04 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 04 Agosto 2021 alle 01:55:00

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Il ponte girevole visto dall'alto

Siamo arrivati ad uno dei tornanti della nostra storia, decisamente il più complesso degli ultimi decenni, con diverse opportunità da cogliere, ma decisamente impreparati. Le vicissitudini europee conseguenti al virus hanno sconvolto il quadro economico e sociale pre- esistente determinando la necessità di allentare le maglie di una politica rigorista imposta dai paesi più solidi, ponendo le premesse per impostarne una più propesa a sostenere quelli più deboli. Su queste basi si è eretto il percorso della ricostruzione post – pandemica fatto di finanziamenti in parte a fondo perduto, in parte da restituire.

In tanti si augurano si tratti di un’autentica svolta originata dalla crisi sanitaria che apra ad una nuova svolta politica di un’Europa più solidale e inclusiva, più ambientalmente sostenibile ed in grado di recuperare margini di competitività nei riguardi dei padroni del mondo, vecchi (USA e Russia) e nuovi (Cina). Sei anni è il tempo che la nostra comunità sovranazionale si è data per spendere le risorse e ripartire, facendo molta attenzione che, non oltre il 2023, quindi tra meno di due anni, le regole dell’odiato patto di stabilità, riprenderanno, sia pur gradatamente ad essere reintrodotte. Questo è il quadro prospettico, ma se ne propone, da subito, uno intermedio che riguarda le riforme che la stessa Europa ci ha imposto di adottare, condizionando l’erogazione delle provvidenze. Per quanti hanno avuto modo di cimentarsi con il progetto del Recovery, non sarà sfuggito come ad ogni piano di investimento corrisponda una riforma, ed è per questo che la stessa Commissione che ha curato gli aspetti autorizzativi per i singoli stati se ne sia compiaciuta e abbia licenziato con favore il nostro.

Rapporto deficit-Pil, il tetto all’indebitamento pubblico, i piani di rientro del debito, con tutte le altre misure annesse, riprenderanno ad operare e qui bisognerà farsi trovare pronti, evitando le penose manovre di rientro che ci hanno indotto ad elaborare leggi di bilancio a dir poco fantasiose. In sintesi, si potrebbe dire che, dopo la sciagura sanitaria, ancora molto lontana dall’essere superata, si sono poste le premesse per la ripartenza. In un contesto simile, si sono un po’ perse le criticità dei singoli stati membri che, inevitabilmente, riaffiorano ogni qual volta si mette mano ad una qualunque ipotesi di intervento su singoli ambiti. Il nostro è un Paese che, prima del febbraio del 2020, aveva già palesato limiti impressionanti sotto il profilo economico; da vent’anni e più il tasso di crescita non ha mai superato lo zerovirgola. In realtà non si è mai ripreso dallo shock della crisi del 2008, quello dei titoli spazzatura di Lehman-Brother.

E, in questo arco temporale, sono accaduti fatti drammatici: l’aumento esponenziale delle disuguaglianze sociali (cinque milioni di nostri connazionali vivono in condizioni di povertà assoluta, con un numero pari pronto a degradare da quella relativa), il Sud si è ancor di più impoverito non solo nella sua dimensione economico-produttiva, ma sta ricominciando a fare i conti con i forti fenomeni migratori che ne indeboliscono il tessuto sociale, il lavoro, il fattore determinante per la crescita della ricchezza, manca a tutte le latitudini del paese e, per concludere, la situazione sanitaria è assurta ad autentico fattore di rischio per l’intera popolazione. Nei nostri ospedali, anziché curarsi, si rischia di ammalarsi. Ma, quel che è più grave è che il taumaturgo politico di turno chiamato nel 2018 a trovare la cura per trattare il malato Italia, si è mostrato a dir poco inadeguato. Talmente incapace che, come ci sta capitando negli ultimi decenni, si è fatto ricorso ad un governo di larghe intese tali da mettere dentro tutti, anche quelli che hanno idee e progetti opposti per evitare di trovarseli contro quando si deve assumere una qualche decisione. E’ stato necessario far ricorso alla figura più rappresentativa di cui disponevamo, il Prof. Mario Draghi, uno che la politica oltre che farla, la condizionava, per recuperare non solo credibilità, ma anche funzionalità.

Il nostro Piano europeo nella versione Conte, ci era stato già rispedito al mittente perché non rispondente nemmeno alle linee guida dettate dalla Commissione. A ben guardare, la crisi pandemica è stata solo una terribile complicazione. Con l’avvento dei vari governi a guida Conte (giallo-verde, giallo-rosa), la nostra condizione si è molto deteriorata avendo verificato la concreta incapacità di un ceto politico rivelatosi incompetente ad assolvere alla sua funzione. E, attenzione, a quel Parlamento molto improbabile, resta affidato il compito di traghettarci fuori dal guado della crisi approvando riforme, varando piani di investimento, eleggendo il nuovo Capo dello Stato e avviando la campagna elettorale che, ci auguriamo, segnerà l’uscita di scena della peggiore classe politica mai avuta dal Dopoguerra ad oggi. Sembra quasi uno scherzo del destino, ma siamo esattamente in questa condizione: i peggiori dovranno evitare di combinare altri guai, auspicandoci che limitino il proprio raggio di azione e non vadano oltre una scarna ordinarietà. Ci auguriamo che in questo abbiano buon gioco le due principali cariche dello Stato, i due Presidenti, Mattarella e Draghi. Dopo bisognerà pensare a rifondare lo Stato moderno di cui si avverte un disperato bisogno, oggi bisognerà evitare solo di complicare ancora di più la situazione: quei danni che procura la cattiva politica quando mette in campo la falsa narrazione del paese che riparte e che guarda al futuro.

Viviamo una fase di transizione molto complessa e, come si conviene nelle comunità più colte e sagge, oggi si possono solo porre le basi per la ripartenza recuperando il livello di efficienza perduto e, soprattutto, riaffermando i valori che devono essere posti a base della civile convivenza democratica. Riequilibrare le condizioni di svantaggio economico e sociale che opprimono i più deboli, ristabilire il concetto pieno di legalità, prendersi cura di quanti vivono una condizione di marginalità (disoccupati, disabili, anziani bisognosi di cure), far ripartire tutti gli ambiti dell’istruzione per offrire a tutti, ma proprio a tutti, la possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita, stabilire le premesse per superare gli squilibri geografici creando nuove opportunità di lavoro, per tutti, giovani e meno giovani. Fare tutto e subito non si può, è la logica fuorviante che adotta una classe politica improvvisata e di basso profilo unicamente per accaparrarsi il consenso elettorale e che, oggi, può solo peggiorare le nostre condizioni di vita. La lunga premessa vale per tutti, ma ancora di più per la nostra avvilita comunità ionica che arriva a questi appuntamenti decisamente impreparata.

Non solo senza aver risolto alcuno dei suoi problemi storici che la angosciano da decenni, ma con un livello di frammentazione e di disgregazione sociale che sembra non trovare fine. L’incapacità si è tradotta in una sorta di esercizio costante, quello di devolvere ad altri la soluzione dei problemi, ed in questo, quello giudiziale, continua ad essere il percorso privilegiato. Arrivano i fondi, quelli che abbiamo invocato vanamente nel tempo, ma non abbiamo la capacità di progettualizzarli, compito che dobbiamo affidare alle potenti lobby tecnocratiche multinazionali, potendoci limitare a trasferire solo i nostri desiderata che, tra l’altro non vantano nemmeno il crisma della condivisione, non avendo, mai, potuto discuterne in un pubblico e franco contraddittorio. Il decisore politico di turno (il Ministro dello Sviluppo Economico), ingabbiato nei meandri della giustizia (c’è sempre una sentenza penale, amministrativa o civile da attendere), ed ora anche nel guado degli assetti societari (insediamento del CDA di Acciaierie d’Italia), rimane al palo e prende tempo. Dopo nove anni di crisi rimangono le tracce (una sorta di cespugli) di tante iniziative frammentate, talune anche meritevoli, ma continuano a mancare gli interpreti che ne diano sostanza, profondità e prospettiva. In democrazia, le elezioni servono a questo, e nei periodi di crisi le comunità illuminate schierano gli uomini migliori di cui dispongono. Adesso non si può più sbagliare. E’ uno dei tanti insegnamenti che il Presidente Mattarella ci lascia in eredità alla vigilia del semestre bianco.

Giancarlo Turi
Segretario Generale UIL Taranto

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