30 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 30 Luglio 2021 alle 18:37:00

Agorà

Alla scoperta del Tecnopolo del Mediterraneo

foto di Una dimora per il Tecnopolo Mediterraneo di Taranto
Una dimora per il Tecnopolo Mediterraneo di Taranto

Lo statuto del tecnopolo Mediterraneo

  1. Lo Statuto e la sua struttura Il Tecnopolo Mediterraneo è ormai realtà consacrata nella legge istitutiva e nel successivo decreto ministeriale che in aprile ne ha approvato lo statuto. Come ogni statuto, anche quello del Tecnopolo è un insieme di regole programmatiche, sancite in funzione di un’attività e di uno scopo che attendono concreta realizzazione e riflette pienamente il carattere di work in progress che è proprio e caratteristico delle fondazioni di partecipazione: lontane dal modello classico di fondazione, statico e predefinito, come lascito rigido ai posteri, che siamo abituati a conoscere nella tradizione giuridica contemporanea, ma per nulla aliene rispetto alle origini medievali dell’istituto. In particolare, esse sono affini all’esperienza di comunità culminata nella costruzione delle grandi cattedrali gotiche; processo lungo, lento, irto di ostacoli e di difficoltà anche economiche, ma sempre convintamente partecipato e frutto della consapevole e generosa condivisione della comunità locale e dei notabili, col beneplacito e l’impegno delle massime autorità, così come si auspica che possa essere il Tecnopolo Mediterraneo per il territorio jonico.

Taranto è il centro nevralgico di riferimento, il luogo in cui da statuto insiste la sede legale del Tecnopolo; ma non è il luogo nel quale si esaurisce la sua attività, in quanto delegazioni e uffici potranno essere istituiti su tutto il territorio nazionale. Come ogni work in progress, anche lo statuto deve avere, per essere ben costruito, dei “pieni” e dei “vuoti”, dei “detti” e dei “non detti”; vale a dire alcuni elementi canonici fissi, non negoziabili e non modificabili, che siano al contempo architrave tipologica e garanzia comportamentale, e insieme alcuni significativi gradi di libertà, che consentano l’evoluzione del progetto e della sua attuazione; gradi di libertà tanto più necessari quanto quando si consideri che la fondazione di partecipazione è espressione matura e complessa di quella articolata galassia che siamo soliti designare come partenariato pubblico-privato. Nelle brevi considerazioni che seguono tenterò di tratteggiare quei “detti” e quei “non detti” che reputo maggiormente significativi in relazione a ciascuna delle aree fondamentali del Tecnopolo tratteggiate nello statuto.

  1. Lo scopo: uno hub non profit per lo sviluppo sostenibile Partiamo dallo scopo, che può declinarsi nello scopo-fine, fisso e immodificabile e definito con chiarezza dalla legge istitutiva, nonché ribadito all’articolo 2 co.1 dello statuto, in termini di creazione di uno hub italiano con proiezione internazionale sullo sviluppo sostenibile; e nello scopo-mezzo, tratteggiato nei commi 2 e 3 del medesimo articolo, attraverso la definizione di ambiti di attività variegati ed aperti, nonché mediante la previsione di una serie di attività strumentali all’attuazione dello scopo delineate nel comma 4 della stessa norma. Dunque, il fine ultimo resta scolpito e immutabile; ma possono cambiare, nel tempo e a seconda dei partner che di volta in volta si potranno avvicendare nella compagine del Tecnopolo, le attività e le modalità operative per il raggiungimento di quel fine. Altro punto fermo in prospettiva finalistica è il requisito della non lucratività, affermata nell’articolo 1 e ribadita fortemente sia nell’obbligo di devoluzione finale del patrimonio residuo allo Stato, a cui al momento dell’estinzione vanno resi i contributi ricevuti, per poi devolvere l’eventuale ulteriore residuo ad altri enti senza scopo di lucro; non lucratività ulteriormente confermata col divieto di trasformazione eterogenea stabilito dall’articolo 18 dello statuto, che preclude ogni tentazione di “migrazione” verso forme organizzative potenzialmente profit.

In questa stessa logica va altresì ricordata la disposizione che impedisce l’estinzione del Tecnopolo sulla base di una decisione meramente discrezionale da parte dell’organo amministrativo, dato il rinvio alle cause di estinzione previste dal codice civile nella disciplina generale delle fondazioni. Dunque Tecnopolo non nasce per generare profitti per sé, ma per agevolare e accompagnare le imprese nel delicato processo di selezione delle creazioni intellettuali (invenzioni e simili) che possano trovare sviluppo e commercializzazione, fornendo loro infrastrutture, ricerca, supporto logistico e ogni utile sostegno.

  1. La dotazione patrimoniale Il secondo ambito di norme riguarda il patrimonio, caratterizzato – come ormai è prassi nelle fondazioni di partecipazione – da una struttura duale prestabilita: un patrimonio di dotazione, che non può essere speso, ma può essere modificato nella sua composizione interna, e un patrimonio di gestione, che si rinnova nel tempo e serve alle esigenze concrete e mutevoli poste di volta in volta dalla finalità ultima del Tecnopolo. Qui il “detto” coincide essenzialmente con la forte affermazione del vincolo di destinazione del patrimonio allo scopo, attraverso i canoni di sana e prudente gestione (comma 3 dell’art.3), riferimento classico delle imprese vigilate in funzione di tutela del pubblico risparmio, ma anche nel prisma dei valori di efficacia, efficienza, trasparenza ed economicità, tipiche declinazioni del principio costituzionale di buon andamento della Pubblica Amministrazione (art. 1 comma 2).

I “non detti”, quanto mai opportuni, sono nella tendenziale atipicità degli apporti e contributi pubblici e privati, per i quali l’elasticità è massima, come si ricava dall’ elencazione ampia e articolata e a contenuto chiaramente non chiuso di cui all’articolo 3 comma 2. Questi apporti variegati rispondono al duplice schema della donazione traslativa immediata, essenziale perché la Fondazione stessa venga ad esistenza, di cui si fa integralmente carico il fondatore pubblico, lo Stato, con una dotazione di partenza di nove milioni di euro per tre anni, e una donazione obbligatoria, promessa di prestazioni future a carico dei partecipanti che via via si aggiungeranno.
4. Il “fattore umano”: fondatori e partecipanti E veniamo proprio al fattore umano, i cosiddetti “partecipanti”, che sono caratteristica precipua delle fondazioni di partecipazione e valgono a segnarne la distanza massima dal modello codicistico tradizionale di fondazione, classicamente imperniato sul distacco definitivo del patrimonio dalla persona del fondatore, che in genere non ha modo di seguire l’attività attuativa dello scopo né di interferire nelle decisioni gestorie. Qui invece, proprio grazie alla innovativa caratteristica delle fondazioni di partecipazione, il patrimonio e lo scopo sono oggetto di attenzione continuativa, di intervento per la predisposizione di direttive, di controllo costante sulle attività e sui loro risultati da parte non solo del fondatore pubblico, ma di tutti i soggetti legittimati all’ interlocuzione e alla partecipazione. Nello statuto del Tecnopolo, in linea con la generale tendenza che caratterizza le fondazioni di partecipazione, la regola è che si partecipa se e nella misura in cui si contribuisce.

Vi è una soglia minima, stabilita dal comma 1 dell’art.5, che segna il limite inferiore dell’apporto al fondo di gestione, commisurato all’apporto pubblico annuo, superato il quale il soggetto pubblico o privato, lucrativo o non lucrativo virgola che condivide gli scopi del Tecnopolo, entra di diritto nel comitato dei partecipanti e ha voce nel suo seno. I partecipanti con maggior peso contributivo nel fondo di gestione (almeno il 10% del contributo annuo dei fondatori) hanno altresì titolo per aspirare alla designazione di 4 componenti del consiglio di amministrazione, che vanno ad aggiungersi ai 5 di designazione ministeriale (2 da parte del MISE, due del MUR e uno del MEF). In questo caso, al potere di voice si va ad aggiungere quello di diretta partecipazione alle decisioni gestorie; benché la maggioranza in CdA sia sempre espressione dell’autorità governativa. 5. La governance: una struttura complessa con al centro il CdA La struttura organica del Tecnopolo Mediterraneo risulta abbastanza singolare, nella sua articolazione non propriamente lineare; ma la complessità della governance e la pluralità degli organi non devono sgomentare, perché sono il riflesso di una molteplicità di categorie di soggetti e stakeholders, accomunati dal servizio allo scopo fondativo, immutabile e insopprimibile, definitivamente fissato nella legge istitutiva.

La governance complessa è, insomma, riflesso del principio di partecipazione attiva e ne consente la piena attuazione. Lo schema organizzativo consta di due livelli, il primo che potremmo definire “istituzionale/ programmatorio” e il secondo “esecutivo”. Gli organi deputati alle funzioni di primo livello sono, da un lato, il Comitato dei partecipanti, chiamato ad una verifica generale dell’attività del Tecnopolo e a rendere pareri sulla stessa nei casi previsti dallo statuto o su richiesta del CdA; e dall’altro il Comitato scientifico, che svolge un ruolo di indirizzo dell’attività scientifica e un’attività consulenziale, con pareri e proposte sulla gestione. Il livello esecutivo è invece rappresentato dal Segretario generale, responsabile dell’attività tecnica e finanziaria del Tecnopolo e dell’esecuzione delle delibere del CdA. Quest’ultimo funge quindi da essenziale “cerniera” tra il primo e il secondo livello, in quanto è compartecipe del momento decisionale, potendo svolgere funzioni di alta amministrazione strategica, pur orientate dagli organi titolari delle funzioni di primo livello; ma è anche direttamente coinvolto nella fase di coordinamento e vigilanza sull’esecuzione delle decisioni assunte. La formula sintetica per cui “al CdA è affidata l’amministrazione ordinaria e straordinaria” è accompagnata (“inoltre”) dall’elencazione di una serie di diciotto compiti specifici corrispondenti alle aree di attività e ai principali doveri gestori inerenti il Tecnopolo, ivi compresa l’ulteriore sub-articolazione dell’organo gestorio in Presidente, Vice Presidente vicario, Consiglieri delegati.

Degno di attenzione è il primo di quei compiti, “assicurare l’eccellenza del Tecnopolo” (art.9, co.1, lett.a); la normamanifesto, lungi dal voler istituire un’obbligazione di risultato, è rivolta a garantire un impegno costantemente vincolato allo scopo e ai parametri scolpiti negli artt. 1 e 2 dello statuto. A latere dell’attività gestoria è il sistema dei controlli, articolato tra un organo interno e organi esterni. Il controllo interno è affidato all’Organo di revisione, che in realtà non svolge solo un’attività di revisione contabile, ma ha compiti e direi anche poteri assimilabili a quelli del collegio sindacale di una s.p.a., con cui condivide il dovere di vigilanza “sull’osservanza della legge e dello statuto, sul rispetto dei principi di corretta amministrazione e in particolare sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile adottato”. La vigilanza di natura pubblicistica è suddivisa tra il MUR, cui è affidato il controllo sull’osservanza dello Statuto, essenzialmente nella specola del monitoraggio sui processi e i risultati dell’attività più propriamente scientifica e di ricerca, e la Corte dei Conti, stante la necessità di verificare il corretto impiego del denaro pubblico investito nel Tecnopolo. Sembrerebbe che in un sistema già molto articolato e plurilivello non ci sia spazio per i “non detti”; e invece va rilevato come la disciplina della governance risulti molto scarna sotto il profilo dei rapporti e dei flussi informativi intraorganici e interorganici, che si esprime solo in un dovere del Segretario generale di riferire al CdA.

In realtà però, a ben guardare, lo statuto contiene un’importante apertura, di portata tra l’altro più ampia e non limitata a questi aspetti di governance, laddove consente al CdA di approvare, oltre al regolamento interno sulla concessione da parte del Tecnopolo di aiuti finanziari di varia natura, ulteriori regolamenti che potranno integrare e dettagliare singoli aspetti della gestione, ivi compresi quelli del funzionamento e delle relazioni tra gli organi di governo del Tecnopolo.

Anche qui, dunque, si manifesta la propensione dello statuto del Tecnopolo a fungere da punto di partenza, da sviluppare e articolare, di una rete complessa di relazioni e funzioni a servizio dello sviluppo sostenibile, nel quadro del fine ultimo della fondazione, concepita come strumento di cooperazione pubblico-privata di lungo termine per scopi di utilità sociale. 6. Il territorio e l’Università Lo schema e le modalità attuative riproducono quelle istanze di pluralismo e partecipazione che sono espressione tipica delle più solide democrazie occidentali, con un modello certamente più noto e diffuso nell’esperienza anglosassone e scandinava, maturato e sviluppatosi in seno all’etica protestante, che vede la ricchezza come grazia da condividere più che come “sterco di Satana”; la mediazione virtuosa che consente il cambio di visione è compiuta grazie alle forze vitali del “terroir”, che – come nel miracolo segreto della nascita dei grandi vini – vivifica e rinforza le energie del mosto, donandogli profumi e aromi della terra da cui nasce. In questo processo di convergenze e sostegni all’iniziativa non può e non deve mancare l’apporto dell’Università pubblica, e in particolare di Uniba, che in terra jonica forse ancor più che altrove ha dimostrato quella sensibilità alla costruzione sul territorio e col territorio, da un lato dando vita a esperienze di terza missione feconde e apprezzate, dall’altro già costruendo significativi poli di ricerca e di formazione alla ricerca; e penso non solo al Polo Scientifico e Tecnologico Magna Grecia, ma anche all’esperienza del Dipartimento Jonico e dei dottorati di ricerca, con particolare attenzione ai Dottorati industriali, nei quali sono stati raggiunti livelli importanti di mobilitazione di risorse.

Il Tecnopolo può consentire l’incontro e la convergenza di saperi diversi, fuori dell’ottica asfittica dei settori scientificodisciplinari, gabbie sempre più limitanti soprattutto ove si guardi al ben più flessibile approccio europeo alla ricerca, e può favorire la riflessione sui grandi temi che sfidano lo scienziato anche sotto il profilo etico e di responsabilità sociale: la sostenibilità dell’impresa, le sfide e i limiti dell’uso dell’intelligenza artificiale, l’impatto sul lavoro, sulla qualità della vita, sulla salute della quarta rivoluzione industriale. Sta alla società civile e al tessuto produttivo del territorio vincere questa sfida.

 

Daniela Canterino
Ph. D. Università Commerciale L. Bocconi – Milano Ordinario di Diritto commerciale Università degli Studi “Aldo Moro” Dottore commercialista e revisore contabile Membro ABF – Collegio di Bari

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