22 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Aprile 2021 alle 15:06:21

Agorà

Sull’ex Ilva le divisioni condannano la città

L'ex Ilva di Taranto
L'ex Ilva di Taranto

Il consiglio di Stato ha accolto il ricorso di Arcelor Mittal avverso alla sentenza del Tar, pertanto l’area a caldo dello stabilimento siderurgico non sarà spenta. Un esito atteso e, direi, scontato. Le motivazioni della sentenza sono chiare e con le argomentazioni non nuove, lo spegnimento, non adeguatamente programmato non può che produrre danni, che renderebbero irrecuperabile la produzione e la funzionalità dello stabilimento senza risolvere le criticità ambientali. Insomma ciò che agli occhi di alcuni appare come il meglio, come recita un antico adagio, non può e non deve essere il contrario del bene. Una eventuale chiusura dello stabilimento non può essere la conseguenza accessoria di una tormentata vicenda legale. E neppure dell’estremo logoramento che la lunghezza infinita nel tempo ha prodotto nelle parti, neanche con voli pindarici.

Il Consiglio di Stato ha prodotto una sospensione, la palla è volata fuori del campo ma la partita deve riprendere: ma quale partita? La mia solidarietà va al sindaco di Taranto che certamente sarà stato consapevole già dall’inizio, dell’esito di quella strada intrapresa, ma che non poteva non intraprenderla. Altri amministratori, comunali e regionali e persino funzionari e ricercatori, che lo hanno preceduto, per aver cercato di percorrere altre vie, ovvero di trovare soluzioni che inducessero, costringessero la grande industria siderurgica a rientrare nei limiti di una compatibilità tra la vita umana e la produzione, sono diventati il bersaglio di accuse da tutti anche da chi avrebbe dovuto, per il suo dichiarato ambientalismo, essere alleato. Quella scelta quindi li ha costretti a lunghe e defatiganti difese politiche e giudiziarie ancora in corso.

Ancora in questi giorni mi è toccato leggere un ingeneroso attacco dal fronte ambientalista nei confronti dell’ex presidente della regione, fatto con il chiaro intento di influire sugli aspetti legali della vicenda proprio mentre è in corso il dibattimento in corte d’appello. Sia chiaro è legittimo avere posizioni diverse e sostenerle anche con durezza, ma reputo un madornale errore alimentare una divisione nel fronte democratico, che deve affrontare un problema ed un avversario che ha a disposizione forze e risorse preponderanti. Le battaglie democratiche relative all’ambiente si combattono su tutti i fronti disponibili compreso quello legale, ma si vincono solo sul terreno politico e sindacale, attraverso la crescita non solo della denunzia di ciò che non funzionando produce danni, ma della consapevolezza delle soluzioni che si possono adottare.

Giustamente le forze sindacali hanno accolto questa sentenza come una occasione per ripartire dagli accordi con il Governo delle scorse settimane, ovvero da una presenza dello Stato possa essere garanzia di un piano di ammodernamento dello stabilimento, per una industria ancor oggi ritenuta strategica per un paese produttore di manufatti, che riduca al minimo l’impatto sull’ambiente. Qualsiasi ulteriore divisione della città condanna Taranto all’impotenza in una vicenda vitale ma che si trascina ormai da troppo tempo, in una città che è stata grande sino agli anni ’80 ma che dopo, per questo e non solo per questo, ha imboccato la strada del declino. Come dicevamo all’inizio di Sull’ex Ilva le divisioni condannano la città questa riflessione il meglio non deve essere il contrario del bene. Nella sua tormentata storia Taranto ormai da quasi 150 è stata una città industriale, di una realtà fragile che ha avuto ripetute crisi e spesso ha visto messo in discussione il proprio futuro, quando da queste crisi ne è uscita in positiva lo ha fatto mettendo in campo risorse unitarie, stranamente questa volta, proprio mentre questa battaglia si fa decisiva sembra difficile mettere insieme i cocci.

Mario Pennuzzi

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