13 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 12 Maggio 2021 alle 17:00:38

Agorà

L’idea di Massimo Bray: il Palazzo della Conoscenza

Massimo Bray
Massimo Bray

Lo incontriamo alle quattro del pomeriggio, proprio nel giorno in cui la sirena dell’Arsenale ha ripreso a suonare dopo anni di silenzio. Lui, Massimo Bray, a Taranto ci è tornato per parlare di cultura e sviluppo sostenibile. Accetta volentieri una lunga passeggiata da via D’Aquino fino alla Villa Peripato. Simboli che attraversano altri luoghi simbolo della città: Palazzo degli Uffici e il Museo Archeologico Nazionale. Sono uno di fronte all’altro. Due simboli potenti, anche se uno, come sappiamo, è anestetizzato dal telone che lo ricopre ormai da una quindicina d’anni. E allora è il suono della sirenza che richiama la forza simbolica di una città che ritrova un pezzo del suo passato per guardare al futuro. «La sirena dell’Arsenale – osserva l’ex ministro – è il simbolo importante di una città che sente di dover tornare a essere una comunità coesa capace di affrontare il futuro».

Una costruzione che non può limitarsi certo al solo aspetto fisico degli edifici…
«Ai lavori importanti sul tessuto urbano, c’è aggiungere la capacità di individuare il migliore utilizzo dello spazio di Palazzo Archita. Individuare i percorsi dello sviluppo sostenibile non è problema che riguarda solo Taranto ma tutto il Paese.

Bisogna riuscire a conciliare la tutela della storia con la necessità di proiettarla nel futuro».

Come fare?
«Come fare è complicato. Io credo sempre nella possibilità di porre al centro di ogni progetto la persona, più che l’individuo. La persona nelle sue difficoltà, nelle sue speranze. Bisogna ritrovare la capacità di ascolto e di inclusione sociale che abbiamo smarrito. Bisogna costruire una città che ad esempio sappia coniugare un sistema scolastico in grado di dare risposte a questi temi».

Questo però implica riuscire a fare rete.
«Quando pensiamo allo sviluppo pensiamo alla innovazione tecnologica. Un buon passo è dare forma ai tanti dati che abbiamo sulle nostre città. Abbiamo banche dati di tutte le esperienze, ma sono dati un po’ dispersi, appunto non tenuti a sistema. I dati dicono molto, ad esempio, sulle esigenze sanitarie di una città. Il tema scomparso è però quello della prevenzione: non facciamo prevenzione nei beni culturali, nella sanità, nella manutenzione delle strade».

In questi mesi ci siamo interrogati molto su come la pandemia cambierà la nostra società. Ecco, come il Covid da problema può essere trasformato in opportunità per lo sviluppo?
«Sicuramente per trasformare una prova dura e dolorosa come quella che stiamo affrontando in una grande opportunità ci vuole un grande sforzo delle classi dirigenti, non solo della politica, capaci di coniugare le scelte con l’etica. Il Covid ci ha messo di fronte ad un ripensamento delle scelte fatte in questi anni: dalla globalizzazione al capitalismo finanziario. Ci eravamo tutti un po’ illusi che avremmo portato ricchezza e benessere a tutti e invece ci siamo accorti di avere una sanità non capace di offrire assistenza dignitosa e doverosa in casi di emergenza. Le scuole hanno accentuato il divario digitale, lasciando qualche milione di ragazzi senza possibilità di essere raggiunti dalla scuola digitale».

Stiamo dicendo che serve una visione di Paese.
«Infatti. La prima cosa da fare è chiedersi come sarà questo Paese tra vent’anni. Non abbiamo più la capacità di farlo perché la politica pensa al giorno per giorno, copre le buche, pensa al consenso immediato. Il consenso non si misura più sul progetto».

Siamo come nel dopoguerra, di fronte cioè alla necessità di ricostruire?
«Nel dopoguerra c’era un paese da ricostruire e per farlo ci voleva capacità di immaginare un futuro. Oggi è difficile immaginarlo come allora, perché è cambiato il contesto, che ora è internazionale. Quindi inviterei a pensare il futuro come ambito più ampio, nel nostro caso come Europa. L’Italia può giocare un grande ruolo, non dimentichiamo che siamo tra i padri fondatori dell’Europa. Ad aprile, in tempi non sospetti, mi ero permesso di chiedere perché non avere un Mes per la cultura: chiediamolo per tutti i Paesi, come segno di una Europa non più basata solo su meccanismi finanziari ma anche sulle sue radici: sulla sua storia, sulla cultura, sulla religione, sulle scienze. Le solidarietà europee si sono manifestate sempre su questi temi. Dobbiamo immaginare la ricostruzione in una dimensione europea, attraverso forme identitarie europee, non dimenticando tuttavia quelle nazionali, senza paura di utilizzare termini come nazione e popolo, che io ho sempre utilizzato senza paura».

Torniamo a Taranto: anche questa città ha creduto che il benessere economico prodotto dalla industrializzazione potesse durare in eterno. Poi la storia ha preso un’altra piega. Perché, secondo lei?
«Perché ci sono stati ritardi nel capire che certe forme di industrializzazione non erano più attuali né gestibili».

È sufficiente saper fare bene turismo culturale?
«Non credo, c’è bisogno di una politica industriale che oggi riesca a utilizzare le grandi opportunità tecnologiche. Qui ci sono già esperienza importanti, ma bisogna fare sistema ad esempio col Cnr e con l’università, con i centri di ricerca. Immagino un Palazzo della Conoscenza: solido ma con le mura trasparenti. Un luogo che diventi occasione per ritrovarsi, per portare nuove esperienze e residenze di arte contemporanea, nuove tecnologie. Questa è una Taranto che mi piacerebbe vedere, una città che sappia sperimentare con coraggio le reali priorità, a cominciare da quella ambientale. In Italia, però, siamo molto bravi nella parte creativa, meno nella fase esecutiva. Per questo bisogna pianificare buoni piani econmici e musurarli, portare tutto nel Palazzo della Conoscenza, in una dimensione europea e regionale perché ci sono zone dai tratti comuni, penso a Brindisi, con le quali è possibile dialogare per una rigenerazione complessiva».

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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