27 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Luglio 2021 alle 21:58:00

Agorà

É urgente aprire una stagione di assunzioni nella Sanità

foto di I Governatori De Luca ed Emiliano
I Governatori De Luca ed Emiliano

I l giudizio dell’Istituto Superiore Sanità è severo: “una situazione molto grave sull’intero territorio nazionale con criticità ormai evidenti in numerose regioni italiane”. In Campania hanno convinto i numeri e le storie che parlano di ospedali vicini al collasso. Vincenzo De Luca accusa di “sciacallaggio mediatico” l’attività avviata contro la Campania “perché c’era da colpire un uomo che parla chiaro”. Dopo 20 anni di enormi difficoltà la Puglia è fuori dal piano di rientro. La vera battaglia, ora, è riequilibrare la distribuzione del Fondo Sanitario Nazionale.

La Puglia, prima ancora che con l’emergenza delle terapie intensive, deve fare i conti con quella dei letti di medicina: le Asl sono costrette a disattivare i reparti ordinari per trasformarli in aree covid, spostando i ricoveri programmati in altri reparti o in altri ospedali. Nell’ultimo decennio tutti i governi hanno “tagliato” la spesa sanitaria, sgretolando progressivamente la più grande opera pubblica mai costruita in Italia, il nostro Servizio Sanitario Nazionale che mostra tutte le sue falle sotto la spinta del coronavirus. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, afferma che l’Italia oggi dispone di 164mila posti letto per pazienti acuti (272 ogni centomila abitanti). Dal 1980 ad oggi è scesa del 43%. Nell’ultimo decennio in particolare, c’è stata un ulteriore accelerazione di questi tagli: oltre 70.000 posti letto persi, 359 reparti ospedalieri chiusi, 46mila dipendenti sanitari in meno nel complessivo, 8mila di questi medici e 13mila infermieri. Il settore dei medici di famiglia, in dieci anni, ha subìto una riduzione del 6,8%(-3.230 in termini assoluti).

Ancora peggio è andata ai medici che operano nella guardia medica – 10,1%. Nel 2025 medici che andranno in pensione sono 52.500 contro i 35.800 che arriveranno e non saranno assolutamente in grado di coprire il fabbisogno della sanità pubblica territoriale. Sul fronte del personale ospedaliero le cose non vanno certo meglio. Il sindacato dei medici AnaaoAssomed con un recente studio ha calcolato che, degli attuali 100 mila e 500, entro il 2025, tra medici e dirigenti sanitari, andranno a casa 70 mila dipendenti. L’analisi della Corte dei Conti contenuta nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica spiega come “la concentrazione delle cure nei grandi ospedali verificatasi negli ultimi anni e il conseguente impoverimento del sistema di assistenza sul territorio, divenuto sempre meno efficace, ha lasciato la popolazione italiana senza protezioni adeguate”.

La crisi sanitaria, spiega la Corte, ha messo in luce anche, e soprattutto, i rischi insiti nel ritardo con cui ci si è mossi per rafforzare le strutture territoriali, a fronte del forte sforzo operato per il recupero di più elevati livelli di efficienza e di appropriatezza nell’utilizzo delle strutture di ricovero. La mancanza di un efficace filtro territoriale, che comporta la presa in carico dei pazienti e non solo il loro invio a istanze superiori, ha determinato e sta determinando un iperafflusso di pazienti con sintomi respiratori ai pronto soccorso ospedalieri; questo non solo per motivi soggettivi, legati al timore di finire in rianimazione, ma semplicemente perché i pazienti sanno che, nella grande maggioranza dei casi, il MMG (con alcune meritevoli eccezioni) non potrà fare nulla o quasi per loro e che forse non li visiterà nemmeno per il timore di contrarre l’infezione.

Già prima del covid l’espletamento delle cure ordinarie era in evidente sofferenza, ed ora che si stanno adibendo ad area Covid interi reparti ospedalieri che fino ad oggi erano dedicati a cure specifiche, come ad esempio le patologie oncologiche o quelle cardiovascolari, si viene a creare un ulteriore danno che va a sommarsi a quello prodotto dallo stesso Covid. Per ricostituire un Sistema Sanitario nazionale efficace e funzionale alla salute delle persone occorre prendere reale consapevolezza che polemiche e conflitti sui colori offuscano il dibattito su che cosa fare e come operare per avere un servizio sanitario migliore, più “resiliente” e più equo.

Nella “febbrile attesa” che un piano di distribuzione veloce ed efficace del binomio cura/vaccino ci faccia uscire dall’incubo, dobbiamo cominciare a pensare al dopoCovid. Michele Emiliano vorrebbe “Portare la sanità pugliese ai primi posti in Italia” e chiede che “il Sud venga maggiormente rispettato, perché il riparto del Fondo sanitario nazionale rispetto alle regioni del Mezzogiorno è inaccettabile, basato soprattutto sull’età della popolazione che è un criterio vecchio e superato”. È urgente aprire una stagione di assunzioni nella sanità, eliminando il blocco della spesa per il personale introdotto nel 2010 dal governo Berlusconi-Tremonti. Ma il governo Conte continua a dividersi sull’utilizzo del MES sanitario (Pandemic Crisis Support). Perché? Come giustamente ha osservato il professor Massimo Bordignon dell’Università Cattolica: “La Nota di Aggiornamento del DEF stima in 5,4 miliardi di euro le risorse in più stanziate dal governo nel 2020 sulla sanità per affrontare la crisi epidemica; ma in assenza di altri interventi, queste diventano solo 1,2 miliardi in più nel 2021 (rispetto agli usuali 120 miliardi di spesa). Esattamente lo stesso incremento annuale nel finanziamento riconosciuto al Ssn dai governi in periodi precedenti la pandemia”.

Le linee guida del governo sull’uso dei fondi NextGenerationEu contengono una missione dedicata alla salute, ma si tratta solo di petizioni di principio, senza contenuti concreti, che ricalcano esattamente quanto già suggerito in campo sanitario dalle “raccomandazioni” della Commissione al paese. In altre parole, non chiediamo i soldi al Mes perché non sapremmo come spenderli. La Commissione europea nella proposta del Recovery Fund ha indicato la priorità risanamento/ rilancio del Mezzogiorno fornendo le risorse per realizzarli. È una Inviate i vostri interventi alla e-mail direttore@tarantobuonasera.it opportunità che il Mezzogiorno, non può affrontare diviso. Deve battersi con grande determinazione per l’immediata ricostruzione della medicina del territorio come cuore della battaglia sanitaria in corso.

La globalizzazione del profitto deve cedere il passo a quella della sopravvivenza comunitaria sul piano sanitario, sociale, ambientale. Il mezzogiorno federato nei poteri e nelle istituzioni può e deve rappresentare il soggetto omogeneo, la massa critica, politica, economica e culturale, protagonista del suo futuro. Senza avventurarsi in una modifica costituzionale, deve impegnarsi nell’attuazione delle materie di competenza regionale, attraverso progetti che dovrebbero essere elaborati, realizzati e gestiti con il metodo federativo, cioè con un patto tra le singole regioni, nel quale ciascuna di esse mantiene la sua identità e si unisce alle altre nella definizione e nella realizzazione di questi progetti che nel mondo globalizzato è più opportuno svolgere a livello locale. I comuni, il mondo del privato sociale, il volontariato, le fondazioni di comunità, i soggetti privati, dal welfare aziendale alle strutture sanitarie e sociosanitarie, devono costruire coalizioni territoriali riconoscibili per chiedere a gran voce il riequilibrio di cui abbiamo parlato e iniziare a praticarlo in una logica place based.

Questi i problemi del nostro sistema sanitario che dobbiamo risolvere insieme, mettendo in campo impegno civile, adesione attiva, volontà e coscienze che accompagnino, con la forza di una comunità in movimento, la rinascita del Mezzogiorno e del Paese. Tantissimi osservatori nei mesi scorsi asserivano che niente sarebbe stato come prima. Non so da cosa derivasse tale certezza. Io sono convinto invece che i cambiamenti da soli non avvengono. Una spinta decisiva potrebbero darla i Governatori delle regioni meridionali. Chi sa se Michele Emiliano e Vincenzo De Luca, forti del sostegno elettorale raccolto alle recenti regionali, ci stanno pensando…

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