19 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Maggio 2021 alle 15:58:30

Agorà

L’omicidio di Aldo Moro: gli interrogativi irrisolti

foto di Aldo Moro
Aldo Moro

Ancora oggi, dopo 43 anni dall’assassinio di Aldo Moro, si tace sulle due domande chiave e storicamente ineludibili che, lo si voglia o no, incombono come un macigno sulla coscienza nazionale, morale e politica del Paese: chi è il vero responsabile dell’assassinio di Aldo Moro e perché è morto Aldo Moro? Moro era un leader attrezzato per un’operazione politica di portata storica. Superato il dossettismo egli si era reso conto che la democrazia nata dal 18 aprile del ‘48 era una democrazia zoppa, bloccata, imperfetta, un “bipartitismo imperfetto”, come recitava il titolo di un fortunato libro di Giorgio Galli che si andava pubblicando in quegli anni. Per uscire dal pantano Moro parlava già dal 1968 di “…una terza difficile fase della esperienza della nostra democrazia…”.

Nel linguaggio criptico e positivamente bizantino col quale egli soleva esprimersi Moro intendeva, attraverso quella che fu definita la strategia dell’attenzione nei confronti del PCI, inaugurare una nuova stagione politica nella quale il PCI sarebbe stato sdoganato definitivamente, avrebbe accettato le regole della democrazia borghese, abbandonato i cascami del rivoluzionarismo, superato la logica della lotta di classe, reciso i residui legami col terzinternazionalismo a direzione sovietica. Era questa un’operazione di alto profilo politico e storico poiché intendeva recuperare alla partecipazione democratica una grande fetta del popolo italiano che si riconosceva nel PCI, costretta in una sorta di riserva indiana, sottratta al libero gioco dell’alternanza al governo del Paese da un antistorico fattore K. Beninteso con ciò Moro non faceva niente di nuovo sul piano politico, poiché la sua operazione era sostanzialmente, mutate le condizioni storiche, la stessa tentata ai primi anni del ‘900 da Giovanni Giolitti con i socialisti di Filippo Turati. Sia il disegno di Giolitti sia quello di Moro, beninteso, non avevano niente di rivoluzionario né erano un’operazione di sinistra ma erano l’intuizione lucida e coerente di due grandi borghesi che tendevano ad “ammansire il toro proletario”, integrarlo nella democrazia borghese conservando comunque il potere alla borghesia.

In Moro c’era in più e di diverso la scommessa e il rischio dell’alternanza. Ci soccorre in questa analisi ciò che diceva di Moro una grande intellettuale della sinistra italiana come Rossana Rossanda la quale dalla sua ottica di sinistra definiva Moro come “Il più lucido esponente della borghesia italiana, l’unica testa pensante di una classe che intendeva perpetuarsi nel potere e continuare ad essere partitostato”. Moro fu considerato nella DC, dagli americani e da Kissinger in particolare che gli fu sempre nemico, uno spregiudicato filocomunista, il cavallo di Troia del PCI. Non lo capirono neanche i comunisti che nutrirono nei suoi confronti sempre una sorta di naturale diffidenza preferendo accordarsi con uomini più pragmatici come Andreotti. Per quanto riguarda il PCI questo partito era alla conclusione della sua lunga marcia di avvicinamento al potere e con l’appoggio al governo Andreotti si apprestava a varcarne la soglia. Esso doveva necessariamente presentarsi al primo appuntamento come il partito garante delle istituzioni, doveva dare garanzie di essere capace di prendere le distanze da ormai antistoriche tentazioni rivoluzionarie e leale nei confronti della democrazia borghese. Invece lo capirono, e bene, le Brigate Rosse che videro nel disegno di Moro la prospettiva che il PCI avrebbe definitivamente messo in soffitta qualsiasi progetto di rivoluzione.

Fu così che il PCI divenne il partito della fermezza in buona compagnia oltre che di Andreotti e Cossiga dei neofascisti di Almirante, dei liberali e di La Malfa che anche lui perse la bussola ed evocò la pena di morte. Gli autori materiali del delitto, come è noto, si conoscono per loro stessa ammissione, Mario Moretti, Prospero Gallinari, Barbara Balzarani, Anna Laura Braghetti e Germano Maccari. Ma si può uccidere anche senza premere il grilletto di una mitraglietta come hanno fatto la Democrazia Cristiana, il PCI e il cosiddetto “fronte della fermezza”. I responsabili morali dell’assassinio di Moro hanno un nome e un cognome: Andreotti il cinico, Cossiga l’incapace, Zaccagnini il pavido piagnucoloso e vile, Berlinguer il leninista calcolatore. La Democrazia Cristiana che si apprestava ad avere in Parlamento i voti del PCI per il Governo Andreotti, sposò anch’essa la linea della fermezza compiendo come sostiene Luigi Pintor “l’unico atto bolscevico che il movimento dei cattolici ha compiuto in mezzo secolo della sua storia….”. Ha ragione Pintor. Il leninismo appartiene solo alla cultura del PCI non alla cultura socialista né tanto meno a quella cattolica. In quell’occasione, la DC tra l’uomo e lo Stato scelse lo Stato, rinnegò se stessa e tradì la propria storia. Non fu fatto nulla per salvare la vita di Moro né dalla Democrazia Cristiana nè dalla Chiesa. Anche l’appello di Paolo VI agli “uomini delle Brigate Rosse di liberare l’onorevole Aldo Moro semplicemente e senza condizioni”, messo così di fatto consegnava anch’esso Moro ai suoi carnefici. “Un po’ pochino” commentò Aldo Moro in una delle sue lettere alla moglie Norina. Solo i socialisti assunsero una posizione trattativista.

Craxi fu l’unico a capire che la posizione del partito della fermezza non aveva niente di nobile ma nascondeva un compromesso vile il cui prezzo sarebbe stata la vita di Moro. Era il compromesso storico, il consociativismo, l’incestuoso e innaturale abbraccio tra le bandiere rosse del PCI e quelle bianche della DC. Craxi e i socialisti ruppero la linea della fermezza. I socialisti lo poterono fare poiché non avevano pedigree democratici da esibire né coerenze leniniste da osservare. Per loro parlava la loro limpida storia di democratici e non avevano da fornire testimonianze di lealismo nei confronti della democrazia. I socialisti non avevano conti in sospeso con la loro storia come il PCI. Essi si dichiararono subito pronti a trattare per salvare la vita di Moro. La giustificazione? Se, come affermato da tutti, lo Stato era in guerra con le BR, in guerra forse che non si tratta con il nemico per salvare la vita dei propri prigionieri? I socialisti fecero seguire alle parole i fatti.

Claudio Signorile incontrò Franco Piperno esponente della contigua autonomia operaia e furono presi contatti con Giannino Guiso avvocato dei brigatisti. Si delineò l’ipotesi dello scambio con Paola Besuschio, una brigatista in cinta accusata di associazione sovversiva ma non di omicidio. Non se ne fece nulla perché l’accelerazione degli avvenimenti fu tale che tutto divenne inutile. Il risultato? Il 9 maggio in Via Caetani, a metà strada tra Via Delle Botteghe Oscure e Piazza del Gesù, luogo scelto dalle BR perché simbolico della vile convergenza di interessi tra DC e PCI, una Renault rossa restituì il corpo di Moro crivellato dai colpi delle mitragliette di Moretti e Gallinari. Paure, tatticismi, ipocrisie, opportunismi, viltà si sprecarono in quei 55 giorni. Ma, era la giustificazione del fronte della fermezza, se si fosse ceduto al ricatto delle BR lo Stato era destinato a soccombere. Non è vero. Il terrorismo sarebbe stato sconfitto ugualmente poiché la guerra allo Stato delle Brigate Rosse era fuori dalla storia, datata nel tempo e storicamente impraticabile. E’ lo stesso Moro a dirlo nella lettera alla moglie quando, vedendo appressarsi la fine, scrive “Da che cosa si può dedurre, si chiede ancora Moro con disperazione nella lettera a Zaccagnini del 22 aprile, che lo Stato va in rovina se una volta tanto un innocente sopravvive e a compenso altra persona va invece che in prigione in esilio?” “E poi questo rigore in un Paese scombinato come l’Italia. La faccia è salva, ma domani gli onesti piangeranno per il crimine compiuto…Con la sua inerzia, con il suo tener dietro in nome della ragion di Stato, l’organizzazione statale mi condanna a morte…”.

Parole pesanti come macigni che pesano sulla coscienza dei protagonisti di quell’assassinio così come pesano il divieto di Moro ai capi democristiani e ai rappresentanti delle istituzioni di partecipare al suo funerale e infine la sua maledizione con parole di fuoco “Il mio sangue ricadrà su di loro”. Immagino la tragedia di quest’uomo solo con la sua disperazione che si domanda che senso aveva che uno Stato sbrindellato come il nostro intendesse salvarsi la faccia immolando di un innocente, la sua vita, un uomo solo perché non creduto neanche dai suoi stessi amici che dichiaravano false le sue lettere. Queste parole di Moro suonano sinistre ed assumono il sapore della beffa alla luce dei fatti che accadranno negli anni a venire poiché da allora in poi si tratterà sempre con i terroristi per salvare vite umane e per personaggi di minore caratura. La stessa Democrazia Cristiana in seguito non esiterà un attimo a trattare con le Brigate Rosse e con la camorra di Cutolo per salvare la vita all’assessore regionale campano Ciro Cirillo e i post comunisti riterranno giusto trattare con Bin Laden per salvare la vita del giornalista di Repubblica Mastrogiacomo in cambio della liberazione di cinque terroristi tagliagole. In questi casi la fermezza e lo Stato sono andati a farsi fottere. Per intanto Moro continua ad essere assassinato ad ogni anniversario dalle stesse identiche ipocrisie, dagli stessi opportunismi, dalle stesse viltà, dalle stesse analisi interessate di chi ancora oggi versa su di lui solo ipocrite e false lacrime di coccodrillo.

Mario Guadagnolo

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