23 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Ottobre 2021 alle 22:39:00

Agorà

Dalla città-spazio alla città-luogo il messaggio della pandemia

foto di New York
New York

Pubblichiam in due parti il saggio del prof. Stefano Zamagni dal titolo “Dalla cittàspazio alla città-luogo: il messaggio della pandemia”, già pubblicato il 29 marzo 2021 sul magazine dell’Università di Padova “Il Bo Live UniPD” (dal quale sono state tratte anche le foto pubblicate).

LA SCELTA DELLA STRATEGIA PER USCIRE DALLA CRISI ATTUALE
L’intrigante bivio di fronte al quale si trova oggi il nostro paese colpito, al pari di tanti altri, dalla pandemia da Covid-19, innescata da un virus aerobico di origine zoonotica e che sta investendo tutte le sfere della convivenza umana, è quello riguardante la scelta della strategia di uscita dalla crisi attuale. Due le opzioni principali. Per un verso, quella del ritorno alla situazione precedente alla crisi, una volta apportati gli aggiustamenti urgenti e necessari. Ciò rinvia al “modello dell’alluvione”: si attende che l’acqua rientri nell’alveo del fiume che è esondato; si rinforzano poi gli argini dello stesso; dopodiché si procede col business as usual. Per l’altro verso, c’è l’opzione della resilienza trasformativa, il cui obiettivo è quello di accrescere le capacità di resistenza del sistema nei confronti di future crisi (già sappiamo, infatti, che l’attuale pandemia non è certo l’ultima). Se la prima opzione si rivolge alle fragilità, la seconda ha di mira tutti quegli interventi volti a ridurre sensibilmente le vulnerabilità del paese (giova ricordare che essere vulnerabile vuol dire poter ricevere delle ferite).

La vulnerabilità dunque non va confusa né con la fragilità, che riguarda l’inconsistenza intrinseca delle cose, né con la precarietà, che designa il carattere transitorio e passeggero di una situazione. Per quanto i danni della vulnerabilità siano assai più seri di quelli associati alla fragilità e alla precarietà, quasi mai nel dibattito pubblico e nell’agire politico il riferimento è alle vulnerabilità. Penso non vi siano dubbi intorno alla scelta da fare. Anche il conservatore più logico non potrebbe non riconoscere che a poco varrebbe fare lo sforzo di diventare più resilienti se lo scopo fosse semplicemente quello di conservare l’ordine sociale pre-esistente.

“Dopo tutto, perché mai sprecare l’occasione di una crisi così profonda per imprimere al nostro paese un cambio radicale di passo?”
Piuttosto, conviene interrogarsi intorno ai punti qualificanti di un progetto trasformativo capace di incidere profondamente sulle cause strutturali del declino che affligge l’Italia da oltre un quarto di secolo. Ebbene, non ho esitazione ad affermare che uno di tali punti qualificanti riguarda proprio il ripensamento radicale del modo di concepire la città e il suo senso. Invero, un territorio può essere concettualizzato come spazio oppure come luogo. La differenza è immediata: lo spazio è una categoria geografica, il luogo, invece, è una categoria socio-culturale; identificare perciò i due termini è errato, oltre che deleterio a fini pratici. Tale distinzione si riallaccia ad un’altra di più antica tradizione, quella tra urbs e civitas.

La prima – da cui la parola urbe – è, secondo la felice definizione di Cicerone, la “città delle pietre”; la seconda la “città delle anime”. E dunque la civitas è un luogo che ha una coscienza (“la coscienza dei luoghi” secondo la indovinata intuizione di Giacomo Becattini); l’urbs, uno spazio. “Civitas in civibus est” ha scritto Agostino di Ippona; quanto a dire che non sono le pietre, ma i cittadini a fare la città. Questa distinzione di pensiero è purtroppo andata persa nel corso degli ultimi tre secoli e ora ne stiamo soffrendo le conseguenze: città ridotte a real estate da costruire, lottizzare e vendere come bene rifugio per qualificate élites. Lo spazio urbano, infatti, è bensì un elemento essenziale della città, ma senza una comunità e un insieme di norme sociali ed etiche condivise, non si può avere una città come civitas, ma solo un mero agglomerato di edifici e strade. È in ciò la differenza tra la città-comunità e la città-spazio urbano (per una trattazione originale e stimolante, cfr. Cristoforo Sergio Bertuglia e Franco Vaio, Il fenomeno urbano e la complessità. Concezioni sociologiche, antropologiche ed economiche di un sistema complesso territoriale, Bollati Boringhieri, Torino, 2019).

Le brevi note che seguono mirano a portare argomenti che valgano a orientare l’opinione pubblica sull’urgenza di avviare un processo trasformazionale – e non meramente riformatore – delle nostre città. Cuore della civiltà moderna, le città sono oggi a un bivio. Proseguire sulla via di crescita incontrollata del XX secolo o diventare il motore di un nuovo modello di sviluppo che metta, in armonia, sostenibilità, economia circolare, pubblica felicità. Preoccupanti, infatti, sono le stime recenti della “United Nations Population Division”, secondo cui il 55,5% degli abitanti del pianeta vive in aree urbane, cifra che salirà al 68% entro il 2050. Nel 2030, 43 saranno le metropoli con più di 10 milioni di abitanti. Già oggi le città consumano l’80% delle risorse alimentari, mentre occupano appena il 3% della superficie terrestre; quanto a significare che sempre più persone si nutrono del cibo prodotto da sempre meno persone. Donde la necessità di ripensare, su basi nuove, i sistemi alimentari urbani (si consideri che il 90% di chi vive negli slum del Sud del mondo soffre di insicurezza alimentare). Dopo lo scoppio della pandemia, la prospettiva caldeggiata da C40 – la rete di un centinaio di grandi città del mondo costituitasi a seguito degli accordi di Parigi del 2015 – ha acquisito nuova spinta. E ciò in forza della constatazione che l’impostazione seguita durante il secolo scorso di sviluppare le città attorno a piani di zonizzazione per evitare la prossimità tra luoghi di lavoro (le fabbriche) e le residenze, ha generato effetti grandemente perversi. La speculazione immobiliare ha impedito, di fatto, che lo spazio urbano condiviso divenisse luogo di relazione, di incontri comunitari per favorire la prossimità. Eppure, già Francesco Milizia, allievo di Antonio Genovesi all’Università di Napoli, nel suo Principi di architettura civile del 1781, si era speso per un’architettura che vedesse lo spazio di relazionamento, come modalità di connessione tra le persone.

Grande il merito dell’architetto Milizia per aver riproposto all’attenzione dei contemporanei la celebre affermazione di Marco Tullio Cicerone: «Le città senza la convivenza umana non si sarebbero potute né edificare, né popolare; di qui la costituzione delle leggi e dei costumi; di qui l’equa ripartizione dei doveri e una sicura norma di vita. Da tutto ciò ne conseguì la gentilezza degli animi e il rispetto reciproco. Onde avvenne che la vita fu più sicura e noi, col dare e col ricevere, cioè con lo scambiarci a vicenda i nostri averi e i nostri poteri, non sentimmo mancanza di nulla». (Dei doveri, II, IV). È difficile trovare una concettualizzazione più chiara e profonda di cosa sia la città, di questa.

I PRINCIPALI MODELLI DI ORDINE SOCIALE IN OCCIDENTE
Due sono i principali modelli di ordine sociale nati e diffusi in Occidente: il modello della polis greca e quello della civitas romana. Quest’ultima, a differenza della prima, è un tipo di società includente di tipo universalistico e ciò nel senso che l’organizzazione sociale è tale che tutti devono poter essere accolti nella città, sotto l’unica condizione che se ne rispettino le leggi e i principi fondamentali del vivere comune. Non così nella polis greca, alla cui agorà (piazza) non erano ammesse le donne, né i servi, né gli incolti. Quello della polis greca fu dunque un modello di ordine sociale escludente.

Come è stato detto, Roma fu cattolica (cioè, letteralmente, universale) prima ancora di diventare cristiana. È sul fondamento valoriale della civitas che, a far tempo dalla rinascita dell’XI secolo (il secolo del cosiddetto “risveglio europeo”), prende avvio in Italia il modello della civiltà cittadina, una delle più straordinarie innovazioni sociali nella storia dell’umanità. La ripresa della vita culturale, emblematicamente espressa dalla nascita dell’Università a Bologna nel 1088, per un verso, e il successo straordinario della Rivoluzione Commerciale, per l’altro verso, sono all’origine del nuovo ordine sociale centrato sulla “città”. Non però la metropoli capitale di imperi, come erano state Roma o Costantinopoli, luoghi del potere centralistico e crocevia di etnie diverse. Ma la città-comunità di uomini liberi che si autogovernano mediante istituzioni appositamente create, che si attornia di mura per tutelarsi da chi non merita la pubblica fiducia. Lo stesso spazio urbano è disegnato in modo da rendere visibile e da favorire lo sviluppo degli assi portanti della nuova convivenza: la piazza centrale intesa come agorà, la cattedrale, il palazzo del governo, il palazzo dei mercanti e delle corporazioni, il mercato come luogo delle contrattazioni e degli scambi, i palazzi dei ricchi borghesi, le chiese che ospitano le confraternite (si veda il contributo, veramente notevole, di Marino Berengo, L’Europa delle città. Il volto delle società urbane europee tra il Medioevo e l’Età Moderna, Einaudi, Torino, 1999).

Era entro questi luoghi, tutt’altro che virtuali, che venivano coltivate quelle virtù che definiscono una società propriamente civile: la fiducia, la reciprocità, la fraternità, il rispetto delle idee altrui, la competizione di tipo cooperativo. Questo impianto della città è qualitativamente diverso sia da quello dei villaggi agricoli, spesso un mero agglomerato di case senza un’urbanistica che rinviasse a pratiche di autogoverno, sia da quello dei villaggi annessi ai castelli dei signori feudatari. La cifra della città-comunità non è tanto la più grande dimensione, quanto piuttosto la capacità di realizzare coesione sociale e di esprimere un’autonomia politica ed economica. Nel Trecento, nell’Italia centrosettentrionale, dove il modello di civiltà cittadina ha trovato facile diffusione, si contavano già 96 città con più di cinquemila abitanti – 53 delle quali con più di diecimila abitanti – con un’incidenza del 21,4% sul totale della popolazione ivi residente, a fronte di un’incidenza europea del 9,5%. Solamente i Paesi Bassi riuscirono ad imitare celermente il modello italiano, mentre l’Inghilterra ancora nel 1500 aveva un’incidenza della popolazione urbana pari a solo il 4,6%. L’economia delle città italiane era costituita di manifattori e di mercanti, oltre che di navigatori nelle città costiere. Ai mercanti spettò il ruolo di aprire nuovi mercati, anche a grande distanza, verso i quali riversare i prodotti della manifattura e dai quali importare materie prime e quanto di interessante essi avevano da offrire. I mercanti furono non solamente i più attivi produttori di innovazioni organizzative in campo aziendale, ma anche i più attivi soggetti di apertura culturale.

Fu all’interno delle città che si affermò l’amore per il bello: la filocalia che crea e realizza la percezione di un’appartenenza, e quindi facilita le relazioni interpersonali. Se ne ha chiara manifestazione nella costruzione e nell’arredamento delle chiese, nell’edificazione di palazzi, dapprima pubblici e poi anche privati, inaugurando quel mecenatismo che non solo finanziò gli artisti, ma consentì la nascita del mercato dei beni durevoli di carattere artistico. Il mecenate – si badi – non è semplicemente il filantropo che, mentre fa donazioni attingendo alla propria ricchezza, non si cura dei modi del loro utilizzo. Il mecenate, invece, si relaziona con l’artista, instaurando rapporti di collaborazione di lungo periodo, non sempre privi di conflitti, ma certo non anonimi, allo scopo di perseguire obiettivi di interesse collettivo, in funzione dei quali egli pone le proprie risorse e il know-how organizzativo. La città rappresentava dunque l’ambiente ideale per tutto ciò, e se ne comprende agevolmente la ragione. Di cosa aveva primariamente necessità il nuovo modello di ordine sociale, basato sull’economia di mercato che, in modo del tutto spontaneo, si andava imponendo? Soprattutto di fiducia e di credibilità reciproca, virtù queste che abbisognavano di norme sociali, la cui propagazione l’ambiente cittadino tendeva appunto a favorire. Al tempo stesso, però, un tale ordine sociale finiva con il distinguere nettamente tra coloro che prendevano parte attiva alla costruzione del bene comune attraverso attività economiche esercitate con competenza e con profitto e coloro invece – come gli usurai, gli avari, i manifattori incompetenti, ma anche quei poveri che, pur potendo fare qualcosa, si lasciavano andare all’accidia – che accumulavano solo per sé, tendendo a sterilizzare la ricchezza in impieghi improduttivi. Per garantire che la fiducia non venisse mal riposta, le città si dotavano sia di tutte quelle istituzioni di controllo dell’attività economica facenti capo alla Camera dei Mercanti (in seguito, Camera di Commercio) sia di quelle iniziative di solidarietà civica messe in atto dalle confraternite. Chi sono le persone degne di rispetto e di fiducia? Quelle che non lavorano solo per sé e per la propria famiglia, ma che si adoperano per realizzare opere di carità e che mantengono la parola data: in tal modo, facendosi conoscere ed apprezzare dalla comunità, esse accrescono il proprio capitale reputazionale.

(1-continua)
Stefano Zamagni

LA BIOGRAFIA

Il prof. STEFANO ZAMAGNI (Rimini, 1943) è un economista e accademico italiano (Università di Bologna e Bocconi di Milano), apprezzato in tutto il mondo per i suoi studi in materia di economia politica e di economia sociale. È autore di una quantità infinita di pubblicazioni scientifiche, professionali e divulgative. Nominato da Papa Francesco, è presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali dal 27 marzo 2019. Di tale Accademia è membro ordinario dal 10 luglio 2020 anche l’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi. Il prof. Zamagni è il punto di riferimento della cosiddetta “Economia Civile” che si rifà al pensiero dell’abate Antonio Genovesi (nato il 1° novembre 1713 a Castiglione di Genovesi (Salerno) e morto a Napoli il 22 settembre 1769).

ANTONIO GENOVESI, divenuto sacerdote nel 1734, fu allievo di Giambattista Vico da cui trasse ispirazione nella sua produzione economico-sociale. Con il sostegno di Celestino Galiani, arcivescovo di Taranto e riformatore dell’università di Napoli, Genovesi succedette a Giambattista Vico e divenne titolare della cattedra di commercio e meccanica che divenne “la prima cattedra di economia di cui si abbia traccia in Europa”. Le sue lezioni furono tradotte in spagnolo e, parzialmente, in francese. Antonio Genovesi visse e operò nella stessa epoca di Adam Smith, il filosofo scozzese al quale normalmente si riconosce la paternità dell’economia moderna. In contrapposizione a Smith, per Genovesi il soggetto è persona, una realtà costitutivamente relazionale, fatta per reciprocità. Da qui la sua idea di mercato come «mutua assistenza», una intuizione originale che oggi sta vivendo una nuova giovinezza, e non solo in Italia”. Assimilata ed attualizzata essa è ben presente nel saggio del prof. Zamagni che, narrando l’evoluzione storica delle città, percorre il fil rouge dell’evoluzione socio-economica dell’umanità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche