10 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 10 Maggio 2021 alle 15:20:57

Agorà

Un sindaco in corsa e la sua frenata improvvisa


Rossana Di Bello

«Mai avrei immaginato di risalire queste scale dopo tredici anni e tante amarezze». Era una sera di novembre di tre anni fa. Mario Guadagnolo presentava il suo libro “revisionista” sul dissesto. Salone degli Specchi stracolmo. L’ospite più attesa era lei: Rossana Di Bello. L’ex primo cittadino marchiato come il sindaco della bancarotta del Comune. Dopo tredici anni di assenza e di silenzio Rossana Di Bello tornava a parlare da quello che era stato il “suo” Palazzo per sei anni. In mezzo una lunga raffica di processi nelle aule giudiziarie, dalle quali è sempre uscita assolta, e quell’altra specie di processi, quelli di popolo e di piazza, nei quali il sospetto conta più di una condanna o di una assoluzione.

Quella fu l’ultima uscita pubblica di Rossana Di Bello. Dopo quella serata ha continuato a vivere la sua vita di privata cittadina, allontanando da sé ogni ipotesi di ritorno sulla scena politica. «Ho commesso un errore – disse quella sera – quello di voler credere nel sogno impossibile di unire tutti per metterci al servizio della città. Dopo si è abbattuto uno tsunami e non ho avuto la forza di oppormi. Ora vorrei solo che la città si torni a parlare, a confrontarsi. È triste vedere Taranto spegnersi in questo modo. Tutti abbiamo il dovere di dare un contributo per risollevarci, altrimenti non avremo neppure la forza di piangerci addosso. Torniamo a credere in questa città. Ritornare in politica? Qualcuno diceva che la politica si fa con i sentimenti e non con i risentimenti; bene, io l’ho fatta con i sentimenti, rischierei di farla con i risentimenti».

Certamente non immaginava che quelle parole, pronunciate quella sera e raccolte dal nostro giornale, sarebbero state le ultime pronunciate in una occasione pubblica, proprio a Palazzo di Città. E certamente non poteva immaginare che oggi a prevalere nei suoi confronti sarebbero stati i sentimenti, non i risentimenti. I sentimenti anche di chi l’aveva combattuta dentro e fuori il consiglio comunale. Ma cosa è stata Rossana Di Bello per Taranto? Osannata e poi dileggiata, è stata sicuramente la figura politica più carismatica – con i pro e i contro che ciò comporta – che Taranto abbia avuto negli anni del nuovo millennio. A Rossana Di Bello va riconosciuto un merito politico indiscutibile: quello di aver chiuso gli anni del citismo, di aver reciso quel cordone che aveva attorcigliato la città al populismo degli anni Novanta.

La sua fu una scelta coraggiosa: nessuna alleanza con la lega tarantina. Una scelta che fruttò bene, perché Rossana Di Bello, pur rifiutando quella alleanza pesante sotto il profilo elettorale, vinse le elezioni e fu eletta sindaco. Prima e finora unica donna a Taranto. Laddove non era riuscita la sinistra, paradossalmente era riuscito quel centrodestra riunito intorno alla candidatura di Rossana. Una strategia che era servita a chiudere definitivamente con un decennio controverso e carico di ombre che di sicuro non aveva reso un servizio all’immagine della città oltre i confini comunali. Ma quella vittoria era anche la rivincita di quell’area socialista, nella quale la Di Bello era cresciuta, che all’avanzata del citismo aveva pagato il prezzo più alto. E, a vederla oggi, quella può essere letta anche come la vittoria su quella sinistra giustizialista che dalla stagione di Mani Pulite aveva gonfiato la sua ipertrofica certezza di superiorità morale rispetto agli altri partiti spazzati via da tangentopoli. Quegli stessi partiti che in larga parte in quel centrodestra si presentavano sotto nuova forma intorno all’asse di Forza Italia, il partito berlusconiano che a Taranto proprio Rossana Di Bello aveva contribuito a fondare.

A Taranto, quindi, dopo anni di politica sguaiata, si affermava un ceto moderato, civile, finalmente presentabile, pronto a offrire una nuova visione di città. E Rossana Di Bello una visione chiara di città ce l’aveva, condivisibile o meno che fosse. Era la visione plasmata nel piano strategico territoriale elaborato dalla Pricewaterhouse. Di fatto, un nuovo piano urbanistico che disegnava la Taranto degli anni a venire. Come detto: condivisibile o meno che fosse, quel piano rappresentava comunque una visione di città. Una distanza abissale rispetto al vuoto progettuale dei dieci anni successivi alla fine dell’amministrazione Di Bello. Un vuoto solo in parte giustificabile con le difficoltà prodotte dal dissesto. Ma ci sono almeno altri due punti che vanno segnati a merito dell’esperienza governativa municipale di Rossana Di Bello, almeno nella prima parte del suo mandato. Il primo: la capacità di intercettare i fondi europei e soprattutto quei fondi Urban che hanno dato slancio alla riqualificazione della Città Vecchia. Fondi utilizzati anche per gli interventi di arredo urbano al Borgo.

Certo, anche in questo caso, con i giudizi che possono divergere sulla qualità degli obiettivi perseguiti e raggiunti. Ma con quella indubbia abilità Taranto tornava in qualche modo a connettersi con l’Italia e con l’Europa, dopo l’oscura parentesi di autarchia. Il secondo: l’aver tentato di affrontare con determinazione la questione ambientale. La sua ordinanza di chiusura delle cokerie poteva essere una svolta per il destino della città, poi però la storia ha preso un altro corso vanificando lo spirito di quell’atto col quale si imponeva ai Riva di mettere mano a quella controversa area a caldo della quale, ancora oggi, a distanza di quasi vent’anni, stiamo a discutere. «A Taranto – dirà l’ex comunista Gaetano Carrozzo in quella stessa serata di tre anni fa a Palazzo di Città – c’era il Partito Unico dell’Ilva di Riva al quale erano iscritti i vertici di Forza Italia e dei Ds- Margherita. Rossana Di Bello non era iscritta a quel partito». Assoluzione politica con formula piena, quindi, per Rossana Di Bello? No.

La sua esperienza amministrativa è stata come un’auto lanciata a tutta velocità e poi costretta ad una brusca, violenta, frenata. In quell’attimo traumatico – per restare nella metafora automobilistica – la città è stata sbalzata fuori dall’abitacolo, restandone completamente stordita. Rossana Di Bello forse non aveva intuito per tempo che al Comune il terreno le stava franando sotto i piedi.

Le condizioni finanziarie dell’ente andavano peggiorando pericolosamente, sul groppone pesavano anche i debiti piovuti dalle passate amministrazioni e la confusione amministrativa che regnava nella macchina burocratica nel frattempo permetteva a sacche fossilizzate della burocrazia comunale di alimentare e riprodurre metodi di gestione clientelare del potere amministrativo. Intanto l’alto profilo di competenza della sua prima giunta era andato via via evaporando e non era più rintracciabile nelle ultime versioni dell’esecutivo municipale. Un segnale di come probabilmente Rossana Di Bello cominciasse ad essere soffocata da pressioni interne alla sua stessa maggioranza. Tutte circostanze che obbligarono ad ammainare la bandiera delle spumeggianti ambizioni del primo mandato per piegarla alla ormai ineludibile esigenza di varare una manovra finanziaria “lacrime e sangue” per correre disperatamente ai ripari. Con la necessità di ingaggiare un nuovo direttore generale (si legga in queste pagine la significativa testimonianza di Franco De Feis) per rimettere ordine alla macchina amministrativa, bonificarla dai vizi radicati negli anni, e provare a rimettere in equilibrio le finanze comunali.

Rossana Di Bello forse aveva commesso un altro errore: aver creduto, nel suo momento di maggior fulgore, di poter galoppare in assoluta autonomia con un partito tutto suo: il Partito dei Moderati. Una scelta che probabilmente ebbe come effetto quello di ingrossare le fila dell’esercito specializzato nel “fuoco amico” al quale questa esuberanza politica della “prima cittadina” cominciava forse a risultare poco sopportabile. E veniamo all’aspetto più controverso e doloroso: la condanna in primo grado che la portò a rassegnare le dimissioni. Rossana Di Bello si dimise per una accusa dalla quale, anni dopo, è stata completamente assolta in via definitiva. Il grande interrogativo: senza quelle dimissioni sarebbe stato dichiarato il dissesto? Se Rossana Di Bello fosse rimasta in carica, alla città sarebbe stata risparmiata l’onta della bancarotta con il prezzo salatissimo poi pagato dai cittadini? Quella manovra “lacrime e sangue” era stata preparata per uscire dal tunnel, ma non ci fu tempo di metterla in pratica. Le dimissioni di Rossana Di Bello aprirono la strada al commissariamento del Comune con l’insediamento del commissario Tommaso Blonda, nominato dal governo Berlusconi e poi rimasto in carica con il successivo governo Prodi, quando appunto decise di dichiarare il dissesto.

Tempistiche che suscitano altri dubbi: con un governo centrale di centrodestra sarebbe stato dichiarato il dissesto di un Comune governato proprio dal centrodestra? Domande destinate a restare senza risposte e intorno alle quali si possono solo costruire ipotesi e congetture. «Il dissesto – dirà sempre Carrozzo – fu dichiarato perché si volevano privilegiare creditori importanti come le banche». Come sia davvero andata lo sapremo forse soltanto quando la cronaca lascerà lo spazio alla storia e quegli anni prima gioiosi e poi tremendi saranno oggetto di analisi più serene ed obiettive. Oggi resta il dolore per la scomparsa di una donna che in ogni caso ha segnato una parte importante della vita cittadina. Rossana Di Bello ha avuto il coraggio di osare in una città spesso prigioniera della sua mediocrità. Almeno questo le va riconosciuto, al di là delle diverse valutazioni politiche che si possono fare sul suo operato. Ora lasciamo che riposi in pace.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

1 Commento
  1. GIORGIO VOLTOLINI 4 settimane ago
    Reply

    Da parte di un “” ferrarese “” innamorato di Taranto. Quando passeggiate nel Borgo e percorrete via Di Palma e via D’Aquino ricordatevi di Rossana Di Bello e ringraziatela!!!!! perché state passeggiando in un bellissimo salotto RiP

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