08 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 08 Maggio 2021 alle 07:01:43

Agorà

Da città industriale a città dell’opportunità

Una veduta aerea di Taranto
Una veduta aerea di Taranto

Quando pensiamo ad una città industriale, ci sovvengono le immagini delle grandi town city inglesi figlie della rivoluzione industriale, quelle americane proprie del gigantismo industriale e quelle italiane come Milano e Torino.

Il tratto comune di queste realtà è innanzitutto dato dalla forte presenza di endogene capacità industriali.

Uomini e donne che hanno investito nella loro terra in uno sforzo teso ad applicare scienza e conoscenza per fare intrapresa economica e soddisfare il loro sogno di ricchezza e gratificazione sociale.

Queste volontà, hanno sempre prodotto insediamenti merceologicamente diversi e un adattarsi del tessuto urbano e sociale all’emergere di nuovi soggetti economici e sociali. Una città industriale ha insediamenti urbani dedicati alle industrie. Zone industriali dove si configura la presenza di un tessuto produttivo e umano variegato e specializzato, dove la vocazione è comune ma le applicazioni, le conoscenze e i mestieri, sono assai diversi. L’emergere di questi soggetti, modifica anche il ruolo della rappresentanza politica. Essa serve non se si propone solo come rappresentanza dello Stato pronto ad assisterti ma come funzione capace di portare nei centri decisionali pulsioni e bisogni del mondo produttivo.

Questa sommaria, e forse datata, rappresentazione di una città industriale mi serve a rispondere ad una domanda: Taranto è ancora una città industriale o meglio Taranto è mai stata una città industriale?

Nel dispiegarsi della sua storia Taranto è stata grande quando è stata capitale di qualcosa. Capitale della Magna Grecia, capitale della Marina italiana e della cantieristica militare, capitale della siderurgia nazionale. La grandezza di Taranto è sempre stata legata ad una storia con caratteristiche dominanti: essere prima di qualcosa di importante e storicamente ed economicamente utile. Ma, dal punto di vista economico e sociale bisogna subito evidenziare che il soggetto investitore, seminatore di capacità imprenditive e della crescita, non è stata una diffusa, volenterosa e spesso famelica borghesia endogena, ma un soggetto unico, esterno e assai ingombrante: lo Stato. Questa sostanza cambia profondamente l’analisi sulla composizione sociale della città, di quella passata e di quella presente, poiché ne storicizza le differenze economiche ma anche quelle sociali e politiche. Prima considerazione che possiamo fare e che già nella definizione dobbiamo modificarne il lessico. Taranto non è mai stata anche se, come dirò in appresso ci ha provato, una città industriale. E’ stata la città della Marina, la città della Siderurgia. Questa sembra una affermazione ardita e in parte sconvolgente, ma in realtà è la logica conseguenza di quanto è successo. Ovviamente, questa affermazione nulla toglie al nascere e al consolidarsi, anche nella nostra città, di grandi capacità di mestiere, di professionalità diffuse, anche di livello altissimo e all’insediarsi di una classe operaia forte e riconosciuta e di un ceto sindacale competente e specialistico. Ma questo dispiegarsi ha avuto come referente “padronale” non la richiamata borghesia produttiva, ma un unico e forte soggetto: lo Stato che a Taranto e su Taranto ha, in oltre cento anni, imperniato le sue produzioni strategiche tese alla sua difesa (la Marina) e al sostegno della sua crescita e sviluppo economico (la Siderurgia).

Questo ragionamento, seppur veloce e deduttivo, in parte spiega anche le tante imperfezioni del nostro crescere civile. Da noi, e questa è una presa d’atto e non un auto accusa, il conflitto sociale e politico non è stato quasi mai sul divenire del suo modello di sviluppo e sulle necessità di diversificazione produttiva, ma quasi sempre sulla difesa del modello unidirezionale preesistente. Non che non ci siano stati sforzi di cambiamento! Penso alla Belleli, alla Simi, solo per citare i più significativi tentativi di vera diversificazione produttiva. Anche la vertenza Taranto, susseguente alla crisi occupazionale del fine raddoppio del Siderurgico contenne, negli accordi sindacali che la contraddistinsero, una ricerca verso la obbligata strada della diversificazione produttiva fino al punto da “costringere” le aziende di appalto operanti nel siderurgico ad investire fuori di esso, pena la perdita dei contratti di appalto continuativo. Nacquero la zona industriale su via Statte e quella su via Reggio Calabria ma la loro visione odierna, un cimitero industriale, fotografa il fallimento di quelle speranze. Alla fine, la sicurezza del lavoro garantito rispetto alla durezza del conquistare e mantenere mercati riportò tutto alla classica situazione di dipendenza. Meglio un mercato unico e sicuro che il mare aperto della concorrenza. Credo che non sia sbagliato dire che i veri progetti di lungimirante prospettiva, basati sullo sfruttamento delle risorse naturali, furono la costruzione del molo polisettoriale e successivamente dello Yard Belleli: finalmente la risorsa mare e la consapevolezza della collocazione geografica della città nel Mediterraneo, irrompono nella scena economica tarantina.

Taranto non ha conosciuto una borghesia produttiva classica: quella che si inventa prodotti e cerca mercati, e su questo basilare assunto investe, rischiando, i suoi soldi. Taranto ha prevalentemente conosciuto imprenditori, anche di valore, cresciuti nel mondo assai protetto del settore degli appalti di servizio e di manutenzione, prima della marina e poi del siderurgico. Una figura di imprenditore adattivo e non innovatore. La stessa classe operaia è cresciuta prevalentemente in questo contesto. Non che non ci siano state sofferenze e lotte di emancipazione e di libertà. Tutt’altro! Quello che questa inversione di protagonismo ha determinato è il venir meno di quel fervore, anche di orgoglio identitario, proprio di una crescita autonoma e non indotta, con tutti i trascinamenti culturali e civili che tale crescita comporta.

Sicuramente questa veloce analisi non spiega tutti gli elementi di contesto storici, anche assai colti e nobili, che hanno portato Taranto, almeno in epoca recente, a divenire principale epigono della politica dei poli di sviluppo. Non è questa la sede per analizzare punti di forza e di debolezza di tali politiche. Certo è che la massiccia presenza dello Stato, ben lontano dai propositi di diversificazione produttiva e di occupazione indotta che i poli industriali dovevano determinare (basterebbe rileggere al proposito il piano Tecne sullo stabilimento siderurgico di Taranto) ha fallito. Taranto,oggi, è clamorosamente di fronte al suo divenire. Ma non è a mani nude, anzi ci sono un mare di opportunità che si aprono per disegnare il suo nuovo futuro.

Innanzitutto il discrimine deve essere la sua dimensione vocazionale: Taranto deve essere una grande città del Mediterraneo. Il suo porto, i suoi investimenti devono traguardare questo obiettivo. Occhio a quello che si muove oggi in Europa. I Tedeschi stanno mettendo le mani sul porto di Trieste e questo può avere, per noi, conseguenze assai drammatiche. Taranto deve divenire protagonista di uno sforzo di unità di tutte le regioni del Sud a convergenza europea (ex obiettivo uno). Federarsi per intercettare la sfida dei nuovi e copiosi investimenti comunitari. Tutto quello che faremo, e le occasioni non mancano, va fatto nel segno della alta qualità e in una prospettiva mediterranea. La Università: che sia la università di Taranto e dei popoli del mediterraneo. Basta con le dependance e con i laurifici. L’Ospedale San Cataldo deve essere un luogo di alta specializzazione e non la riproposizione dell’asfittica e attuale offerta sanitaria. Da subito bisogna pensare non solo al cemento e agli spazi fisici del San Cataldo, ma organizzarsi per portare in esso, alta tecnologia e una classe medica all’altezza della sfida. Possiamo e dobbiamo divenire il luogo della modifica obbligata del sistema di welfare a sostegno delle crisi lavorative e al reddito. Formazione adattiva e innovativa dentro e fuori i luoghi del lavoro. Nuove politiche attive del lavoro! Taranto può divenire un cantiere a cielo aperto, ma deve puntare alla sua ricucitura sociale. Basta divisioni. Bisogna innalzare il senso civico e l’appartenenza. Durezza nel reprimere gli atteggiamenti incivili e tanta. educazione civica in ogni luogo, a partire dalle scuole. Sostenere la crescita del settore aereo spazio su cui punta l’Europa a partire da SSI e da Leonardo di Grottaglie. Agricoltura e turismo di qualità. Ecco la nuova Taranto: da mancata città industriale a città delle opportunità! Una grande sfida: qualità, competenza, partecipazione.

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