23 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Settembre 2021 alle 13:48:00

Agorà

Burocrazia, dal potere alla paura della firma…

foto di Burocrazia
Burocrazia

In principio fu tangentopoli: al di là di qualsiasi altra motivazione, “le riforme”, che hanno distrutto, l’amministrazione italiana negli ultimi trenta anni trovano il vero punto di inizio in quel fenomeno che, a cavallo del 1990, avrebbe, nel giro di pochi anni, travolto partiti, istituzioni e certezze intorno a quali il nostro paese aveva costruito la sua storia fin dall’immediato dopoguerra. Il processo riformatore, preceduto dalla legge sul “procedimento”, ha infatti inizio, con la legge delega che, alla fine del 1992, avviò il principio di separazione della politica dall’amministrazione.

È l’anno in cui l’inchiesta di Milano diviene un fiume in piena e travolge politici e imprenditori svelando, solo parzialmente, un intreccio tra politica e amministrazione, se non nel manifesto obiettivo di delegittimare parte del sistema politico, assolvendo chi ne era stato complice e partecipe. In brevissimo tempo, le Camere stravolsero uno dei capisaldi che la riforma Cavour del 1853 aveva posto quale punto fermo dell’amministrazione italiana: la piena imputabilità dell’atto amministrativo alla responsabilità ministeriale in virtù della attribuzione alla figura politica, di tutti i poteri e gli atti dell’amministrazione. Il punto centrale della riforma, affidato alla legge delegata, avrebbe dovuto rispettare il criterio della “separazione tra i compiti di direzione politica e quelli di direzione amministrativa; affidando ai dirigenti, nell’ambito delle scelte di programma degli obiettivi e delle direttive fissate dal titolare dell’organo, autonomi poteri di direzione, di vigilanza e di controllo”. Si disciplinava, cioè, quella che poi sarebbe stata, comunemente definita, la distinzione tra attività di gestione, trasferita nella esclusiva competenza dei dirigenti, e l’attività di indirizzo politico che rimaneva attribuita al Ministro o al vertice politico dell’amministrazione.

Il contesto di quegli anni ebbe un peso decisivo nella richiesta alla politica di rivedere poteri e prerogative. Il sistema politico, approvando la riforma, sembrava quasi volersi emendare dal suo peccato originale, eliminare l’occasione stessa del peccato e ricostruire una propria coscienza, trasferendo ad altri i poteri sino ad allora spesso esercitati con la chiave interpretativa del solo ritorno in termini politici. La separazione tra l’indirizzo politico e la concreta gestione dell’amministrazione fu proposta come il toccasana di ogni male che consentiva di presentare all’elettorato una nuova classe politica, da contrapporre alla vecchia. La riforma Bassanini o le riforme Bassanini dettero per scontato che fossero maturi i tempi per riformare anche la macchina e completare la riforma della amministrazione per farne finalmente il volano del rilancio del paese. Naturalmente era una illusione come dimostrano i fatti riportati dalla cronaca degli anni successivi.

Il reato di abuso d’ufficio, viene additato come la causa principale della cosiddetta “burocrazia difensiva”. Il timore di essere coinvolti in un processo civile o penale, con il pericolo per un funzionario pubblico o un dirigente di rischiare la carriera, favorisce un eccesso burocratico che si traduce in una estrema lentezza del procedimento amministrativo stesso. Si evocano, infatti, tra i problemi del blocco dell’Amministrazione, la paura della firma e l’atteggiamento difensivo della pubblica amministrazione. Tuttavia, spesso, i procedimenti penali di funzionari e/o dirigenti indagati o imputati, terminano per lo più con un’archiviazione del procedimento o con esiti assolutori. D’altra parte siamo tutti testimoni della “facilità con cui le procure si impadroniscono delle grandi decisioni collettive senza avere capacità e mezzi per affrontarle e senza rispettare i tempi brevi necessari”.

Il professor Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, ritiene urgente ridisegnare molti processi di decisione farraginosi. Alimentare con personale ben scelto i vertici amministrativi. Liberare i funzionari amministrativi delle troppe responsabilità civili, penali e contabili che sono state scaricate sulle loro spalle. La burocrazia italiana ha molte responsabilità, ma molte altre sono del corpo politico. Quindi stiamo ai fatti che sono leggibili quanto inconfutabili. Nel 2015 il Ministro Delrio fece ricorso al cosiddetto “project review” per effettuare una riverifica di tutte le progettualità del Programma delle Infrastrutture Strategiche supportato dalla Legge Obiettivo e di tutte le opere già avviate negli anni precedenti. Tutte le opere già definite ed avviate a realizzazione furono così praticamente bloccate. Successivamente, il Movimento 5 Stelle sostenne l’inutilità della realizzazione del nuovo tunnel ferroviario Torino/Lione e convinse il Presidente del Consiglio Conte e i Ministri Di Maio e Salvini sulla necessità di bloccare l’opera. Abbiamo subito le falsità raccontate dal Movimento 5 Stelle: che il Governo francese condivideva la linea strategica di blocco dell’opera, che non c’era alcun cantiere aperto e che la Unione Europea non aveva erogato alcun contributo per realizzare un simile intervento. Poi scoprimmo che tutto questo non era vero e quindi il blocco procedurale di oltre un anno è stato solo un danno al Paese ed all’Europa.

Analogamente, per sbloccare le opere bloccate dall’analisi costi benefici e riattivarne i lavori intervenne l’Avvocatura dello Stato impedendo un contenzioso nei confronti dello Stato sicuramente indifendibile. Più recentemente la Ministra Paola De Micheli aveva assicurato che entro il 2019 avrebbe varato il Nuovo Regolamento Appalti che è rimasto un utile documento cartaceo; aveva predisposto un elenco di opere ritenute fondamentali del valore globale di circa 200 miliardi di euro assicurando una disponibilità di circa 130 miliardi assolutamente infondato per indisponibilità dei fondi. Quanto alle azioni strategiche nel Mezzogiorno ed alla spesa limitata delle risorse del Fondo di Coesione e Sviluppo, su circa 54 miliardi disponibili dal 2014 ad oggi sono stati impegnati solo 24 miliardi e spesi, davvero, solo 7 miliardi e dovremmo spendere i restanti 30 miliardi ancora non impegnati entro il 31 dicembre del 2023. Sempre nel Mezzogiorno, su circa 26 miliardi di progetti approvati solo 5 miliardi sono relativi ad interventi concretamente attivati.

La Commissione istituita dalla Ministra De Micheli per decidere il da farsi sul collegamento stabile tra la Sicilia ed il continente, una Commissione che doveva finire i propri lavori entro il 15 ottobre del 2020, allo stato non ha fornito alcun risultato, oltre ad apprendere che le Zone Economiche Speciali (ZES) si sono rivelate un completo fallimento e che il “Piano del Sud 2030”, presentato dall’allora Ministro Provenzano a Gioia Tauro nel febbraio del 2020, è rimasto un interessante documento utile per supportare convegni e dibattiti, dovrà purtroppo scoprire che la tanto propagandata iniziativa relativa alla “decontribuzione”, cioè dello sgravio contributivo per le aziende del Sud finalizzato a sostenere la occupazione, può valere solo per un anno e non, come posto nella Legge di Stabilità 2021, fino al 2029 perché la Unione Europea finora non ha dato il via libera. Il Ministro per i trasporti e le infrastrutture sostenibili Enrico Giovannini ammette: “Abbiamo un disperato bisogno di essere rapidi.

Stiamo discutendo di 58 opere particolarmente significative, per un importo complessivo di circa 70 miliardi di euro, 22 miliardi di euro per opere al Nord, 18 miliardi di euro al Centro e 27 miliardi di euro al Sud”. Il Ministro Giorgetti, invece, oltre ai 150 tavoli aperti presso il suo Dicastero per il superamento di crisi tragiche di alcune industrie, crisi di realtà imprenditoriali del Sud, dovrà affrontare delle emergenze che in questi sei anni, sono state gestite male o ancora peggio non sono state gestite affatto. È un triste ed oggettivo bilancio che, giorno dopo giorno, stanno facendo il Presidente Draghi e quei Ministri che stanno prendendo atto di questa lunga ed incosciente fase del “non fare”. La parola d’ordine è semplificare: “portare avanti una complessiva azione legislativa di semplificazione, sia della normativa che amministrativa e procedurale, in particolare sul piano del permitting”, teso a neutralizzare la cultura del “non fare”, semplificando permessi e autorizzazioni, moderne procedure di dibattito pubblico, serie ed imparziali.

La burocrazia italiana funziona o funziona meno a seconda di chi la guida e la dirige. Da un buon vertice dipende la forza della macchina amministrativa Del resto che la macchina dello Stato può funzionare bene ed efficacemente, lo hanno dimostrato Milano Expo 2015, il grande progetto di Pompei 2014, a quello di Matera capitale della cultura, il ponte di Genova. Nelle grandi emergenze, le strutture ministeriali e la efficienza imprenditoriale è una dote potenziale ancora disponibile.

Alfredo Venturini

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