Murales, polemiche e bisogno di osare | Tarantobuonasera

09 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Dicembre 2021 alle 11:48:00

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Murales, polemiche e bisogno di osare

La polemica sul murale dell’imponente e un po’ tronfio Nettuno ha spaccato l’opinione pubblica in due fazioni in lite. Da una parte il partito dei favorevoli (non pochi per necessità di adulazione), dall’altra il partito dei contrari (non pochi per necessità di opposizione). Grosso modo lo scontro, soprattutto sui social, è rimasto ancorato al valore identitario o meno di un’immagine che riprende uno dei monumenti simbolo di un’altra città oppure si è appiattito sulla diatriba bello/ brutto che non è certo il criterio più oggettivo per valutare un intervento artistico. Di sicuro una qualsiasi pennellata che avesse coperto lo squallore preesistente avrebbe avuto ragione d’esistere. Nettuno, in fondo, copre una bruttura.

È proprio questo aspetto a sollecitare una domanda: quale funzione vogliamo attribuire ai murales? Agli inizi del Novecento, la pittura murale ebbe in Messico una valenza politico sociale ispirata ai valori e allo spirito della rivoluzione che pose fine alla dittatura di Porfirio Diaz. Oggi il muralismo messicano è un pezzo di storia del Novecento. In Italia, come esaltazione dell’arte fascista, Mario Sironi elaborò addirittura il manifesto della pittura murale elevandola a “pittura sociale” e propugnandone la sua forza comunicativa come strumento di rinnovamento spirituale dell’anima popolare. Negli anni della Grande Depressione americana, i murales avevano lo scopo di infondere fiducia in una popolazione alle prese con la profonda crisi economica; gli artisti vennero coinvolti in appositi piani governativi per realizzare le loro opere che avevano come soggetto scene di lavoro, tanto nei campi agricoli quanto nelle industrie. Per tornare in Italia e arrivare a epoche più recenti, in Sardegna fra gli anni ’60 e ’70 il muralismo ebbe una straordinaria capacità di esprimere idee e speranze di un popolo. Un recupero, insomma, dello spirito che aveva caratterizzato l’arte murale messicana. A Berlino l’East Side Gallery sullo storico muro che divise in due la città dal 1961 al 1989 è una meravigliosa e variopinta tempesta di simboli e immagini che segnano il sofferto conflitto tra soffocante prigionia collettiva e ansia di libertà. C’è da dire che negli anni la trasgressività e la spontaneità creativa sono andate via via sfumandosi nel rapporto tra committenti pubblici e artisti.

Del resto, come ha opportunamente osservato l’architetto Augusto Ressa nel dibattito sul controverso Nettuno, « il rapporto di dipendenza fra le arti e il potere (…) è e sarà sempre ben saldo». Certo, l’arte murale può avere anche solo una funzione decorativa, puramente ornamentale, sicuramente non disprezzabile e piacevole allo sguardo, magari valida dal punto di vista estetico ma forse meno incisiva per il suo impatto culturale sulla comunità alla quale si rivolge. A Taranto quale scelta è stata fatta? L’impressione è che siano presenti entrambe le opzioni: ci sono murales nei quali è difficile intravedere un qualche messaggio politico-sociale, altri in cui il significato è sicuramente più esplicito. Anche dal punto di vista stilistico, ce ne sono alcuni decisamente convenzionali, altri senz’altro più coraggiosi. E torniamo quindi al punto dal quale siamo partiti. L’idea di dare colore alle anonime periferie e agli angoli più grigi del Borgo è senz’altro meritoria e in certa misura persino liberatoria, anche se certamente non può essere questa la sola iniziativa per strappare al degrado fette di città in crisi. Ma per restare all’aspetto artistico, lo sforzo successivo da compiere è ora quello di uscire dalla convenzionalità di alcuni soggetti raffigurati e della loro forma espressiva. C’è bisogno di osare. Se Taranto vuole porsi all’attenzione del mondo per queste forme d’arte, ha necessità di sviluppare una propria originalità espressiva affinché queste opere non restino prigioniere di cliché privi di particolari peculiarità tanto nella forma quanto nei contenuti. Si possono cioè esprimere messaggi che abbiano una rappresentazione artistica d’avanguardia, in una visione che spezzi una certa rassicurante banalità e che esprima l’anima di un luogo e la prospettiva alla quale quel luogo e la sua comunità vogliano ambire. Un segno culturale e artistico di riconoscibilità, insomma.

La città che ha vilipeso Nicola Carrino e Gio Ponti (oggi finalmente riscoperto per la sua Concattedrale), ha probabilmente l’esigenza di affrontare scelte ardimentose che vadano oltre il linguaggio didascalico e che diano il senso della evoluzione culturale che si vuole perseguire. Passi avanti ne sono stati fatti rispetto al modesto passato, piegato alla logica delle cinzelle, delle sirenette, di certi mosaici piuttosto kitsch, dei monumenti ai militi, degli “affreschi mitologici” sui muri della Città Vecchia o, peggio ancora, dei banner – fortunatamente mai realizzati – a base di cozze e fiaschette di vino che precedenti amministrazioni avevano premiato per ornare gli ingressi della città. Per dire, e anche per il gusto di rinfocolare una antica polemica rinvigorita da recenti pubblicazioni, Giovanni Paisiello poteva essere raffigurato dal fuso ascendente di Nino Franchina o dal tetro mezzobusto di Pietro Canonica. Fu preferito il Canonica. Ecco, vorremmo più Franchina. Anche nell’arte murale.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

2 Commenti
  1. VINCENZO 1 mese ago
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    Gentile direttore, ho seguito il suo articolo. nel coirso dello sesso, ha detto bene sul “Nettuno”. Lo stabile prima sembrava un dente di rinoceronte, ora accoglie qualcosa che fa pensare e apprezzare per come sia stato fatto bene. Nessuno parla di quelle piastrelle affisse sul Corso Vitt. Emanule (ringhiera) che non dicono nulla. Infine hai citato Nico Carrino. che tempo addietro le scrissi della bellissima sua opera distrutta in un locale dell’ex seminario sito nel 1* Vico Seminario dove Nico aveva pitturato una intera parete che raffigurava San Giorgio. Non hai citato lo studio fatto (e voluto dall’ex Sindaco Guadagnolo) dall’artista Giò Pomodoro che avrebbe trasformato Piazza Municipe/Castello.
    Cordiali saluti Vincenzo

  2. vincenzo 1 mese ago
    Reply

    Gentile direttore, ho seguito il suo articolo. nel corso dello stesso, ha detto bene sul “Nettuno”.
    Lo stabile prima sembrava un dente di rinoceronte, ora accoglie qualcosa che fa pensare e apprezzare per come sia stato fatto bene. Nessuno parla di quelle piastrelle affisse sul Corso Vitt. Emanule (ringhiera) che non dicono nulla. Infine hai citato Nico Carrino. che tempo addietro le scrissi della bellissima sua opera distrutta in un locale dell’ex seminario sito nel 1* Vico Seminario dove Nico aveva pitturato una intera parete che raffigurava San Giorgio. Non hai citato lo studio fatto (e voluto dall’ex Sindaco Guadagnolo) dall’artista Giò Pomodoro che avrebbe trasformato Piazza Municipe/Castello. Cordiali saluti Vincenzo Taranto

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