25 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Giugno 2021 alle 18:55:18

Agorà

Tassa di successione ed equità sociale

foto di Enrico Letta
Enrico Letta

Si è fatto un gran parlare della proposta avanzata dal segretario generale del Partito democratico, Enrico Letta, sulla possibilità di introdurre una maggiore aliquota fiscale per la tassa di successione per i patrimoni superiori ai 5 milioni di euro, dico 5 milioni di euro, per devolvere ai giovani diciottenni 10.000,00 mila euro ciascuno con i quali finanziarsi studi, formazione e quant’altro. La proposta riguarderebbe un periodo di cinque anni e una platea di circa 1.400.000 giovani, costo previsto 14 miliardi di euro. Dicevo che si è scatenato un putiferio da parte non solo della destra salviniana oltre che forzista e melloniana, ma anche da parte di componenti della base riformista del Partito democratico.

Lo stesso Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha dichiarato «Non è il momento di prendere soldi ma di darli», quindi si è nettamente opposto. Su questa tassa di successione penso sia il caso di fare chiarezza perché molti equivoci e false letture ideologiche possono indurre in errore. A me stesso è capitato di ascoltare una mia concittadina, la quale leggendo il titolone di giornale affermava: questi comunisti di m…vogliono sempre prendere soldi. A parte che ritenere Enrico Letta comunista è blasfemo per lui e per i comunisti, la cittadina non solo ha mostrato di non conoscere il contenuto della proposta di Letta, ma anche la storia della tassa di successione in Italia e non solo. Innanzitutto, bisogna ricordare che la tassa di successione in Italia esiste già, anche se è bassissima, il 4% con una franchigia di un milione, rispetto al 45% della Francia, al 40% della Gran Bretagna, al 34% della Spagna e addirittura al 55% degli Stati Uniti (ovviamente aliquote massime).

Non mi sembra che Francia, Gran Bretagna, Spagna, Usa siano paesi comunisti. E qui bisogna mettere in evidenza che la tassa di successione è di origine dei regimi liberali. Essa fu introdotta in Francia sul finire del ‘700 e trovò successivamente nel filosofo ed economista liberale londinese J. Stuart Mill un fervido sostenitore. Stuart Mill (On Liberty, 1859), in quella che Eric Hobsbawm definì l’Età del Capitale, si fece promotore sì, della centralità e “naturalità” del diritto di proprietà, ma, al tempo stesso, si dichiarava favorevole all’imposta di successione perché promuoveva l’eguaglianza delle condizioni di partenza per la competizione economica. Nell’Italia preunitaria solo nel regno delle Due Sicilie non si pagava la tassa di successione.

Era presente, infatti, in tutti e sei gli altri stati. Nel 1862, ad unificazione avvenuta, il governo Rattazzi con legge 21 aprile 1862 n. 585 estese a tutto il Regno la tassa di successione che nel 1902 il governo Zanardelli con la legge del 23 gennaio 1902, n. 25, all. C, trasformò in imposta progressiva per scaglioni, con aliquote crescenti in funzione del valore delle singole quote ereditarie. Tale progressività fu ulteriormente accentuata dalla legge n. 1042 del 27 settembre 1914, che introdusse un sistema di progressione pura. Con il D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 637 fu nuovamente disciplinata per poi essere inserita nel Testo Unico approvato dal D.Lgs. 31 ottobre 1990, n. 346, in vigore dal 1° gennaio 1991. Con la legge n. 383 del 18 ottobre 2001 l’imposta sulle successioni e donazioni è stata abrogata, per poi essere ripensata, sia pure con tratti nuovi (aliquote, modalità di calcolo, ecc.) con l’articolo 2 del D.L. n. 262 del 2006, convertito dalla legge n. 286 del 2006. Come si vede, la tassa di successione è stata voluta dai governi liberali al fine di tendere ad avere eque le condizioni di partenza.

La proposta di Enrico Letta, dunque, non è quella di un pericoloso comunista bensì di un politico illuminato che nel puro spirito liberale vorrebbe abbassare le imposte sul reddito e compensarle con imposte progressive più alte sul patrimonio. Del resto, se tanto si parla di libertà d’impresa non è sulla rendita che si deve puntare, ma sullo spirito d’iniziativa che non deve essere soffocato da una tassazione penalizzante. E sì, la proposta di Letta si pone nella giusta prospettiva di scambio intergenerazionale, è un venire incontro a quei giovani che necessitano non solo di essere capiti, ma soprattutto di essere aiutati. Una società chiusa nei propri egoismi di casta, di generazione, di rendita non progredisce, non ha futuro, non si progetta, vive nell’esistente per l’esistente. L’Italia ha sforato il debito pubblico di ben 200 miliardi per venire incontro alla crisi Covid. Questo debito peserà sulle future generazioni. Ai giovani vogliamo almeno dare un po’ di speranza approvando leggi che vengono incontro alle loro esigenze di futuro? Per chiudere vorrei tranquillizzare quella mia concittadina che vedeva lo spauracchio del comunismo nella proposta di Letta; è arrivato, forse, il tempo di liberarsi da pregiudizi e falsi miti e leggersi bene gli articoli di giornale e studiare un po’ di più.

Riccardo Pagano

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