26 Gennaio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Gennaio 2021 alle 15:19:23

Agorà

Marrese, Mar Piccolo e il “miracolo” di San Pietro

Le absidi restaurate e risanate
Le absidi restaurate e risanate

Le acque di mare? più o meno tutte salse, e “solo” acque. Sono le coste, insieme ai fondali, a renderle diverse, a volte speciali, raramente “uniche”. Le coste le “arredano” e reinventano, a seconda delle opere dell’uomo. Così mar Piccolo, un “piccolo” mare–lago, piazza acquatica della città vecchia, quasi figlio “separato in casa” del “Grande”, ma, pur piccolo, “unico” per la sua costa settentrionale, per l’uomo che ne ha conformato l’atmosfera e determinato il “sapore” storico. Uno dei cardini di quel processo è stato “Marrese”, altopiano difendibile e dunque primo ad essere “gustato” ininterrottamente fino all’Histò di oggi e “democraticamente” spione a destra verso il Galeso rigagnolo reso… fiume da uomini d’eccellenza e a sinistra controlla Cervaro e Battendieri, dove si reinventò la storia, fingendo che, proprio lì, quel vagabondo di Pietro ci feci cristiani. Mar Piccolo ci interessa più di tanti mari cittadini, forse più belli (o no?), per quella costa e per quelle storie.

Ora quelle zone e quel mare diventeranno “Parco”, che mi auguro parta spiegato in … italiano, per far “partecipare” i cittadini “normali”, senza burocratici tecnicismi, senza barbarici “K”, “J”, “W” e termini “mutilati”, di spocchiosa importazione, utili solo a renderci ridicoli e “provinciali”. Ed allora, spero in italiano comprensibile, e con qualche interesse privato in atto di “narrazione”, osserviamo Marrese da quando non si chiamava così, anzi non si chiamava e basta: era solo un’altura che guardava davanti a sé, coccolata da una “gravina” che ha avuto i suoi “meriti” storici.

“Marrese”, intessuta di rovi, tufi, selci, lucida d’argentei olivastri, verdicante d’erbe, che spente ancora profumano con i grassi finocchietti che rinfrescano i venti, scende al mare come un’onda, nata dai ribollimenti sotterranei di fuochi così tremendi da sciogliere i massi, che ne portano ancora i segni (me lo ha detto Eugenio Casavola, geologo serio e amico. Da leggerlo!) e le pietre poi battute per millenni da piogge tenaci si fecero sabbia e terra. Ora Marrese-collina è lì ferma con il suo letto steso a valle, ma sempre in attesa dello scorrere lieve o impetuoso delle acque, quelle che i cieli, neri di rabbia contro il sole, regalano a volte a queste terre. E terra e acque le vedi stirarsi da quel luogo sino al mare guardiano -“guardone” di un dirimpettaio di tufo, che poi divenne isola antica, quindi Città antica, ora vecchia. Sullo spalto della gravina (speriamo che il futuro “Parco di mar Piccolo” -quanti decenni…- pensi a farne un protetto delicato affaccio), al colmo del vallone, i signori, tutti, quelli dei tempi senza tempo, armati di clava ed eleganti di stracci e pelli, poi quelli forbiti e rifiniti da filosofi greci e i lucrosi un po’ grossolani mercanti romani (con facce di… carparo, ora al Museo) costruirono e rifinirono grotte, ville, templi a godersi il mare e i profumi delle terre. Vi lasciarono persino le proprie tombe.

E Annibale? accampato là vicino non se lo fece un giretto sulla collina, per guardare Tarentum da inghiottire? Cose nostre… nel cuore del mondo, ma qui in… periferia. Poi il luogo si “deprezzò” per la fuga dalla storia dei signori di prima. La loro assenza fu riempita da lamentosi canti innalzati ai nuovi dei e i “vuoti” scuri delle grotte si fecero caldi degli odori di uomini coperti da pelli selvatiche. Stavano lì ad onorare Dio nella sofferenza e nel conforto della natura. Unico “lusso”, e compagnia, certe pitture (sparite), ottenute strappando colori alla terra, alle erbe, alle cortecce degli alberi. Le colorate sagome di Dio e santi, fermi, immobili, incapaci d’ogni confidenza nella loro aristocratica bellezza, si beavano di preghiere, ma anche di fuggenti lame di albe-aurora e di tramonti. Poi quei tuguri di santità non bastarono più ai tanti pastori, contadini, nuovi aristocraticiruba-terre e sudore, perciò si risalì la montagnola e sul pianoro innalzarono nel tempo una nuova casa a Dio, liberato dal buio. Cavarono tufi e cominciarono a “forgiare” colonne e sulle colonne fissarono lastre rifinite da un rotondo perimetro, belle come i capitelli classici, e forse ancor più nella loro asciutta eleganza.

Così il tufo si trasformò in una BASILICA con tre navate e tre absidi finali e sui muri si dipinse per secoli la scrittura più semplice da leggere, quella dei colori e delle immagini, per insegnare Dio agli uomini. Fiorivano i secoli italo-greci. Le campagne davano frutti, figli e fedeli. I santi, ormai nobili e autorevoli, non più “rupestri”, si erano trasferiti nella grande abside intorno alla Vergine in più strati di affresco che riproposero per secoli gli stessi temi. La gran chiesa, nata dalle grotte buie, la chiamarono “S. Pietro e Andrea, sul mar Piccolo”. Badate, “sul mar Piccolo”, un tutt’uno! La “basilica” dopo XI, XII, XII, XIV, XV sec. ci viene descritta per la prima ed unica volta da un autorevole “cronista” della fine del ‘500. Un Vescovo, anzi Arci… Non erano mancati in tutti quei secoli i soliti rischi, ma non riuscirono a costringere quella fabbrica di fede e di arte a smobilitare. Gli Arabi erano stati a lungo a Taranto, liquidando Chiesa e vescovi, finiti … islamici nella “Moschea di… San Cataldo”.

Poi tornarono i “titolari” di Bisanzio con le truppe colorate, annunciate dalle trombe e la furia dei tamburi, precedute dalla Vergine Odegitria e riconsacrarono cose, case, chiese, luoghi e rendite. Giunsero ancora i “terribili” Normanni, che amarono Cristo per… contratto e rifecero papale e latino il mondo greco e forse, oltre la cattedrale, allungata a croce latina, come dettava Roma, anche San Pietro a Marrese vide l’impianto sfoltito dalle cose “greche”. I Turchi non vi arrivarono mai? si godevano la razzìa di ragazzi e ragazze sulla costa su Mar Grande. E poi? i Normanni-Svevi, geneticamente conclusi, lasciarono il passo agli Angioini, e lì guerre e battaglie e scaramucce, ma a Taranto con particolare “cura” per via del suo titolo di Capitale di un Principe che aveva forza maggiore dello stesso Re. Allora la storia del nostro tempio si anima per altri suoni che riascoltiamo attraverso scarne parole, dopo i testi algidi di documenti e atti notarili. Parolette brevi, uniche ad avere sapore di cronaca e di storia quelle del Crassullo, notarus del XIV-XV sec.; un benedett’uomo… ma irritante perché dice, sì, ma poco e sinteticamente racconta che lì su quella sponda di mar Piccolo vi fu battaglia tra Ludovico D’Angiò e Ladislao di Durazzo per accaparrarsi la corona di Napoli.

Ce la fece Ladislao, anche grazie al matrimonio con la vedovella (non proprio… abbandonata) di Raimondo Orsini, Principe di quelle terre. Era il 1392! Le truppe forse si accamparono proprio presso quella chiesa, se non proprio dentro; per terra e per mare fuoco di bombarde, scontri di cavalleria e durissimo contatto di corazze a falangi, a “San Pietro…”.. Da allora poche notizie, anzi nessuna, se non un frenetico “copia e incolla” tra storici informatissimi che “mai” vi andarono. San Pietro Marrese si… perse. Marrese? dal neofeudatario spagnolo che n’ebbe “cura”. E poi? E poi, freschi di studio e di passione, io e l’amico prof. Cosimo d’Angela, guidati delle carte del Vescovo ci muovemmo per le stesse contrade e, usando le stesse misure, giungemmo a una chiesetta abbandonata inserita nella masseria Marrese. Il tempietto non aveva nulla di quanto visto dal prelato.

Era solo un vano rubacchiato alla gran chiesa, chissà quando. Eppure l’arcivescovo aveva dato indicazioni precise e descritto qualcosa di imponente che non poteva essere scomparso del tutto. Unico indizio la facciata, sproporzionata per una cappella. Tramontava il sole e le tenebre indugiavano… per noi, quel 7 novembre 1982. Dopo un gira e rigira senza frutti, uscendo alla campagna retrostante da un pertugio-ingresso per animali, nel pomeriggio già scuro, rimanemmo storditi e affascinati dall’imponente presenza di tre absidi che ovviamente “gridavano” essere quella la grande chiesa dei Santi Pietro e Andrea sul mar Piccolo.

Silenzio tra noi e tutt’intorno. Il sole intanto insanguinava l’occidente (dice così Carlo Belli dei nostri tramonti) e forse entrambi, ma senza confessarcelo, per pudore, avvertimmo tutti i suoni e le presenze della storia millenaria che si era accomodata a Marrese. Pure l’ombra di San Pietro? pure! Nei giorni successivi ne parlò la stampa, presentammo il tutto in un importante convegno e ci riunimmo proprio lì a commentare i famosi itinerari “turistico culturali” di Scotti – Signorile. La proprietà passò di mano in mano, poi si avviarono i restauri (voluti dal sig. G. Colonna e condotti dall’Arch. Augusto Ressa) e fu la struttura dell’Histò, nella quale riposa la serena antichissima bellezza di quel nostro monumento. Certo (me ne assumo la responsabilità) è stata la più importante scoperta storicomonumentale della storia della città! Se fosse stato ritrovato un tempio classico ancora decentemente integro ne avrebbe parlato il mondo… Oggi quell’a altopiano a nord di mar Piccolo, che (ripeto) in buona compagnia fa di quel mare “quello”, attende finalmente il Parco che merita e soprattutto (spero) il riconoscimento internazionale dei suoi segni, qui appena accennati.

Ma parleremo anche di altre tessere del… mosaico. In più di quaranta anni dalla scoperta, purtroppo pochissimi studi. Si sa, a Taranto la storia si ferma ancora quasi solo al mondo classico, e con qualche ragione. Tuttavia, e questo lo sappiamo con altrettanta certezza, noi siamo figli del “dopo”, e molto di quel “dopo” tarantino sta ancora lì, certo per miracolo… di San Pietro…

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