15 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 14 Giugno 2021 alle 17:29:48

Agorà

Le città come luogo dello sviluppo umano

foto di Le città come luogo dello sviluppo umano
Le città come luogo dello sviluppo umano

Pubblichiamo la seconda parte del saggio del prof. Stefano Zamagni dal titolo “Dalla cittàspazio alla città-luogo: il messaggio della pandemia”, già pubblicato il 29 marzo 2021 sul magazine dell’Università di Padova “Il Bo Live UniPD” (dal quale sono state tratte anche le foto pubblicate).

LE CITTÀ RITORNANO AD OCCUPARE UN RUOLO DI PRIMO PIANO
Vengo ora al nostro tempo. Perché nell’attuale fase storica le città sono tornate, dopo un lungo periodo di ibernazione, ad occupare un ruolo di primo piano ai fini del progresso spirituale, sociale ed economico dell’intero paese? La ragione principale è che la seconda globalizzazione ha fatto rinascere, in questo tempo, l’interesse alla città come spazio privilegiato non solo del civile, come era stato da tempo, ma anche dell’economico e del sociale. Invero, la “nuova competizione”, conseguenza diretta della rivoluzione delle tecnologie info-telematiche, chiama in causa non solamente le imprese, ma anche le città. Le quali possono “morire”, cioè declinare rapidamente, assieme alle imprese che in esse operano. E viceversa. Sono le cosiddette economie di agglomerazione a rendere le città attrattori credibili delle attività di impresa.

Una città bene organizzata sotto i profili della mobilità, dei servizi pubblici, della logistica, dei servizi sociali, delle proposte culturali è oggi il più rilevante dei fattori di vantaggio competitivo. È un fatto che le attività produttive ad alta intensità di conoscenza sono, quasi interamente, attività cittadine. Il che implica che le “industrie creative” tendono a raggrupparsi in quelle città che sanno offrire opportunità culturali, sociali ed economiche adeguate. Da ciò segue che il governo di una “città creativa” non può non differenziarsi sostanzialmente dal governo di una “città imitativa”. Le città sono società tutte intere. Tutti i maggiori problemi che intrigano, oggi, la nostra società si presentano come problemi cittadini. Dal che si trae che le città devono tornare ad essere unità strutturate dell’organizzazione sociale, pena il loro inevitabile declino.

La strategia dello sviluppo locale, allora, non può prescindere da due idee di fondo.
Primo, le politiche territoriali non possono limitarsi alla redistribuzione di risorse date, siano esse di provenienza europea, statale o regionale, ma devono saper liberare gli “spiriti animali”, come li chiamava John Maynard Keynes, presenti nel territorio. Affermazioni del tipo: «Non si riesce a realizzare il tal progetto per mancanza di risorse» sono o prive di senso in quanto circolari oppure costituiscono un’ammissione di incapacità ad amministrare. Secondo, lo sviluppo locale è sempre il frutto dell’azione sinergica di più attori – privati, pubblici, civili – che si auto-vincolano ad adottare una strategia di tipo cooperativo. Queste idee trovano il modo di materializzarsi solo in presenza di specifici assetti istituzionali. Non basta la buona volontà dei singoli attori, né la loro retta intenzione. Quel che in più si esige è il passaggio dal government alla governance.

Il primo è un sistema di governo localizzato in un determinato centro di responsabilità – tipicamente il Comune – che agisce in nome di un mandato ricevuto dai cittadini. La governance, invece, è il sistema di governo in cui enti locali, società commerciale e società civile interagiscono, secondo ben definite regole, per disegnare il futuro delle città e per dare ad esso concreta attuazione. La governance non è compatibile con una concezione dirigistica dell’amministrare; essa postula, invece, la versione circolare del principio di sussidiarietà. «Gli Stati cambiano, le città restano» era solito ripetere Giorgio La Pira, il celebre sindaco di Firenze. La città è il luogo per eccellenza in cui si forma e si rafforza l’identità culturale di una comunità di persone. Essa è anche il luogo in cui si coltivano le virtù civiche. È nello spazio cittadino che prendono forma le pratiche sociali e culturali. È nella città che si danno le condizioni per attuare forme varie di democrazia di prossimità. La gestione di una città che voglia dirsi “virtuosa” non può non porsi il problema della propria matrice culturale; il problema cioè di come stimolare il community building.

Si tratta, per un verso, di risocializzare i cittadini alla vita politica; per l’altro verso, di favorire la crescita di capitale sociale attraverso il coinvolgimento diretto nella programmazione di attività pubbliche e di servizi per la collettività. A nessuno sfugge che l’attività delle amministrazioni locali è troppo spesso ostacolata da una triplice sindrome: del NIMBY (not in my backyard), corporativa, sindacale. Nel primo caso, le autorità si trovano di fronte comitati o gruppi di cittadini che si oppongono a politiche pubbliche. Nel secondo caso, i gruppi di pressione, con la strategia della minaccia, premono a monte per impedire che questioni spinose entrino nell’agenda politica. Nel terzo caso, è il timore di generare malcontento nell’opinione pubblica a spingere i governanti verso scelte fin troppo prudenti. È così, come ognuno può costatare, che vengono bloccati progetti in corso d’opera, che proliferano le non decisioni con la tecnica del rinvio, che il dibattito pubblico si focalizza su politiche simboliche poco efficaci. Accade così che politiche pubbliche che incidono in modo drastico sul territorio sempre più spesso generano rifiuti incondizionati; d’altro canto, politiche regolative che toccano abitudini di vita dei cittadini sono afflitte da immobilismo (Giulia Lucertini, “La città circolare”, Equilibri, 2, 2020).

Qual è il presupposto perché la città torni a essere luogo privilegiato di uno sviluppo umano integrale? La risposta è presto detta: che si accetti di passare dal modello tradizionale di amministrazione al modello, che taluno ha chiamato di “amministrazione condivisa” (Sabino Cassese; si veda Gregorio Arena, Cittadini attivi, Laterza, Roma-Bari, 2006). La cifra del nuovo modo di amministrare sta tutta nel diverso rapporto tra politica, amministrazione e cittadini. Nel caso del modello tradizionale, politica e amministrazione si rapportano ai cittadini come un blocco da essi separato e distinto quanto a interessi perseguiti. Nel caso dell’amministrazione condivisa, invece, i tre vertici del “triangolo magico” (soggetti politicoistituzionali, società civile e mondo degli affari) convergono nel perseguimento dell’interesse generale. Si passa così da un rapporto tra istituzioni e cittadini di tipo bipolare e unidirezionale a uno di tipo multipolare e circolare.

L’assunto centrale del paradigma bipolare è che i cittadini sono capaci solamente di perseguire interessi particolari e pertanto che alle pubbliche amministrazioni spetti il compito di farsi carico dell’interesse generale. In questo preciso senso, si può affermare che l’impianto filosofico del paradigma bipolare è hobbesiano. Il paradigma alternativo è quello della sussidiarietà circolare, ossia della partnership sociale, che costituisce la base teorica per il nuovo modello di amministrazione condivisa, secondo quanto previsto dall’articolo 118 della Carta costituzionale. La sussidiarietà è un principio eminentemente relazionale, per la cui realizzazione è necessario instaurare fra soggetti pubblici e privati rapporti fondati sulla trasparenza, la collaborazione, il rispetto reciproco, l’assenza del sospetto. A scanso di equivoci, conviene rammentare che l’esternalizzazione di funzioni e servizi pubblici, nelle forme degli appalti o dell’outsourcing, è un modo di amministrare che rientra nell’ambito del paradigma bipolare, non di quello sussidiario. La ragione è presto detta: l’amministrazione rimane pur sempre l’unico soggetto legittimato al perseguimento dell’interesse generale, mentre l’affidamento ai cittadini organizzati ha natura solamente strumentale.

Il “Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni”, predisposto da Labsus (ndr – Associazione “Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà”) alcuni anni fa, è a oggi adottato da 233 città italiane, e fornisce un quadro di regole chiare sulla cui base sviluppare la cooperazione per la cura dei commons, beni che, come è noto, sono né beni privati né beni pubblici (si veda Elena Granata, “L’Italia del quarto d’ora: ripensare i ritmi a partire dalle città medie”, il Mulino, 4, 2020). I piani strategici attuati nel corso dell’ultimo quindicennio confermano ad abundatiam che il fattore più importante di successo è stata la governance. Invero, le differenze di performance tra una città e l’altra non sono dovute tanto alla diversa qualità delle analisi tecniche o alla diversità delle risorse messe in campo, quanto piuttosto alla diversa capacità di tradurre in pratica il modello della partnership sociale.

NECESSITA STUDIARE E PRATICARE LA “AMMINISTRAZIONE CONDIVISA”
Sorge spontanea la domanda: perché la scienza economica ufficiale mai si è fatta carico di studiare il modello di “amministrazione condivisa”? E, più in generale, perché la città mai è stata presa in seria considerazione dagli economisti mainstream di ieri e di oggi? Costoro hanno volentieri lasciato ai geografi o agli architetti di occuparsi di essa, per concentrarsi o sui grandi aggregati, come PIL, disoccupazione, inflazione, oppure sull’azione del singolo individuo, visualizzato come produttore o come consumatore. Nei loro modelli teorici mai c’è stato spazio per la città, perché non c’è posto per quella terra di mezzo tra la nazione e il singolo, e cioè per quel luogo caratterizzato da rapporti personalizzati, nei quali l’identità mia e dell’altro contano. Se guardiamo la storia della scienza economica di questi ultimi due secoli, possiamo anche leggerla come una progressiva fuga dalla città: una scienza economica che è diventata sempre meno “civile”.

Siamo infatti passati dall’analisi dei primi economisti classici, tutto sommato ancora sociale, alla Robinson Crusoe Economics, che non solo non ha metodologicamente bisogno della città e della vita in comune, ma neanche di Venerdì. E oggi, quando l’economista pensa alla persona umana per poterne studiare i comportamenti, quando costruisce il proprio modello di uomo al fine di poterne isolare e prevedere le azioni, il vecchio homo oeconomicus o il moderno homo rationalis lo immagina dotato di una logica caratterizzata da due principali attributi.

Il primo è la strumentalità: il comportamento umano non è un fine ma un mezzo, e la razionalità di un atto è misurata dal rapporto mezzi/fini. Il secondo è l’individualismo, o egoismo filosofico: la persona umana è un ente massimizzatore di obiettivi individuali; questi obiettivi possono avere contenuti diversi (altruistici, masochistici, egoistici…) purché siano individuali, siano cioè i suoi obiettivi. Per restare dentro la razionalità economica, gli obiettivi che massimizzo non possono essere né i tuoi (il vecchio non-tuismo di Philip Wicksteed) né i nostri, ma semplicemente i miei. Se dunque l’economista vede in questo modo gli agenti economici, si capisce come faccia gran fatica a capire la città, dove invece normalmente nei comportamenti ci sono molte componenti nonstrumentali, o “espressive”. Pensiamo alla partecipazione politica o alla contribuzione per il finanziamento di beni pubblici, comportamenti questi che, se letti attraverso la lente della razionalità strumentale, non possono essere compresi appieno. Infatti il soggetto strumentalmente razionale – il fenomeno ampiamente noto con il nome di “free riding” – non dovrebbe né votare né contribuire ai beni pubblici. Non solo, ma molte scelte civili vengono attuate sulla base di un ragionamento non del tipo “qual è il miglior comportamento per me?”, ma “quale è il migliore per noi?”, per la nostra città, per il mio/nostro quartiere, gruppo o comunità.

È una razionalità del noi che spesso ispira scelte civili, ci porta a rispettare l’ambiente o a contribuire ai beni pubblici anche quando sarebbe più “razionale” non farlo. Non è ovviamente un caso che i due fenomeni che ho nominato siano al tempo stesso tra i più tipici della vita civile, e tra quelli con i quali gli economisti incontrano i più seri problemi ermeneutici e analitici. A un ulteriore elemento che dice del nuovo protagonismo in questa stagione delle città, soprattutto di quelle di media dimensione, conviene fare cenno. Alludo al fatto che la città è il luogo ideal-tipico per realizzare la partecipazione democratica dei cittadini ai processi decisionali.

La democrazia deliberativa, nel senso di Jürgen Habermas e Bernard Manin, è uno speciale bene relazionale che accresce, coeteris paribus, il livello di felicità, perché un elevato grado di coinvolgimento dei cittadini nella tutela e nella gestione della cosa pubblica aumenta il senso di appartenenza alla comunità. Invero, la concezione deliberativa della democrazia mira alla costruzione di una “sfera pubblica” – nel senso di John Rawls – che sia il luogo dell’espressione della libertà degli individui, in conformità a norme e procedure partecipative rispettose della diversità. Essa si oppone, dunque, all’invadenza del “politico” (à la Hobbes) per ribadire il primato del “civile”, cioè dei corpi intermedi della società, in conformità al principio di sussidiarietà circolare. Tre sono i caratteri essenziali del metodo deliberativo.

Primo: la deliberazione riguarda le cose che sono in nostro potere (come insegnava Aristotele, non deliberiamo sulla luna o sul sole!). Dunque, non ogni discorso è una deliberazione, la quale è piuttosto un discorso volto alla decisione.

Secondo: la deliberazione è un metodo per cercare la verità pratica e pertanto è incompatibile con lo scetticismo morale. In tale senso, la democrazia deliberativa non può essere una pura tecnica senza valori; non può ridursi a mera procedura per prendere decisioni.

Terzo: il processo deliberativo postula la possibilità dell’autocorrezione e quindi che ciascuna parte in causa ammetta, ab imis, la possibilità di mutare le proprie preferenze e opinioni, alla luce delle ragioni addotte dall’altra parte. Ciò implica che non è compatibile col metodo deliberativo la posizione di chi, in nome dell’ideologia o di interessi di parte, si dichiara impermeabile alle altrui ragioni. Certo, non pochi sono i nodi che devono essere ancora sciolti perché il modello di democrazia deliberativa possa costituire un’alternativa pienamente accettabile rispetto a quello esistente. Il più delicato di questi mi pare quello concernente il nesso tra deliberazione e principio di maggioranza. Dal momento che quella deliberativa è una democrazia che delibera non solo sui mezzi, ma anche sui fini, fino a che punto il principio di maggioranza, che notoriamente non ha valore epistemico, è conciliabile col contesto deliberativo? È applicabile a quest’ultimo il proceduralismo puro, nel senso di John Rawls, secondo cui basta applicare una procedura in modo corretto perché il risultato ottenuto sia giusto? Come si può comprendere, si tratta di problemi importanti e di non facile soluzione.

Ma non v’è dubbio che la concezione deliberativa della democrazia, che ha in John Stuart Mill uno dei suoi primi mentori, è, oggi, la via che meglio di altre riesce ad affermare le ragioni del civile. Ciò, in quanto essa riesce a pensare alla politica come attività non più basata sul compromesso e l’inevitabile tasso di corruzione che sempre lo accompagna, ma sulla persuasione e quindi sul consenso, quest’ultimo inteso come accordo ottenuto secondo i canoni dell’argomentazione razionale attorno a interessi comuni che non sono legati alla particolarità degli interessi privati. Al termine del suo lungo soggiorno veneziano, il grande Goethe ebbe a scrivere nel 1790: «Questa è l’Italia, quella che ho lasciato. Cerchi la correttezza tedesca in ogni angolo intorno. La vita e il suo brulichio sono qui, ma nessun ordine e temperanza. Ognuno pensa per sé, diffida del prossimo, è vanitoso. E i capi degli stati provvedono ancora una volta solo per se stessi». Sicuramente esagerava il celebre poeta tedesco, ma non si potrà negare che, all’epoca, avesse colto nel segno. Ebbene, chi si adopera per far avanzare il ruolo centrale della città non può non adoperarsi per abbattere un tale luogo comune, che tanto danno ha recato e va arrecando al nostro Paese. Recuperare oggi le ragioni della civitas, è il prerequisito per dare la necessaria spinta significativa al progetto del nuovo umanesimo. Come ci ha insegnato un secolo fa Max Weber e oggi Zygmunt Bauman e Luc Boltanski, anche l’economia di mercato moderna ha un bisogno essenziale di uno spirito per poter vivere e crescere.

Lo spirito, come ci ricorda la cultura biblica, è il soffio vitale; è ciò che fa vivere e dice che si è ancora vivi. Quando una comunità perde il suo spirito, si arresta il suo sviluppo sia civile sia economico. La carestia di spirito è oggi la prima forma di miseria che sta tarpando le ali al nostro Paese, e all’Europa tutta.

2 – fine (la prima parte è stata pubblicata martedì 4 maggio 2021)

Stefano Zamagni

 

Il prof. STEFANO ZAMAGNI (Rimini, 1943) è un economista e accademico italiano (Università di Bologna e Bocconi di Milano), apprezzato in tutto il mondo per i suoi studi in materia di economia politica e di economia sociale. È autore di una quantità infinita di pubblicazioni scientifiche, professionali e divulgative. Nominato da Papa Francesco, è presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali dal 27 marzo 2019. Di tale Accademia è membro ordinario dal 10 luglio 2020 anche l’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi. Il prof. Zamagni è il punto di riferimento della cosiddetta “Economia Civile” che si rifà al pensiero dell’abate Antonio Genovesi (nato il 1° novembre 1713 a Castiglione di Genovesi (Salerno) e morto a Napoli il 22 settembre 1769).

ANTONIO GENOVESI, divenuto sacerdote nel 1734, fu allievo di Giambattista Vico da cui trasse ispirazione nella sua produzione economico-sociale. Con il sostegno di Celestino Galiani, arcivescovo di Taranto e riformatore dell’università di Napoli, Genovesi succedette a Giambattista Vico e divenne titolare della cattedra di commercio e meccanica che divenne “la prima cattedra di economia di cui si abbia traccia in Europa”. Le sue lezioni furono tradotte in spagnolo e, parzialmente, in francese. Antonio Genovesi visse e operò nella stessa epoca di Adam Smith, il filosofo scozzese al quale normalmente si riconosce la paternità dell’economia moderna. In contrapposizione a Smith, per Genovesi il soggetto è persona, una realtà costitutivamente relazionale, fatta per reciprocità. Da qui la sua idea di mercato come «mutua assistenza», una intuizione originale che oggi sta vivendo una nuova giovinezza, e non solo in Italia”. Assimilata ed attualizzata essa è ben presente nel saggio del prof. Zamagni che, narrando l’evoluzione storica delle città, percorre il fil rouge dell’evoluzione socio-economica dell’umanità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche