18 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Settembre 2021 alle 21:07:14

Agorà

La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento

foto di Aula di tribunale
Aula di tribunale

Alla fine l’intesa è stata raggiunta e la Commissione Giustizia della Camera ha approvato il subemendamento dei relatori. L’accordo è arrivato sull’impianto della proposta di Debora Serracchiani, capogruppo del Partito democratico alla Camera, la quale aveva chiesto di prorogare temporaneamente i termini di prescrizione. Per i primi tre anni, per tutto il 2024, la riforma prevede una base di 3 anni in Appello e 1 anno e 6 mesi in Cassazione. Su richiesta motivata del giudice tali termini potrebbero essere ulteriormente prorogati arrivando ad un massimo di 4 anni per il secondo grado e 2 per il terzo. A patire dal 2025 invece il primo grado potrà durare 2 anni con una proroga di un altro anno, ed in Cassazione 1 anno con possibilità di proroga di altri 6 mesi. Il tavolo ha rischiato di saltare più volte a causa del gioco a rialzo dei vari partiti.

Essenziale per il cambio di rotta del Movimento Cinque Stelle, che aveva già votato il primo testo in Consiglio dei Ministri, è stata la preoccupazione espressa da molti magistrati anti-mafia. L’intervento del Procuratore Nicola Gratteri, in particolare, che aveva lanciato l’allarme davanti alla Commissione del rischio di improcedibilità per i maxi processi che si stanno celebrando nel distretto di Catanzaro. Secondo il Procuratore il 50% dei processi per mafia sarebbe finito sotto la scure della improcedibilità. Inutile è stata in tal senso la risposta immediata di Gian Domenico Caiazza, Presidente dell’Unione delle Camere Penali, che aveva fatto notare come la preoccupazione palesata da Gratteri fosse del tutto infondata. Caiazza aveva infatti chiarito come i processi per mafia abbiano sempre usufruito di una corsia preferenziale, e che statisticamente la durata media di questi processi sia decisamente inferiore rispetto agli altri. Essendo gli imputati per mafia detenuti, infatti, i relativi processi sono celebrati nel rispetto dei termini di custodia cautelare. Lo stesso potremmo dire per i processi relativi alla violazione dell’art 73 del Testo Unico sulle Droghe, associazione ai fini di spaccio. Il Movimento Cinque Stelle aveva quindi rilanciato chiedendo una corsia preferenziale per i processi per mafia e terrorismo. La Lega aveva chiesto che tale corsia fosse estesa all’abuso d’ufficio e ai reati per droga.

LEU aveva chiesto, trovando in seguito l’appoggio di Conte, di escludere dalla riforma anche i reati per corruzione. Forza Italia invece aveva proposto che l’esclusione riguardasse anche i reati contro la pubblica amministrazione. Roberto Occhiuto, capogruppo FI alla Camera, aveva poi palesato perplessità in merito all’esclusione dei reati per mafia, sostenendo che l’aggravante mafiosa sarebbe stata usata come pretesto per dilatare i tempi di giudizio. Alla fine la mediazione del governo non è stata semplice e neanche scontata. Partendo dall’impianto della Riforma Bonafede, che prevede lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado sia in caso di condanna sia in caso di assoluzione, fino a tutto il 2024 termini ad hoc saranno concessi ai processi per terrorismo, mafia, associazione ai fini di spaccio e violenza sessuale. I malumori nelle diverse aree sono tuttavia molti ed hanno giustificazioni diverse. A partire dal Movimento Cinque Stelle, dove il compromesso sembra aver creato una spaccatura sia tra i parlamentari che nell’elettorato. Danilo Toninelli aveva proposto che la decisione fosse vincolata alla consultazione tra gli iscritti.

Di Battista ha ammonito invece il Movimento sostenendo che, se pure la riforma Cartabia non possa essere più annoverata come una riforma “salva mafiosi” grazie al lavoro del Movimento, sarà in ogni caso una riforma “salva ladri e colletti bianchi”. Conte ha invece rivendicato l’esito della trattativa come un gran successo di mediazione. Altra frangia quella composta da coloro i quali, in primis Giuliano Ferrara, ritengono che la riforma leda il principio di una giustizia eguale. Diversi i giuristi che in tal senso hanno espresso dubbi di costituzionalità sulla riforma, sostenendo che la durata del processo non possa dipendere dalla tipologia del reato. Secondo l’art 24 comma 2 infatti, «La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento», ed è bene ricordare che in base all’art 27 comma 2 della Costituzione «L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva». Insomma, le garanzie procedurali valgono per tutti e devono essere uguali per tutti. Anche agli imputati per mafia, che non sono colpevoli sino a sentenza definitiva, va riconosciuto il diritto ad un processo di ragionevole durata. Al netto di tutte queste considerazioni va lodato il coraggio e la pazienza di chi come il Presidente Draghi e il Ministro Cartabia, ha lavorato senza pregiudizi nel tentativo di ricercare una mediazione essenziale. Nella considerazione che lo scopo principale della riforma era ripristinare un principio di diritto imprescindibile come quello della ragionevole durata del processo, la cui violazione ha visto il nostro paese condannato 1202 volte dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dal 1959 ad oggi. Nella consapevolezza che i fondi del Recovery Fund sono vincolati all’approvazione di una riforma che influisca con determinazione sui tempi della giustizia. Ed in tal senso l’assunzione di nuovi magistrati, personale, ed investimenti in digitalizzazione, che i fondi del Recovery consentono, sono quello che fa realmente la differenza rispetto al passato.

Mirko Venturini

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