30 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 30 Luglio 2021 alle 17:43:00

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Riflettori puntati sul riscaldamento globale

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Riflettori puntati sul riscaldamento globale

Quante volte siamo entrati in mare per cercare un po’ di refrigerio dalla canicola estiva e abbiamo esclamato delusi: “L’acqua è calda come un brodo!”. Ebbene, a causa del surriscaldamento globale, siamo condannati a ripetere questa espressione sempre più spesso. Ma cos’è il surriscaldamento globale o “global warming”? Con questo termine si indica il riscaldamento della terra dovuto all’alto livello di emissioni di gas serra. I principali gas serra sono il vapore acqueo (H2O), il diossido di carbonio (CO2, più conosciuto come anidride carbonica), il metano (CH4) e l’ossido di diazoto (N2O).

Ma perché si chiamano “gas serra”? Il sole irraggia la Terra con un quantitativo ingente di radiazioni che colpiscono l’atmosfera sotto forma di luce visibile, di raggi ultravioletti (o raggi UV), di raggi infrarossi (o raggi IR) e altre tipologie di radiazioni invisibili all’occhio umano. Secondo la NASA, il trenta percento delle radiazioni solari che entrano nell’atmosfera terrestre viene riflesso nello spazio dalle nuvole, dal ghiaccio e da altre superfici riflettenti. Il restante settanta percento, invece, viene assorbito dagli oceani, dal terreno e dalla stessa atmosfera. Riscaldandosi con le radiazioni che vi giungono, gli oceani, il terreno e l’atmosfera rilasciano calore sotto forma di radiazioni infrarosse, che vengono riflesse nello spazio. L’equilibrio tra radiazioni in entrata e in uscita mantiene la temperatura media globale attorno ai 15°C. I raggi ultravioletti in entrata passano facilmente attraverso il vetro della serra (la nostra atmosfera) e vengono assorbiti dalle piante e dalle altre superfici presenti all’interno (gli oceani, il terreno e l’atmosfera). Le radiazioni infrarosse che vengono emanate dalle superfici interne e il calore da esse prodotto vengono trattenute dai suddetti gas all’interno dell’atmosfera.

Essa, quindi si riscalda, proprio come avviene in una serra! Un gas serra può rimanere in atmosfera per secoli dopo il suo rilascio. Anche se riuscissimo a sospendere le emissioni di CO2, il 50% di tale gas rimarrebbe in atmosfera per 750 anni e il livello del mare continuerebbe ad aumentare fino al 2050. Il metano è responsabile dell’effetto serra per circa il 18% essendo la sua capacità di trattenere il calore 21 volte maggiore di quella della CO2 e, purtroppo, la sua concentrazione atmosferica sta aumentando in maniera esponenziale a causa degli allevamenti intensivi ma anche dello scioglimento del permafrost (terreno perennemente ghiacciato, che si trova tra l’estremo Nord Europa, la Siberia e l’America Settentrionale) che intrappola i pericolosi gas serra ma che ora li libera sciogliendosi.

E’ di soli due giorni fa la notizia dei numerosi roghi in Yakutia, nella Siberia Orientale. Il Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) ritiene che la temperatura media del pianeta sia aumentata di circa 0,6°C dal 1861. Secondo gli scienziati del Goddard Institute for Space Studies (Giss) della Nasa, nel 2019, le temperature sono state di 0,98°C più alte rispetto alla media del trentennio 1951-1980. Inoltre, sulla base delle tendenze attuali di emissione dei gas serra, si prevede un ulteriore aumento della temperatura terrestre tra 1,4 e 5,8°C nel periodo fra il 1990 e il 2100. Il surriscaldamento della Terra determina quello degli oceani. A tal proposito, i ricercatori della Chinese Academy of Sciences hanno esaminato i dati sulle temperature marine, raccolti da vari istituti in tutto il mondo, a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Hanno scoperto che dagli anni novanta in poi, le temperature degli oceani hanno subito un’impennata, con l’oceano Atlantico e l’oceano Antartico che hanno subito gli aumenti più importanti.

Il Mar Mediterraneo, per le sue caratteristiche di bacino semichiuso, è soggetto maggiormente al riscaldamento delle acque e svolge un importante ruolo di sentinella dei cambiamenti climatici. Il progetto “Mare Caldo”, condotto da Greenpeace e da ricercatori dell’Università di Genova, su ben 9 Aree Marine Protette italiane ha mostrato che dagli anni ottanta del secolo scorso ad oggi, le temperature superficiali del mare sono aumentate di circa 1°C nell’Area Marina Protetta del Plemmirio (in Sicilia) e di ben 1,7-1,8°C nell’Area Marina Protetta di Portofino e dell’Isola d’Elba. In queste due zone, tramite sensori posti in mare fino a quaranta metri di profondità, i ricercatori hanno scoperto come il calore superficiale si traferisca lungo tutta la colonna d’acqua, provocando, la scorsa estate, due ondate di calore con un aumento repentino delle temperature fino a 20°C perfino a 20-25 metri di profondità. Il riscaldamento delle acque più profonde comporta la perdita del “termoclino”. Con questo termine si indica uno strato che separa le acque superficiali da quelle profonde. Sotto il termoclino, la temperatura rimane costante. La temperatura delle acque superficiali, invece, dipende da quella atmosferica. In estate, le acque superficiali più calde e, quindi con minore densità, galleggiano sopra quelle più profonde e più fredde. In inverno, accade invece che le acque superficiali possono raggiungere temperature inferiori di quelle dello strato profondo. Quando ciò si verifica, le acque profonde, ora meno dense di quelle superficiali perché più calde, tendono a risalire e in questa risalita trascinano verso l’alto i nutrienti di cui abbondano. Al contrario, quelle superficiali, ora più dense perché più fredde, tendono a scendere portando in profondità l’ossigeno, di cui sono ricche per il rimescolamento ad opera dei venti.

L’aumento della temperatura dei mari può determinare la scomparsa del termoclino e, conseguentemente, dei movimenti delle masse d’acqua che trasportano nutrienti e ossigeno così influenzando la vita negli oceani. Una curiosità: il termoclino può essere osservato dai subacquei ad occhio nudo in quanto si presenta come un foglio di plastica dello spessore di circa 2/3cm. Ma non finisce qui! All’aumentare della temperatura dei mari, diminuisce la solubilità dell’ossigeno. Negli ultimi 50 anni, il contenuto di ossigeno negli oceani è diminuito di oltre il 2%. In un prossimo articolo vedremo come questo aspetto influenzi lo spostamento delle popolazioni di pesci che fuggono dalle acque con poco ossigeno. E’ dello scorso maggio la notizia del distacco avvenuto in Antartide di un iceberg, lungo 170 chilometri, largo 25 e della superficie di 4.320 km2, confrontabile a quella di Maiorca, la più grande delle isole Baleari. Ma il Polo Nord non sta messo meglio. Infatti, a causa del riscaldamento delle acque, tra il 1992 e il 2018, la calotta glaciale della Groenlandia ha perso 3.800 miliardi di tonnellate di ghiaccio, contribuendo a un innalzamento del livello medio dei mari di circa un centimetro.

Se la fusione continuerà ai ritmi attuali, i ghiacciai della Groenlandia faranno salire i mari del nostro pianeta di 7-13 centimetri entro la fine del secolo. La NASA ha osservato che ogni anno perdiamo circa 300 miliardi di tonnellate di ghiaccio al Polo Nord e 130 miliardi di tonnellate al Polo Sud. Per quanto concerne le vette montane, sono 35 i miliardi di tonnellate di ghiaccio che scompaiono annualmente. Il primo effetto dello scioglimento dei ghiacci è l’innalzamento del livello dei mari che, ovviamente, interessa le zone costiere in maniera differente. Le città situate lungo coste e lagune finirebbero sommerse. Nel 2017, i ricercatori del Laboratorio di Modellistica Climatica e Impatti dell’Enea hanno previsto che nel 2100 verranno inondati 5.500 km2 di zone costiere italiane, tra cui Venezia, le pianure di Oristano e Cagliari e la pianura di Taranto. Ma, mentre i paesi più ricchi stanno investendo in nuove forme di protezione costiera (come i Paesi Bassi), questa situazione sta mettendo a rischio la sopravvivenza dei popoli degli stati più poveri come il Bangladesh, dove il livello delle acque marine è aumentato di oltre il doppio della media mondiale (8 millimetri contro 3,2) e dove ogni anno una porzione dal 30 al 50% del territorio viene allagata dall’acqua marina.

Ulteriori conseguenze? Aumento delle disparità sociali e del numero dei rifugiati climatici. Ma gli effetti del riscaldamento dei mari non rimangono confinati ai mari stessi. Ricordate la tempesta Vaia che nell’ottobre 2018 ha interessato l’area montana delle Dolomiti e delle Prealpi Venete? L’evento è erroneamente conosciuto con l’appellativo di “tempesta”, ma esso è il primo uragano tropicale di categoria F3, cioè con venti di 180-200 Km/h, mai segnalato alle nostre latitudini. Secondo gli esperti del Cnr-Ismar di Venezia la tempesta ha raccolto le sue energie in un mare insolitamente caldo, creando un vortice di vento e pioggia che si è incanalato lungo le gole dolomitiche. In questo scenario catastrofico, anche noi cittadini comuni possiamo e dobbiamo fare la nostra parte. Iniziamo dall’ottimizzare i nostri consumi energetici, scegliendo elettrodomestici a basso consumo, sostituendo le vecchie lampadine con impianti a led, evitando di lasciare gli elettrodomestici in stand-by e riducendo la temperatura del termostato, in maniera tale da evitare sprechi e ridurre l’impatto sulle emissioni di CO2 in atmosfera. Cerchiamo di ottenere l’energia di cui abbiamo bisogno da fonti rinnovabili e optiamo per la mobilità sostenibile.

Puntiamo su un’alimentazione consapevole, limitando gli alti costi economici e ambientali legati agli allevamenti intensivi, e consumiamo alimenti locali e stagionali, cioè “a chilometro zero”, per abbattere i costi di trasporto e stoccaggio.

Ester Cecere
Primo ricercatore Cnr Istituto Talassografico Taranto

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