27 Gennaio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Gennaio 2021 alle 16:40:07

Agorà

Ma Taranto è davvero una città industriale?

Ex Ilva
Ex Ilva

L’indagine CERVED pubblicata da Taranto Buonasera riportata accanto rappresenta una vera e propria pietra lanciata in uno stagno di conformismo del pensiero, di assenza di dibattito e quindi di buio di prospettiva. Il CERVED è un istituto di ricerca serio, un provider information di tutto rispetto che ha messo a disposizione competenza, tecniche di indagine e di ricerca e strumentazione scientifica di alto livello per cui dei risultati non si può che prendere atto.

E i risultati inducono a porsi domande che probabilmente nessuno finora si era mai posto: Taranto è una città industriale? E l’acciaio può essere ancora il futuro della nostra economia? E se questo non è cosa ne facciamo di quel 40% di economia che ruota intorno all’acciaio? A mio parere Taranto non è una città industriale o per lo meno non è una città a vocazione industriale. Già perché se il risultato finale della ricerca, numeri alla mano, ci dice che delle 47.000 aziende che operano in provincia di Taranto il 60% sono microimprese, se ne deduce che solo al restante 40% può ascriversi il titolo di impresa industriale. E se si va di più nel dettaglio e si coglie il dato che su 100.000 lavoratori attivi la metà di essi lavora nelle microimprese se ne deducono due considerazioni: la prima che non è vero o per lo meno non è più vero che la struttura portante dell’economia nella nostra provincia siano la grande impresa e l’acciaio, secondo che l’acciaio è ormai il passato non il futuro. La ricerca manda a gambe all’aria vecchie concezioni e beceri luoghi comuni soprattutto quando entra nel dettaglio dei settori nei quali questo piccolo esercito di microimprese esercita la sua attività: turismo, ristorazione, edilizia, artigianato, agricoltura, zootecnica, servizi professionali, servizi alla persona, terziario avanzato.

E allora se così è alla domanda che si pone Agorà come rispondiamo? Deindustria-lizziamo? Buttiamo a mare l’acciaio? Chiudiamo tutto e cambiamo radicalmente strada? No, a mio parere non possiamo fare né l’una né l’altra cosa perché l’industria dell’acciaio è strategica nel nostro Paese ed in essa è impiegata ancora una fetta cospicua di addetti tra diretti e indotto cosa non trascurabile in una situazione di mercato del lavoro fragile e instabile come è quello tarantino. Quella tarantina è una realtà complessa, variegata e diversificata che abbisogna di un approccio non univoco ma diversificato. Per questo occorre parlare di gradualità, di diversificazione dello sviluppo intendendo con ciò che senza pensare velleitariamente di buttare a mare l’acciaio occorre puntare fin da ora sulla diversificazione (turismo colto, risorsa mare, turismo religioso, beni culturali e ambientali, porto) e aprire il proprio orizzonte di interventi, di progetti e di investimenti nella direzione di questa variegata realtà che ci consegna la ricerca del CERVED.

L’esperienza della monocultura industriale basata sull’acciaio l’abbiamo già fatta e con risultati discutibili tenuto conto che crollato l’acciaio è crollato con esso un intero sistema industriale di indotto che intorno ad esso era nato cresciuto, proliferato e che intorno ad esso ruotava. La verità è che Taranto non è mai stata una città industriale per vocazione, per scelta o per indole dei suoi abitanti ma anche per circostanze storiche. Al Nord sono nati, cresciuti e si sono affermati i Comuni e con essi si è affermata, fortificata e, una volta andata al potere, è diventata classe dirigente una borghesia attiva, finanziaria, imprenditrice che ha costituito fin dal ‘300 un tessuto di libere imprese che sono le antenate della moderna industria. Il Sud al contrario è vissuto di feudalesimo fino al tardo Ottocento e la borghesia imprenditrice ha fatto capolino solo dopo l’unità e se qualche iniziativa industriale come l’Arsenale c’è stata questa è targata Stato perché un ceto im-prenditore nella nostra città non è mai esistito.

A metà ‘800 Taranto era una città di artigiani, pescatori, commercianti con una vocazione turistica per l’amenità del suo clima che se fosse stata coltivata avrebbe fatto di Taranto una città turistica come Sorrento, Capri o Napoli. Non dimentichiamo che Taranto era meta fin dall’antichità classica romana di vacanze da parte dell’alto patriziato romano che ruotava intorno ad Augusto e Mecenate come i resti delle ville romane testimoniano. E invece la prima forzatura ci fu grazie al buon Cataldo Nitti che sotto il ricatto della fame e della disoccupazione invocò a gran voce la costruzione del grande opificio militare. A Taranto atterrò l’arsenale la cui produzione seguì gli alti e bassi delle politiche dei governi nazionali. Quando l’Italia è stata in guerra la disoccupazione spariva poiché l’Arsenale forniva e riparava navi da guerra quando finivano le guerre e scoppiava la pace scoppiava anche la disoccupazione. Taranto è stata legata alla politica estera dei governi per cui durante l’impresa di Libia del 1911-1912, durante il primo conflitto mondiale, con la politica bellicistica del Fascismo, con la seconda guerra mondiale la disoccupazione a Taranto è sparita per riapparire più virulenta che mai alla fine di ogni conflitto con il ritorno alla crisi, alla fame e alla disoccupazione. Negli anni ’60 sempre sotto il ricatto occupazionale e sulla base della politica dei poli di sviluppo si pensò di nuovo ad un massiccio intervento dello Stato questa volta targato acciaio ma con modalità identiche alla prima industrializzazione. Cambiava il prodotto ma il risultato sarà lo stesso, benessere diffuso certamente e pil in aumento nella fase iniziale ma con gli strascichi di sconvolgimenti urbanistici, di costume, di compromis-sione ambientale e di crisi di ritorno indotta per quelle imprese che vivevano di acciaio.

Quelle che invece hanno vissuto di vita propria, cioè proprio le microimprese di cui parla il CERVED, sono sopravvissute e probabilmente rappresenteranno l’ancora di salvezza dell’economia della città. Bene, se questo è il quadro, se l’acciaio è certamente ormai il passato destinato a diventare solo parte non perno dell’economia tarantina, quali le prospettive del futuro? Io credo che la città e la sua classe dirigente debbano interrogarsi su quale futuro costruire per questa città e darsi anzi dare alla città delle risposte. I temi e i percorsi possibili sono sul tappeto e i cartelli che indicano le diverse direzioni da prendere per il futuro ci sono (e a dire il vero ci sono da tempo), turismo, porto affrancato dall’utilizzazione esclusiva dell’acciaio, valorizzazione dei beni culturali e ambientali, sostegno e investimenti massicci in questo mondo di microimprese di cui ci parla il CERVED. Ma occorre muoversi, fare presto, agire e darsi da fare perché non c’è più tempo. Il tempo è ormai scaduto e il tempo mai come in economia è danaro.

L’Europa ci dà una mano disponibile come mai in questo momento di pandemia e occorre trarne profitto. Questa nuova classe dirigente sarà capace di individuare i percorsi giusti, attuare gli interventi e costruire il futuro di questa città? Questa sarà la scommessa dei prossimi venti anni.

 

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