26 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Luglio 2021 alle 17:47:00

Agorà

«Io, operaio Ilva, tradito dopo aver mangiato polvere»

foto di Operai Ilva
Operai Ilva

Svegliarsi la mattina, guardare negli occhi le proprie figliolette, accompagnarle a scuola e… e non andare in fabbrica. Ogni giorno, ormai da quasi due mesi. È la mesta giornata di un operaio dell’ex Ilva, scandita dalla cassa integrazione e, più in generale, dall’incertezza di una situazione che si trascina da più di otto anni senza una chiara prospettiva di soluzione. Otto anni trascorsi tra decreti, scontri giudiziari, proposte talvolta imbarazzanti su svolte tecnologiche di fatto impraticabili, becero populismo spinto agli eccessi per raccattare consensi utili a costruire carriere politiche. La travolgente vertenza del siderurgico questo è stata in questi anni.

Un palcoscenico affollato di attori improvvisati, ognuno con una battuta pronta, preconfezionata come da copione del quale si impara la parte senza tuttavia conoscerne spirito e senso. Senza conoscerne l’anima. E l’anima è il fattore escluso dalle beghe evanescenti e dalle risibili trovate taumaturgiche propinate con scarsa dose di pudore: il fattore umano. Il fattore escluso da questa aggrovigliata vicenda, che di giorno in giorno si arricchisce di pompose narrazioni ma che nega la narrazione proprio di chi, nella fabbrica d’acciaio, vive il suo personalissimo inferno. Come Giovanni Casamassima, quarant’anni, perito elettronico, diplomato all’Amaldi di Castellaneta, che da un paio di mesi non vede il suo posto di manutentore alle officine generali dello stabilimento. Traduzione: 800 euro di “cassa”, dai quali devi toglierne 500 per il mutuo che hai fatto a vent’anni per pagarti la casa. «Si vive di stenti», confida Giovanni. «La mia è una famiglia monoreddito e si cerca comunque di non far mancare nulla ai figli.

Per fortuna ci sono i genitori che ci aiutano. Il morale è a terra ed è davvero frustrante restare a casa la mattina; arrivi a sentirti inutile, privo di forze». L’esperienza accumulata in sedici anni di lavoro in fabbrica nulla conta rispetto all’arida legge dei numeri. Sei un esubero, seppure solo provvisoriamente, e te ne stai a casa senza tanti complimenti. E in quello stabilimento di personale qualificato ce n’è tanto. «Siamo quasi tutti diplomati, negli anni abbiamo avuto la possibilità di crescere, poi è cominciato il declino, con il sequestro degli impanti e l’amministrazione straordinaria. Siamo stati abbandonati a noi stessi, sono venute a mancare proprio le manutenzioni, ci sono macchinari obsoleti che mettono a repentaglio la vita di chi ci lavora. Con l’arrivo di Arcelor Mittal credevamo di poter risorgere e invece ci ritroviamo di nuovo nel limbo. Siamo delusi». Le previsioni non lasciano spazio all’ottimismo: «Per Arcelor Mittal ci sono migliaia di esuberi strutturali e allora sei costretto a immaginare un futuro completamente diverso, fuori dalla fabbrica e addirittura fuori Taranto. Pensare ad un orizzonte molto più ampio di quello dell’Ilva è una forma di autodifesa rispetto alla paura di ricevere una e-mail dove c’è scritto che sei fuori. L’amarezza è profonda: abbiamo sempre dato il meglio ed oggi ci sentiamo abbandonati, presi in giro da un sistema che ci sta trattando come esuberi dopo averci fatto mangiare tanta polvere. Da una parte c’è il desiderio di non mollare, dall’altro c’è stanchezza, delusione. Vogliamo chiarezza, vogliamo che si definisca tutto almeno per metterci l’anima in pace».

Giovanni le tribolazioni che ora vive da genitore, un tempo le ha vissute come figlio. «Sì, eravamo negli anni ‘80, mio padre lavorava in una ditta dell’appalto Arsenale. Si viveva la stessa crisi che viviamo noi oggi. Ero bambino, alle manifestazioni mi portava sulle sue spalle e si gridava “Latte! Latte!”». Un modo per urlare il diritto a vivere una vita dignitosa, a non dover far patire sofferenze a se stessi e ai propri figli. Quel “latte” è il nutrimento primario di quella dignità umana che oggi sembra marginale nei ragionamenti sul presente e sul futuro del siderurgico. La dignità calpestata di lavoratore, non quella – che resiste – di genitore. «Le mie due bambine – racconta Giovanni – sono felici di vedermi a casa. Quando facevo i turni ricordo che si aggrappavano alle mie gambe per non farmi andar via. Però è importante per la loro crescita vedere un papà che lavora. A loro, da operaio, dico di studiare. Lo studio e la cultura sono il riscatto per la libertà».

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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