15 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 15 Maggio 2021 alle 14:20:20

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Alfengo Carducci

Sollecitato da Agorà a dire la mia a margine dell’indagine Cerved sulla fragilità della economia tarantina, tento una breve riflessione che – per i miei trascorsi di studi e di lavoro – non può che essere culturale e memoriale, più che economica. In questa logica, l’interrogativo di fondo (Taranto è città industriale?) non trova risposta univoca, e spiego perché. Che i destini produttivi della città siano stati indotti dalla scelta di impiantarvi un arsenale militare a fine ‘800, e dal successivo approdo in riva al Galeso del lombardo ing. Tosi, non è in discussione; concludere però che la scelta industriale non affondi le radici nella nostra storia civica mi pare azzardato. Ho vivo il ricordo del rincorrersi dei suoni di sirena che al mattino, coi ritmi degli “arsenalotti”, cadenzavano i miei passi di allievo dell’Archita, quando dal quartiere Solito raggiungevo a piedi il cuore del Borgo; come pure non dimentico la fiumana di tute blu che il 1° maggio d’ogni anno, fiduciosa e compatta, marciava dalle baracche Zaccheo (in fondo a via Dante) fino alla Camera del Lavoro, beffardamente allocata nell’ex Casa del Fascio vicino piazza Ebalia.

Certo, la città operaia non è la stessa cosa della città industriale, giacché dove manca una rete aziendale autosufficiente come a Taranto, si è costretti a subire le scelte e la sorte altrui, ma di ciò non sono causa né la pigrizia né la qualità della nostra classe imprenditrice. Per fare un esempio, nel ‘91 le imprese locali associate ad Assindustria proposero ben 15 progetti legati al mare per il riuso dell’area ex Tosi, eppure la “coalizione di solidarietà democratica” che allora amministrava il Comune non riuscì a far arrivare i necessari finanziamenti, perché la dissennata politica romana aveva dirottato i fondi per il rilancio del sud a un fabbricante di mobili “piemontese” e ai suoi sponsor russi.

Per porre rimedio alla fragilità della nostra economia dunque, non serve chiederci se Taranto abbia vocazione industriale, ma occorre ragionare di compatibilità ambientale, puntando poi lo sguardo sul complessivo sviluppo del territorio che, per potersi aprire a tutte le opzioni in campo, va liberato – come comincia a fare l’attuale governo – dalla trappola dell’acciaieria a carbone e da alcuni poco convincenti vincoli urbanistici, idrogeologici e militari.

Alfengo Carducci
Già sindaco di Taranto

 

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