09 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Maggio 2021 alle 18:23:49

Agorà

Peggio di questa crisi c’è solo il rischio di sprecarla

Gli ospedali devono essere l’ultima spiaggia, l’ultimo livello della cura. Prima bisogna pensare alla prevenzione

Emergenza coronavirus
Emergenza coronavirus

La provincia ionica che, da un punto di vista sanitario sconta da anni le conseguenze dell’inquinamento con un’alta incidenza di mortalità per le malattie respiratorie, è riuscita nella fase più critica a limitare la diffusione dell’epidemia. L’organizzazione, in provincia di Taranto, ha funzionato meglio. La bassa incidenza di contagi si spiega con la scelta di fare in modo che l’ospedale non venisse in alcun modo toccato dalla diffusione del virus.

Nel corso della prima ondata il virus è entrato subdolamente nella popolazione cogliendoci di sorpresa, ha abbattuto tutta la sua forza epidemica sugli ospedali a causa dell’accumulo di una quota enorme di casi gravi.

L’aumento dei casi recenti ha un andamento completamente diverso da quello registrato a fine febbraio. Rappresentano l’innesco di una seconda ondata. Lo stesso innesco che a febbraio, semplicemente, non abbiamo rilevato e che poi ha provocato la grande ondata.

I casi che registriamo oggi sono di età più giovane e di gravità mediamente molto più lieve. Sono dunque quei casi che a quel tempo non erano per nulla intercettati dal sistema di sorveglianza. I numeri sono ancora controllabili ma ciò che accadrà nelle prossime settimane “è nelle nostre mani”, legato esclusivamente ai comportamenti personali. Dobbiamo capire che in questo momento, se vogliamo evitare un lockdown imposto per legge il cittadino deve iniziare subito a limitare i propri contatti sociali. Abbiamo costruito un muro, che si chiama sorveglianza epidemiologica e tracciamento dei contatti. Riusciamo a identificare i focolai e cerchiamo di spegnerli. Se saremo bravi, l’ondata sugli ospedali sarà meno marcata e più gestibile. Nella prima fase la battaglia si è combattuta negli ospedali, perché non avevamo mura. Oggi la battaglia dobbiamo combatterla sul territorio.

È il punto di inizio di un ripensamento generale del funzionamento della sanità che parta dal concetto di prevenzione. Gli ospedali devono essere l’ultima spiaggia, l’ultimo livello della cura. Prima viene la prevenzione, a più gradi. In generale, si comincia con la promozione di stili di vita sani, poi con diversi livelli di assistenza: da quella domiciliare del territorio passando per presidi locali. Ieri, prima della pandemia, si pensava di depotenziare la figura del medico di famiglia, questo nuovo modello al contrario lo rivaluterebbe ritenendolo centrale nel sistema di prevenzione e cura territoriale.

L’obiettivo è quello di non fare entrare le persone in ospedale, cioè di mantenerle sane il più possibile, mentre in Italia, se guardiamo ai macrodati, assistiamo a un paradosso: si allunga la vita media delle persone, ma non si allunga la vita media in buona salute. Ci sono tanti anziani malati, che richiedono grandi spese per curare patologie croniche. Ci si accanisce sulla terapia, ma non si investe invece sulle politiche per prevenirle, in sostanza regalando anni di vita senza assicurarsi che siano ben goduti.

La sanità privata dovrà andare al traino del sistema pubblico. Costituisce un allargamento delle risorse a disposizione, permettendo un’offerta più vasta. Di sicuro non si occuperà di prevenzione, ma di terapie perché non è un settore da cui si può fare business.

Di fronte alla pandemia il modello lombardo non ha brillato. La Lombardia rimane l’eccellenza per il sistema ospedaliero ma non può e non deve identificarsi con il sistema sanitario.

Secondo l’epidemiologo Pierluigi Lopalco, professore ordinario di Igiene presso l’Università di Pisa, uno dei massimi esperti italiani per le gestione dell’emergenza coronavirus che dal 2005 al 2015 ha lavorato presso il Centro europeo per la prevenzione ed il controllo delle malattie (ECDC) a Stoccolma, dove è stato capo del programma per le malattie prevenibili da vaccino, a cui Michele Emiliano intende affidare la Sanità Pugliese, “La ripresa del Covid 19 è anche per effetto di una propaganda scriteriata di alcune forze politiche del nord che doveva dire che il virus non esiste e che quindi potevamo tornare a curarci nelle cliniche del nord perché sono sicure”. In effetti per alcune regioni del nord la sanità non è servizio ma un business pagato pesantemente dalle regioni meridionali.” In Lombardia la sanità è una macchina da prestazione. Entri, ti curo e te ne vai velocemente e avanti un altro…

Se la sanità italiana viaggia a due velocità diverse è per l’iniquità dei criteri adottati per ripartire le risorse: oggi la Puglia (popolazione: 4 milioni e 100mila abitanti) ha circa 40mila dipendenti impiegati nel comparto sanitario, l’Emilia Romagna (4,4 milioni di residenti) ne ha 56mila, il Piemonte (4,3 milioni) 55mila, la Toscana 60mila, il Veneto 54mila.

Per determinare la quota che spetta ad ogni Regione, dovrebbero essere pesati quattro elementi: popolazione residente, frequenza dei consumi sanitari per età e per sesso, tassi di mortalità della popolazione, indicatori relativi a particolari situazioni territoriali. La quota capitaria, in realtà, è stata pesata, per circa il 40%, tenendo conto solo del criterio del sesso e dell’età, mentre gli ultimi due parametri non sono mai stati presi in considerazione.

La ripartizione dei fondi per la Sanità, secondo la formula Calderoli definitivamente introdotta nel 2011 dal governo Berlusconi, tiene oggi conto della popolazione “pesata per età”: si pensò di distribuire più soldi nelle regioni dove ci sono più anziani e meno soldi nelle Regioni dove si muore prima. Un meccanismo perverso. Utilizzando solo la ponderazione per età sono state privilegiate le regioni con una maggiore popolazione anziana, cioè quelle del Nord. La Puglia, ad esempio, negli ultimi 13 anni ha avuto tre miliardi in meno rispetto all’Emilia Romagna.

La legge Finanziaria del 2010 impose un vincolo alla spesa per il personale sanitario, ogni regione, fu deciso dal governo Berlusconi, avrebbe potuto investire al massimo la stessa somma del 2004 ridotta dell’1,4%.

Un vincolo che, come certifica la Corte dei Conti, è stato bypassato: nel 2018, rispetto al 2004, al Nord i costi per assumere nuovi dipendenti negli ospedali sono lievitati di oltre il 23%, mentre al Mezzogiorno solo dell’8,5%. Uno scarto di quasi 15 punti. Meno soldi da investire e meno personale, uguale meno servizi da offrire al cittadino. E i pugliesi se ne accorgono tutte le volte che sono costretti a mettersi in fila davanti ai Centri unici di prenotazione (Cup) degli ospedali per fissare una visita specialistica o un esame. Tempi di attesa biblici che hanno due conseguenze: chi può, sempre meno, mette mani al portafoglio e paga di tasca propria; gli altri, la maggioranza, ricorre ad ospedali fuori regione. La Puglia, verso le regioni del nord, spende 250 milioni, dei quali, 100 milioni sono per il privato. Oltre al danno di avere una minore aspettativa di vita c’è dunque la beffa di ricevere meno soldi per curarsi.

Naturalmente l’accelerazione della ridefinizione della sanità non è solo una questione di risorse e di ampliamento di piante organiche, perché richiede anche una ridefinizione di valori, interessi, professionalità e, perché no, di micropoteri e status, oltre che investimenti per la formazione e riqualificazione, per l’attivazione e/o l’adattamento di spazi e luoghi fisici e per le tecnologie necessarie.

È importante sottolineare che si tratta di investimenti e non di costi, perché sono basi per generare una sanità appropriata, in linea con la composizione dei fabbisogni sanitari e sociosanitari dei cittadini.

L’emergenza rende vitale lo sviluppo di una medicina dell’iniziativa fatta di cure primarie, rispetto ad una medicina dell’attesa fatta di assistenza ospedaliera.

Non può più bastare la centralità delle sole strutture ospedaliere che, certo devono preservare una specifica flessibilità per fronteggiare picchi improvvisi legati a eruzioni pandemiche, ma devono poter contare su una sanità di territorio diffusa ed efficiente: in fondo, se le terapie intensive si sono trovate sotto assedio e con carenza di posti letto è anche perché non sono entrati in azione piani d’intervento per le emergenze che permettessero di trattare le persone prima del ricovero.

Le risorse europee previste dal Recovery Fund, Mes e Sure rappresentano oggi una occasione irripetibile per contrastare la crisi economica e sociale generata dalla drammatica diffusione da Covid-19.

Claudio Signorile con la lettera aperta a nome di tutti gli amici di Mezzogiorno Federato ai Presidenti delle Regioni del Mezzogiorno d’Italia sollecita una presa di coscienza comune da mettere in pratica nel tempo più breve per impedire che le Regioni del Sud abbiano un peso residuale nello scontro per la ripartizione dei fondi. Serve una grande alleanza politica per un Mezzogiorno federato, per uno scenario di crescita sociale ed economica, nell’ambito di una vera politica di coesione nazionale ed europea. Una visione sistemica, interregionale ed Euromediterranea che a Costituzione invariata, è impegnato nella attuazione delle materie di competenza regionale sancite dal comma 3 e 4 dell’art.117 della Costituzione. Le singole Regioni dovrebbero concorrere ad un patto nel quale ciascuna di esse mantiene la sua identità e si unisce alle altre nella definizione e realizzazione dei comuni progetti di rinascita e sviluppo.

Al tavolo delle decisioni sulla realizzazione del Recovery Fund , MES e Sure, il Mezzogiorno Federato deve battersi con assoluta determinazione perché venga salvaguardata questa organica ed integrata progettualità, capace di dare prospettiva e concretezza ad una strategia di sviluppo nazionale ed Euromediterranea.

Una grande alleanza politica per un Mezzogiorno federato dunque, per uno scenario di crescita sociale ed economica, nell’ambito di una vera politica di coesione nazionale ed europea che pensa per sistemi e governa per progetti.

 

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