24 Novembre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 24 Novembre 2020 alle 10:03:37

Agorà

Le incongruenze dell’Ilva senza carbone e area a caldo

Ex Ilva
Ex Ilva

Mario Guadagnolo, Gianni Florido, Michele Armentani e Alfengo Carducci hanno risposto alla domanda del direttore Enzo Ferrari che Taranto non è una città industriale. Condivido le loro argomentazioni storiche e di vissuto e, per parte mia, sostengo che Taranto sia una non-città, pur con le sue splendide bellezze paesaggistiche. Taranto è priva di identità, è amorfa e slabbrata nei suoi otto quartieri, di cui tre addirittura in discontinuità anche geografica, e, soprattutto, è caratterizzata da una comunità difforme, fortemente divisa, litigiosa e spesso incattivita. I quattro illustri concittadini, miei amici di vecchia data, sul futuro di Taranto hanno manifestato, con accenti diversi, l’identico idem sentire: decidere subito e con chiarezza cosa fare del Siderurgico tarantino. Dello stesso avviso è stato il direttore Ferrari che, ben interpretando la recente dichiarazione “tarantina” del presidente Conte sull’ex Ilva, “Chiudere un polo siderurgico in Italia è un problema di sistema”, ha posto domande che vanno al sodo, sulle tecnologie da utilizzare e con quali capacità produttive e dimensioni occupazionali, sulle attuali condizioni operative degli impianti e sui tempi di transizione. “Dalla risposta a queste domande si potrà cominciare a capire quale dovrà essere il rapporto del territorio con l’industria.”

Ad AGORA’, nelle more della risposta “governativa” e in linea col quadro realistico e concreto auspicato da Ferrari, io ripercorro alcune abusate tematiche al fine di sgomberare il campo da slogan e proclami fuorvianti, ossessivamente ripetuti nonostante contrarie argomentazioni e chiarificazioni tecniche e scientifiche.

CHIUSURA DELL’AREA A CALDO
Dal luglio 2012 fino ai nostri giorni si continua a chiedere la “chiusura dell’area a caldo” lasciando in funzione il resto dello stabilimento che per brevità e convenzione chiamo “area a freddo”. Quella richiesta non ha rispondenza nella realtà oggettiva: senza l’“area a caldo” l’ex Ilva di Taranto cessa di esistere per ragioni tecnicoeconomiche. La produzione dell’“area a freddo” alimentata da bramme di importazione è economicamente insostenibile: acquistare bramme sui mercati internazionali è irrealistico in relazione ai volumi in gioco, alla qualità del prodotto e, soprattutto, al maggior costo rispetto a quello della produzione in proprio con gli impianti che, all’epoca dei Riva, fecero guadagnare tanti soldi. In più, la chiusura di cokerie, altiforni ed acciaierie, che sono la parte preponderante della “area a caldo”, comporterebbe l’automatica indisponibilità dei gas prodotti nei processi di quegli impianti che sono impiegati normalmente come combustibili nelle centrali elettriche e nei forni di riscaldo degli impianti di laminazione. Contestualmente le centrali elettriche non produrrebbero più l’enorme quantità di energia elettrica indispensabile per far funzionare gli impianti dell’“area a freddo”; teoricamente sarebbe possibile alimentarsi di energia elettrica dall’esterno ma con costi nettamente maggiori. In più, la chiusura dell’“area a caldo”, creerebbe immediatamente l’esubero di oltre un terzo del personale diretto e di una forte percentuale di indotto, per un totale di circa 4000 lavoratori mentre l’ex l’Ilva “dimezzata” non sarebbe più in condizioni di competere con i produttori esteri per il grandissimo aumento dei costi delle bramme e dell’energia elettrica. Che tutti capiscano quindi “chiusura dell’area a caldo” equivale a “chiusura dell’intero stabilimento”.

DECARBONIZZAZIONE/ ACCIAIO VERDE
Nella conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici (COOP 21), presente Michele Emiliano in qualità di rappresentante delle Regioni europee, e nella successiva conferenza climatica di Katowice si è stabilito che la lotta al cambiamento climatico rappresenta la principale sfida globale della nostra epoca, per l’economia, l’ambiente e per gli stessi equilibri sociali. La causa prevalente del cambiamento climatico è l’eccesso di CO2 derivante dal modo di produrre e consumare l’energia prodotta col carbone. Uno dei principali “imputati” del cambiamento climatico, quindi, è il carbone che va quindi eliminato e i corrispondenti impianti vanno “decarbonizzati”.

A Taranto, strumentalizzando, la “decarbonizzazione” diventa la soluzione del problema ambientale: eliminando il carbone dal ciclo produttivo del Siderurgico cessano di conseguenza le emissioni dall’“area a caldo” ritenute estremamente dannose per la salute dei lavoratori e dei cittadini. Vengono propinate semplicistiche soluzioni e addirittura si discetta anche di “acciaio green”, tutto a breve termine. Nei fatti le cose stanno in maniera ben diversa. La siderurgia mondiale rappresenta il 7% delle emissioni mondiali di CO2 e quella di Taranto ne è lo 0,004% circa, con un impatto generale infinitesimo sul cambiamento climatico. Comunque, indipendentemente dagli effetti, i sostenitori della “decarbonizzazione” dell’ex Ilva continuano a non capire che un conto è eliminare il carbone nei processi di produzione di energia elettrica (essendo già presenti energie rinnovabili come quelle solari, eoliche, marine, ecc.), altro conto è eliminare il carbone dalla produzione a ciclo integrale dell’acciaio (con altoforno) come quello di Taranto. In siderurgia il carbon fossile è materia prima da cui ottenere il carbon coke, insostituibile, insieme all’agglomerato di ferro, per alimentare l’altoforno, cioè il solo capace di mantenere il letto fondente a circa 1600 C° sottoposto alla colonna di carica dell’altoforno stesso. In conclusione, per produrre acciaio senza usare il carbone serve un processo siderurgico diverso da quello con l’altoforno. La dimensione del problema è enorme: la produzione mondiale di acciaio è di circa 1600 milioni di tonnellate/anno e proviene per il 71% da acciaieria a ghisa d’altoforno, per il 24% da acciaieria elettrica con rottame, per il 4% da impianti a riduzione diretta a gas e per l’1% da impianti a riduzione diretta a carbone.

Chi – per esempio gli svedesi del progetto HYBRIT “Verso l’acciaio senza fossili” – sta effettuando ricerche serie su come utilizzare l’idrogeno al posto del carbone in siderurgia, “acciaio verde”, azzarda date che vanno ben oltre il 2030. Chi promette subito l’“acciaio verde” e “Taranto capitale del Green New Deal”, di fatto mette fuori gioco il Siderurgico e mezza economia tarantina. L’obiettivo concreto invece è assicurarne la sopravvivenza nell’assetto attuale e definire contenuti e tempi della transizione verso “decarbonizzazione/acciaio verde” che sono il futuro non vicino.

RISCHIO SANITARIO RESIDUO
La “vicenda Taranto” è esplosa con l’incidente probatorio di gennaio/marzo 2012 che accertò danni ambientali e sanitari tanto gravi da indurre la magistratura a prendere gravi provvedimenti penali e amministrativi e ad avviare il processo “Ambiente svenduto” tuttora in corso e ben lungi dalla sua conclusione. Continuo a credere che sia possibile ottenere che il Siderurgico di Taranto possa produrre acciaio senza danni ambientali significativi e con rischio sanitario residuo “accettabile”, via via riducibile con più avanzate tecnologie. Il Governo italiano, una volta per tutte, deve tenere conto che la questione sanitaria è di primaria importanza e scuote grande sensibilità nell’intera comunità ionica: la sua definizione è dirimente per qualsiasi soluzione venga assunta per il “nuovo” stabilimento siderurgico. Essa va affrontata con rigore e scienza, superando la diatriba tra “ambientalisti” e “industrialisti” che si ripropone, ahimè, anche tra gli epidemiologi che si contrappongono in studi e ricerche soprattutto nei Tribunali. Ritengo che si debba avere fiducia nelle Istituzioni nazionali che, finalmente, hanno varato le “Linee guida per la VIS ISTISAN 19/9 – D.Lo 104/2017” (Valutazione di Impatto Sanitario –Istituto Superiore di Sanità Rapporto nr. 19/9 – Decreto Legislativo 104/2017).

Esse costituiscono lo strumento obbligato che consente di conoscere, anche predittivamente e su piani/progetti, il rischio sanitario indotto dalle emissioni degli impianti e di indicare, se necessari, i relativi correttivi impiantistici o di processo.Per il Siderurgico tarantino, realtà industriale strategica per la Nazione, la valutazione del rischio sanitario non può che essere istituzionale, autorevolmente ineccepibile e quindi condivisa, al contrario di quanto accade, e può continuare ad accadere, con valutazioni “locali” suscettibili di strumentalizzazioni di parte. In ogni caso è da valutare l’impatto ambientale complessivo del nuovo assetto, come sono da verificare gli effetti sanitari talché scaturisce la necessità di una verifica dei vari assetti dello stabilimento attraverso la VIIAS (Valutazione Integrata di Impatto Ambientale e Sanitario) del Ministero dell’ambiente, recentemente “resuscitata”, e attraverso la recentissima VIS ISTISAN 19/9 del Ministero della salute. Repetita iuvant se c’è ascolto, ragionevolezza e condivisione.

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