16 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Aprile 2021 alle 15:43:58

Agorà

Dalla questione meridionale a quella ambientale. Il caso Taranto

Lo stabilimento ArcelorMittal
Lo stabilimento ArcelorMittal

La postmodernità del 21° secolo è attraversata da fenomenologie sociali ed economiche che a partire dalla fine del secolo scorso hanno avviato la transizione verso un nuovo salto d’epoca. La storia dell’umanità è attraversata da salti d’epoca ed ogni salto è determinato da specifici fattori storici, sociali, economici, antropologici e culturali che generano mutamenti profondi nelle forme di convivenza, nelle forme dei lavori, nella composizione sociale e nelle condizioni di vita. Fattori che modificano i comportamenti dei singoli, dei gruppi sociali, dei popoli e dunque delle politiche e delle istituzioni che si sforzano di accompagnare la metamorfosi o, come la chiamerebbe Ernesto De martino, l’apocalisse culturale.

Cambiano le visioni, le strategie, i modelli per garantire quell’imprescindibile sopravvivenza che la continuità della vita impone nelle diverse fasi storiche. Questo processo complesso e non lineare, emerge con tutta la sua forza quando analizziamo i modelli di sviluppo dei territori italiani nei tempi lunghi della storia. A partire dalla fine del secolo scorso i processi globali, i flussi, hanno cambiato il paradigma di riferimento facendo scoprire la centralità della coscienza dei luoghi e dei territori che si mettono nel mezzo. L’impatto dell’ultimo flusso Covid ci obbliga a rileggere la fine della “belle époque” della globalizzazione. La pandemia ha esaltato come mai prima in questo nuovo secolo, il tema della salute accelerando quei processi già in atto che erano sedimentati nell’agire della società ipercomunicante, iperconnessa e sempre più fragile giacché “contaminata” dalla questione ambientale che impone la revisione del modello di sviluppo.

Come afferma Papa Francesco bisogna realizzare un’ecologia integrale in grado di contaminare l’economia e la società. Attenzione però, perché così non fu nel dopoguerra. Ben altri furono allora i fattori che determinarono il salto d’epoca e il modello di sviluppo focalizzato sulla “crescita illimitata ed immediata” con il conseguente paradigma basato sul conflitto tra capitale e lavoro con lo Stato nel mezzo che svolgeva una funzione redistributiva delle risorse attraverso il welfare sociale. Nel dopoguerra l’Italia era ancora un paese prevalentemente agricolo in gravi condizioni economiche. L’Italia da sempre “contadina” si manifestava con caratteristiche antropologiche e culturali ben diverse nelle varie aree del Paese.

Nel Mezzogiorno ove prevaleva il modello agricolo latifondista, dominavano condizioni di arretratezza che determinavano alti tassi di povertà, analfabetismo ed emigrazione. Un’agricoltura estensiva, poco imprenditiva, non organizzata e produttiva, emarginava la manodopera contadina determinando livelli di povertà estrema come denunciato nel romanzo inchiesta di Carlo Levi “Cristo si è fermato ad Eboli “, nella struggente poesia di Rocco Scotellaro e nella testimonianza di Danilo Dolci. La Riforma agraria e le lotte sindacali contadine cercarono di apportare dei miglioramenti per le popolazioni meridionali, ma questi non furono sufficienti a fermare l’esodo delle masse contadine verso le città del Nord Italia e del Centro Europa. Dal 1958 al 1963 un flusso composto da un milione e mezzo di emigranti italiani attraversò i Paesi europei, ma di questi ben i 2/3 furono meridionali. Una percentuale che aumentò così tanto che, nel 1963 i ¾ degli espatri interessarono solo i meridionali con la Puglia e la Campania che detennero questo triste primato.

Negli stessi anni in alcune aree settentrionali si affermò il modello fordista centrato sulla “fabbrica” quale luogo emblematico di riferimento per un nuovo processo di industrializzazione che accompagnava, non senza rotture, il passaggio dalla civiltà contadina alla civiltà industriale. Questo vide protagoniste le 3 città del Nord Torino, Milano e Genova tanto da delineare il famoso “Triangolo Industriale”. In quegli anni il salto d’epoca venne stimolato dalla ricerca di una modernità possibile attraverso la riconversione del Paese da agricolo ad industriale. E questa ambizione era ancor più ricercata nel Mezzogiorno dove la “Questione Meridionale” mordeva i fili di un tessuto sociale lacerato da un grave ritardo di sviluppo che poneva l’attenzione delle politiche pubbliche sull’emergenza occupazionale ed economica. L’area jonica come tutto il Mezzogiorno non si presentava come un giardino fiorente e prospero in grado di garantire un avanzamento delle condizioni di vita alle sue popolazioni.

Le politiche pubbliche per far fronte a tutto ciò scelsero un modello di sviluppo basato sulla nascita dei “poli industriali” attraverso i quali accelerare il processo di riconversione socioeconomica territoriale con una politica pubblica “top down” centralizzata. Una cultura industriale alimentata da intellettuali di spessore che credettero nello sviluppo industriale anche del Sud accompagnò questo processo favorendo la nascita di un intelletto collettivo sociale in grado di accompagnare il salto d’epoca. Nacquero anche nel Mezzogiorno istituti di ricerca di spessore come lo Svimez, luogo d’incontro dei grandi intellettuali dello sviluppo. L’IRI governò la nascita di questi insediamenti attraverso il meccanismo delle partecipazioni statali.

Le politiche pubbliche attuarono così un modello che di fatto metteva in competizione i territori meridionali per vedersi riconoscere l’attribuzione dell’insediamento industriale allora tanto agognato. La fabbrica rappresentava il sogno di un altro futuro possibile. Lo stesso territorio tarantino per il suo siderurgico contese tale scelta alle altre aree pugliesi e meridionali con la speranza che questo investimento potesse rappresentare l’avvio di una nuova fase di crescita. Taranto per le sue specifiche caratteristiche ambientali, per il suo posizionamento geopolitico nel Mediterraneo, per la sua precedente piccola storia industriale, vinse la sfida e nel 1962 visse l’apertura dello stabilimento come l’affermazione di un “riscatto” socioeconomico possibile. Allora tutti guardarono all’Italsider come allo strumento che manovrava il funzionamento dell’ascensore sociale.

Molti furono gli emigrati che tornarono, infinite le richieste di collocamento mediate dalla politica e dai corpi intermedi per entrare nella fabbrica che rappresentava la possibilità di realizzare quella speranza tanto ricercata anche altrove, di una vita migliore. Nel siderurgico tarantino la vecchia identità contadina poté coesistere e contaminarsi con la nuova identità operaia. L’ascensore sociale allora non era ancora bloccato. Il pulsante poteva essere schiacciato da chi sceglieva di assumere anche la duplice identità che dette poi vita alla nuova categoria del “metalmezzadro”. Le ricerche curate in quegli anni da Gino Giugni padre dello Statuto dei Lavoratori ne danno testimonianza con la registrazione degli alti tassi di assenteismo nei mesi delle raccolte nell’area jonica. Come non ricordare l’impegno sindacale che accompagnò quegli anni con percorsi formativi idonei al nuovo collocamento operaio. Un’attivazione questa dal basso di energie culturali atte a garantire le adeguate competenze ad una manodopera territoriale per nulla preparata al salto industriale. La sfida della crescita economica e del riscatto sociale per diversi decenni fu vinta.

La città raggiunse il Prodotto Interno Lordo più alto a livello regionale, i redditi e i consumi pro capite aumentarono migliorando le condizioni di vita della popolazione ionica. Il porto di Taranto fin ad allora poco considerato, si configurò a livello nazionale quale porto industriale. Lo sviluppo urbanistico della città visse un’espansione esagerata e purtroppo non governata. Un sistema imprenditoriale locale nacque come indotto metalmeccanico seppur poco propenso alla competizione nel libero mercato. In quel salto d’epoca il modello fondato sulla crescita economica attraverso la grande fabbrica apparve vincente per le ricadute che ottenne in termini occupazionali, economici e sociali. In quei decenni le condizioni di vita dei singoli e delle famiglie migliorarono, le aspirazioni di vita si realizzarono attraverso la garanzia che l’ascensore sociale avrebbe fatto avanzare le generazioni future a livello di ceto medio. Purtroppo però, si attuò uno sviluppo senza autonomia che non generò un corrispondente sviluppo di capitale sociale.

Ancora oggi nel nuovo secolo, il lungo Mezzogiorno con i suoi differenti Sud e Taranto con il suo siderurgico più grande d’Europa, rappresentano l’urgenza di affrontare una nuova sfida. Come allora Taranto seppe rispondere a quella auspicata dalla modernità oggi deve saper affrontare quella della postmodernità che richiede una transizione verde imprescindibile. Per far questo però, il territorio ionico non deve rimuovere ma elaborare la sua memoria. Deve rileggere il suo processo industriale con gli occhiali della storia attivando un processo di pacificazione tra passato e futuro. Forse, ancora una volta, la stessa fabbrica può essere protagonista se realizza una riconversione ed un ridimensionamento corrispondente alle nuove sfide che i tempi dell’oggi impongono. Pensiamoci.

Carla Sannicola
Ricercatrice Sociale Consorzio AASTER Istituto di Ricerca

1 Commento
  1. Mario Pennuzzi 2 settimane ago
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    Già al tempo si parlava di “cattedrali nel deserto” ovvero della mancata stimolazione del tessuto produttivo locale. Il giudizio su l’indotto richiederebbe approfondimenti, erano tutte imprese? In una certa fase erano circa 500 ditte tra appaltatrici e sub appaltatrici, l’impressione è che molte non avessero una ragione economica e produttiva ma costituissero il terreno di patteggiamento con il sistema politico e di potere del territorio, questa per altro è stata una delle cause che hanno determinato un insediamento realizzato senza tener conto delle esigenze del territorio, ed in seguito a cascata, gli irrigidimenti che oggi portano molti a voler buttar via il bambino con l’acqua sporca.

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