22 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Settembre 2021 alle 18:59:00

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Cannabis

Il proibizionismo ha fallito. Non si tratta di una posizione ideologica ma di un dato di fatto oggettivo con cui occorre fare i conti senza troppi preamboli. Decenni di proibizionismo sono serviti solo a stimolare la disinformazione, i traffici, il numero di consumatori, il volume degli affari della malavita e a bloccare la ricerca scientifica.

Nel nostro Paese, come nel resto d’Europa, le violazioni in materia di stupefacenti rappresentano la fattispecie di reato più contestata alla popolazione detenuta. Secondo i dati del Ministero di Giustizia, al 31 Dicembre 2020 sono 18.757 i detenuti in violazione del Testo Unico Stupefacenti, spaccio e/o coltivazione e associazione finalizzata allo spaccio, e la maggioranza dei reati contestati sono relativi alla cannabis e i suoi derivati. L’Italia è storicamente uno dei maggiori consumatori di cannabis al mondo ed è stato in passato uno dei maggiori produttori. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica si contano in Italia più di 6 milioni di consumatori, non è quindi un caso che la campagna per la raccolta firme per il referendum sulla cannabis legale, referendumcannabis.it, abbia sfondato in meno di un’ora la soglia delle cinquantamila firme. Centomila firme in ventiquattro ore.

Un record senza precedenti che dimostra come i tempi siano ormai maturi per un approccio diverso al fenomeno. Intanto la Commissione Giustizia della Camera ha approvato il testo di legge che ha unificato le proposte presentate da Riccardo Magi (Presidente e Deputato di +Europa), Licatini del Movimento Cinque Stelle, ed altri, in merito al testo unico sulle droghe, e che depenalizza la coltivazione domestica di cannabis sino ad un limite massimo di quattro piante. A favore del provvedimento si sono espressi Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Liberi e Uguali, e +Europa. Italia Viva si è astenuta, e tra i favorevoli spicca la posizione di Elio Vito che si è distinto dai suoi compagni di Forza Italia. La battaglia per la legalizzazione delle droghe “è una questione di libertà, di giustizia, di salute, di lavoro e di contrasto alla criminalità”, dichiara Riccardo Magi. Il referendum, che mira all’abrogazione del reato di coltivazione eliminando ogni pena per qualsiasi condotta legata alla cannabis, deve essere considerato come il primo passo verso una politica di responsabilizzazione nell’analisi e nella gestione di un fenomeno di massa che il proibizionismo non è mai riuscito a contrastare efficacemente. La guerra alla droga costituisce un enorme costo sociale che grava su tutta la collettività, senza produrre alcun risultato utile, sia in seno al contrasto alla malavita organizzata e sia sulla diffusione e l’uso di sostanze. In Italia, in particolare, il costo della guerra alla droga ha un impatto immediatamente riscontrabile sul funzionamento della giustizia e dei suoi tempi.

Le esperienze storiche a disposizione dimostrano come la legalizzazione consenta un costante monitoraggio sulla diffusione, sulla qualità, sulla distribuzione ed il commercio, compito che oggi lo stato delega colpevolmente alla malavita organizzata. Prima di decidere se i vantaggi in campo medico della cannabis siano maggiori o minori rispetto ai danni dovuti al consumo ludico, dovremmo intervenire immediatamente per sottrarre produzione e commercio alla malavita organizzata. Antiproibizionismo significa libertà come assunzione di responsabilità. Come si legge nel comunicato ufficiale divulgato dalla Drug Policy Alliance all’indomani del voto a Washington e Colorado: “tutti coloro che in tutto il mondo sostengono la nostra lotta contro la guerra alla droga si battono perché venga il giorno in cui le politiche sulle droghe non siano più motivate dall’ignoranza, dalla paura e dal pregiudizio, piuttosto che dalla scienza, dalla compassione, dall’esigenza di un uso saggio delle risorse prelevate mediante fisco, e dai diritti umani, con istruzione e stessi diritti per tutti”. Dopo una guerra durata cinquantanni senza alcun risultato, Kofi Annan, settimo Segretario Generale delle Nazioni Unite, si fece promotore della campagna StopWarOnDrugs, analizzando nel dettaglio le ragioni per cui «la guerra globale alle droghe è fallita, con devastanti conseguenze per gli individui e le società nel mondo».

«Grazie all’esperienza maturata», dichiara Kofi Annan, «posso in maniera disinteressata tranquillamente esprimere un giudizio di quali siano le politiche la cui applicazione ha prodotto risultati, e quali non abbiano invece funzionato. Le politiche che cercano di rendersi interpreti di stereotipi e luoghi comuni possono facilmente portare ad errori di valutazione grossolani, producendo politiche non funzionali. Non c’è ambito in cui il divorzio tra la retorica e la realtà sia più evidente che quello della lotta alla droga, dove troppo spesso l’ideologia e le emozioni prendono il sopravvento sull’evidenza dei dati. Prendiamo il caso dell’uso terapeutico della cannabis. Il dato incontrovertibile ci dice che la legalizzazione negli Stati Uniti dell’uso terapeutico non ha incentivato l’utilizzo ricreativo tra gli adolescenti. Dal versante opposto, l’inasprimento delle pene ha portato tra il 2010 e il 2013 a quasi il triplo dei decessi per eroina rispetto agli anni passati. Tra il 19 Aprile e il 21 di quest’anno, l’Assemblea Generale delle Nazioni Uniti si riunirà in una sessione speciale per affrontare il problema delle droghe. Il mondo può scegliere di cambiare rotta. Ognuno di noi deve chiedere a se stesso quale sia la politica corretta.

Più specificatamente: come possiamo continuare ad accettare ciò che l’Ufficio sulle Droghe e il Crimine delle Nazioni Unite ha chiamato “conseguenze non calcolate” delle politiche degli ultimi cinquant’anni, ovvero il fatto che tali politiche abbiano generato un mercato internazionale enorme delle droghe, un mercato che si alimenta di violenza, corruzione, instabilità. Pensiamo solo ai sedicimila omicidi in Messico nel 2013 connessi al traffico. Che le politiche scellerate dei governi ne abbiano distrutte molte di più. Tutti noi vogliamo proteggere le nostre famiglie dalla droga, ma se proprio entreranno in contatto con essa, vogliamo che lo facciano con la consapevolezza del paziente senza essere perseguiti come criminali. La tendenza in molte parti del mondo continua ad essere quella di stigmatizzare chi ne fa uso, incarcerarli, anche i malati che non fanno altro che curarsi. In quale altro contesto della sanità possiamo criminalizzare pazienti in cerca di cure? Le misure repressive sono costate l’incarcerazione di moltissime persone, e nella stragrande maggioranza dei casi di dipendenza dalle sostanza possiamo dire che se il carcere è servito a qualcosa, quel qualcosa è il peggioramento delle condizioni di dipendenza. L’intento originario della politica sulle droghe della Convenzione delle Nazioni Unite sui Narcotici, era proteggere la salute del genere umano. Dobbiamo tornare a focalizzarci su questo obbiettivo, e per farlo occorre compiere passi decisivi. Primo: dobbiamo decriminalizzare l’uso di sostanze.

L’uso di sostanze è pericoloso, ma è materia che deve essere trattata dalla sanità e non dalle corti. Dobbiamo a tal fine rafforzare la preparazione delle sanità nazionali. Secondo: dobbiamo accettare la sconfitta dell’illusione di un mondo libero dalle droghe. Dobbiamo invece lavorare per ridurne i rischi connessi al consumo, attraverso scambi di cooperazione, che possono realmente fare la differenza. Le politiche adottate dalla Germania negli ultimi anni hanno determinato un crollo delle infezioni da HIV dal 40% al 5%, rispetto ai paesi che invece non hanno adottato tali politiche. Terzo: Dobbiamo lavorare a programmi di istruzione ed informazione invece che continuare a perseguire la irrealistica soppressione delle droghe. Questo approccio dimostra anche come è possibile influire riducendo il consumo delle dipendenze da tabacco. Sarà l’informazione, la possibilità di controllo e di regolare che ridurrà il numero di fumatori, e non la prigione.

La crescita della tassazione e delle restrizioni alla vendita hanno dimostrato la capacità di produrre effetti importanti in tal senso. La battaglia per la vendita legale della cannabis è partita dalla California, che ne ha legalizzato l’uso terapeutico sin dal 1996. Da quel momento molti paesi negli Stati Uniti e nel resto del mondo hanno seguito l’esempio. E’ noto come i cittadini abbiano appoggiato la proposta di legalizzazione ad uso creativo in Colorado: solo nello scorso anno tale decisione ha portato nelle casse del Colorado 135milioni di dollari. Altri paesi hanno percorso strade diverse per regolarne il commercio. I frequentatori di Cannabis Social Club in Spagna possono crescere le proprie piante e vendere piccole quantità. Il prossimo anno il Canada diventerà il prossimo paese del G7 a regolare il commercio della cannabis. Non c’è un solo caso in cui alla legalizzazione sia seguito un incremento dell’uso della sostanza. La legalizzazione ha invece ridotto fortemente il potere del mercato nero. Un mercato regolato non è tuttavia un mercato libero: dobbiamo prestare attenzione a cosa serve regolare, e cosa può fare a meno di un controllo centrale. Abbiamo il dovere di capire che, nonostante la maggioranza dei fumatori ne faccia un uso moderato ed occasionale, la cannabis potrebbe essere potenzialmente pericolosa. La nostra battaglia per la legalizzaione deve essere un pretesto per studiare gli eventuali rischi connessi all’utilizzo, e produrre soluzione che possano combatterne i rischi con maggiore efficacia. I consumatori hanno il diritto di essere informati sui rischi che corrono, e hanno il diritto di sapere come possono ridurli. Dobbiamo mettere i governi nella condizione di regolare i commercianti dialogando con loro al fine di ridurre i rischi.

Le droghe più pericolose potremmo decidere che siano vendibili sono previa prescrizione medica, come già accade in Svizzera. L’evidenza scientifica e il nostro impegno a difesa della salute dell’umanità e dei diritti umani, deve portarci alla fine della guerra alle droghe. Questo significa assicurarsi che i dipendenti da sostanze non finiscano più in carcere, e non si trovino più a dover fronteggiare a situazioni che peggiorano le loro condizioni di salute e le loro dipendenze. E’ giunto il momento di avere un intelligente e salutare approccio con le droghe. E’ tempo per tutti i paesi di adottare politiche simili a quelle adottate dalle Germania. La Sessione Speciale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite potrebbe essere un buon inizio».

Mirko Venturini

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