di cui ero presidente. Anni dopo mi dimisi da Altamarea dove nel frattempo aveva prevalso l’ala «oltranzista».

Cara Paola, la risposta alla tua domanda è quella che in svariate occasioni ti ho dato, seppure in pillole. Ora te ne do un altro po’ su base scientifica, superando il timore di essere accusato di fare discorsi volutamente difficili e strumentali. Se hai dubbi sulla mia onestà intellettuale e morale, ti prego, smetti di andare avanti nella lettura di queste succinte annotazioni. Se invece non hai dubbi, vai avanti e poi fammi tutte le domande che vuoi. Nell’ultima fase della mia vita professionale (nel complesso abbastanza variegata) sono diventato uno specialista di FMECA. Qui sotto riporto come Wikipedia descrive la FMECA. LA FMECA (acronimo dell’inglese Failure Mode, Effects, and Criticality Analysis – Analisi dei modi, degli effetti e della criticità dei guasti) è una estensione della FMEA (Failure Mode and Effects Analysis), in aggiunta alla quale include un’analisi di criticità usata per valutare, mediante opportuni diagrammi, la gravità delle conseguenze di un guasto correlata con la probabilità del suo verificarsi. L’analisi, che viene utilizzata nei settori più diversi, mette in evidenza le modalità di guasto che hanno nello stesso tempo una probabilità di accadere relativamente alta, unita ad un’alta gravità di conseguenze.

Mette, quindi, in evidenza i punti di debolezza di un progetto, sui quali occorre intervenire con adeguate modifiche prima della sua realizzazione. Questa metodologia fu sviluppata nel 1949, durante il progetto del programma spaziale Apollo, allo scopo di prevedere il comportamento al guasto dei sistemi e adottare conseguentemente le necessarie contromisure. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, successivamente, ha realizzato la MIL-STD -1629A (Military Standard) la quale, nata in ambiente navale (US Navy), contiene gli scopi, le procedure e lo sviluppo della metodologia FMECA. La MIL-STD 1629A è stata in seguito aggiornata fino al 1984. La FMECA viene talvolta tradotta in italiano con MAGEC e in francese con AMEDEC. Il significato dell’acronimo rimane però identico nelle diverse lingue, ossia: “Analisi dei modi di guasto, degli effetti e delle loro criticità”; tuttavia viene generalmente mantenuto l’acronimo inglese, che ha ormai assunto valenza internazionale. La FMECA fu utilizzata per la prima volta in Italia dal gruppo Fiat Auto, nel corso di un progetto TPM nel 1985.

Nel mio periodo milanese, con Cattaneo, Furlanetto, Mastriforti ed altri studiosi ed esperti sono stato coautore del “Manuale di manutenzione degli impianti industriali e servizi”, edito nel 1998 da FrancoAngeli Editore (mi pare che ancora oggi sia in catalogo). E’ un mattone di oltre 800 pagine del quale ho scritto tre capitoli importanti per un totale di circa 120 pagine. In quel Manuale ho cominciato, unico tra gli autori, a teorizzare sull’attenzione dovuta ai problemi che la cattiva progettazione e costruzione degli impianti ed il loro successivo funzionamento causavano oltre che alla produzione anche alla sicurezza dei lavoratori e all’ambiente. Finita l’avventura in Falck mi sono concentrato sulla FMECA da applicare a 360 gradi per una progettazione, realizzazione e gestione degli impianti sotto i vari punti di vista; in quelle circostanze le condizioni di sicurezza dei lavoratori e il rispetto delle norme sull’inquinamento interno ed esterno non erano negoziabili per definizione. Ho scritto manuali su queste cose e con CEGOS SpA, una grossa società di consulenza e formazione di alto livello ho fornito consulenza manageriale e tecnicooperativa ad aziende di settori vari nel nord e centro Italia, 0 spaccato a sud e nelle isole, tanto per cambiare (Facciamo una scommessa: chiediamo a 10 tecnici tarantini se sanno cos’è la FMECA. Io dico che risponderanno più o meno bene non più di 2.) Quando per motivi famigliari tornai a Taranto, conobbi Alessandro Marescotti che avendo letto alcune cose mie, mi chiese di collaborare con lui nella preparazione del secondo dossier sulla diossina emessa dall’impianto di agglomerazione dell’Ilva di cui fino a quel momento ero completamente all’oscuro. Il seguito della storia ti è noto perché l’hai conosciuta in fase, almeno dall’estate 2007 in avanti.

Dalla mia esperienza professionale nasce, quindi, la mia fiducia profonda nel fatto che l’inquinamento è tecnicamente e tecnologicamente neutralizzabile, purchè venga affrontato con rigore tecnico e scientifico e senza limiti di spesa o di sacrifici sulla quantità di produzione e senza ricatti economico-occupazionali. Per questo credo che per l’Ilva di Taranto non sarò mai dalla parte di chi “vuole chiudere tutto, senza se e senza ma”. Io sarò per la chiusura se proprietà e Stato saranno incapaci di neutralizzare, in un decente lasso di tempo, l’inquinamento non perché non ci sono soluzioni tecniche ma perché non c’è né la volontà, né i soldi che servono per mettere veramente a posto scarichi a mare, agglomerazione, acciaierie, parchi primari e soprattutto cokeria (delocalizzazione), come, peraltro, abbiamo scritto e detto a Roma in Conferenza dei Servizi. In merito a chi deve tirare fuori la montagna di quattrini che servono, la mia posizione è sempre la stessa da 17 anni, da quando, cioè, si profilò in concreto la privatizzazione e ne scrissi a Giuliano Ferrara allora ministro dei rapporti con il Parlamento del 1° governo Berlusconi che non mi filò per niente. Sono stato sempre convinto che lo Stato, oggi, non si può chiamare fuori abbandonando il destino dei tarantini nelle mani di Riva. Il maggiore responsabile del disastro ambientale di Taranto è lo Stato, che ha progettato e costruito male gli impianti, che li ha gestiti altrettanto male per una quarantina di anni e che se n’è sbarazzato quando le questioni ambientali e di sicurezza cominciavano a diventare veramente pesanti. Con quella privatizzazione ha messo, consapevolmente, la formidabile arma del ricatto occupazionale nelle mani di un imprenditore privato che all’epoca l’ha tolto dagli impicci e che ora dirige l’orchestra stando dietro solo ai suoi interessi economici. Il compromesso con lo Stato (la compartecipazione alle spese per il risanamento ambientale) può nascere solo di fronte a fatti ineludibili ed ineluttabili e sotto una fortissima pressione sociale.

 Con l’attacco sul benzo(a)pirene ci eravamo quasi riusciti. Ora dobbiamo sferrare qualche altro attacco, per esempio: a) imporre limiti agli sforamenti istantanei in periodi di tempo ragionevolmente corti e sanitariamente tollerabili; b) imporre il superamento delle MTD, il tutto rafforzato da inequivocabili elementi sanitari, con la teoria di quel che è stato è stato, ma ora basta; c) imporre un serio CPI in tempi brevi; d) rivedere e completare il nulla osta inerente l’analisi di rischio di incidente rilevante mettendo in campo le osservazioni già formulate alla Prefettura di cui non si sa nulla, ecc. Solo in questo modo potremo avere dalla nostra parte i dipendenti delle grandi industrie e, obtorto collo, i loro sindacati e metteremo con le spalle al muro anche le Istituzioni. In tutto questo resta per noi il rischio che facciano altre porcate come quella del famigerato Decreto legislativo salva Ilva. E qui ci sarebbe aggio solo per una nuova Scanzano Ionica (luglio 2008, lo ricordiamo no?). Un’ultima cosa: alla fine di un’altra discussione di questo tipo tra noi due, qualche mese fa, io ti dissi che se tu uscissi da Altamarea per passare dalla parte di chi grida per la “chiusura senza se e senza ma”, uscirei anch’io, però senza aderire a quel fronte, ma calando la saracinesca, come mi è capitato altre volte (Marina Militare, Italsider/Ilva prima della privatizzazione, Falck, Piastra logistica, Ordine degli Ingegneri di Taranto). Oggi, in piena consapevolezza, confermo quello che ti ho detto mesi fa.

Ciao.
Biagio
Taranto 21 maggio 2011

Biagio De Marzo

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