27 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Luglio 2021 alle 21:58:00

Agorà

La memoria del passato e la consapevolezza necessaria

foto de Il Cappellone della cattedrale San Cataldo
Il Cappellone della cattedrale San Cataldo

Don Lorenzo Milani spiegava con semplicità che se abbiamo un problema in comune e cerchiamo di uscirne da soli, si chiama “egoismo”, se cerchiamo di uscirne insieme si chiama “politica”. Ovviamente don Milani si riferiva alla Politica alta, dei cittadini attivi e degli statisti che pensano alle future generazioni, non a quelli che si nutrono di sondaggi pensando solo alle prossime elezioni. Stiamo vivendo un tempo molto buio sul piano della qualità della rappresentanza politica e contemporaneamente sempre più prendono corpo quelle minoranze creative che emergono dalla società civile che sono espressioni della Politica.

La cittadinanza attiva non si esprime solo attraverso il voto, ma si può e si deve praticare tutti i giorni, a maggior ragione in questo momento difficile della storia politica istituzionale, in cui gli “ascensori sociali”, che portano le istanze dal popolo nelle aule del Parlamento sono al minimo della credibilità e della rappresentanza. Esercitare la cittadinanza attiva è cosa più seria e impegnativa. Per essere cittadini attivi prima bisogna informarsi, formarsi, approfondire, partecipare, proporre. Attraverso internet, oggi l’informazione è accessibile, per fare formazione profonda occorre fare comunità, cioè verificare se nel proprio territorio, quartiere, palazzo, scuola ecc. è possibile realizzare quell’iniziativa su cui si sono prese informazioni.

Occorre dialogare con le istituzioni. Occorre soprattutto distinguere, riconoscere, scegliere i simboli identificativi di una Comunità. Lo si voglia o no, i luoghi da dove veniamo e siamo cresciuti ci plasmano e influiscono su di noi fino al nostro essere più profondo e contribuiscono a renderci quelli che siamo e a foggiare la nostra identità. E per appartenere ad un luogo bisogna riconoscerne “le stagioni del tempo che si unisono con quelle del nostro tempo”. Gianni Florido dalle pagine di Agorà ci ha ricordato che “Taranto è stata grande quando è stata Capitale della Magna Grecia, capitale della Marina italiana e della cantieristica militare, capitale della siderurgia nazionale”.

La sua grandezza è sempre stata legata ad una storia con caratteristiche dominanti in qualcosa di importante e storicamente ed economicamente utile. Piero Massafra ci ha abilmente descritto di quel 7 novembre 1982; quando col prof Cosimo d’Angela, guidati delle carte del Vescovo e, usando le stesse misure, giunsero a una chiesetta abbandonata inserita nella masseria Marrese. Rimasero “storditi e affascinati dall’imponente presenza di tre absidi che ovviamente “gridavano” essere quella la grande chiesa dei Santi Pietro e Andrea sul mar Piccolo: è stata la più importante scoperta storicomonumentale della storia della città! Se fosse stato ritrovato un tempio classico ancora decentemente integro ne avrebbe parlato il mondo… Oggi quell’altopiano a nord di mar Piccolo, che (ripeto) in buona compagnia fa di quel mare “quello”, attende finalmente il Parco che merita e soprattutto (spero) il riconoscimento internazionale dei suoi segni, qui appena accennati. Si sa, a Taranto la storia si ferma ancora quasi solo al mondo classico, e con qualche ragione.

Tuttavia, e questo lo sappiamo con altrettanta certezza, noi siamo figli del “dopo”, e molto di quel “dopo” tarantino sta ancora lì, certo per miracolo… di San Pietro…” Il riscatto di Taranto è il riscatto di un intero mondo di scambi, relazioni, interrelazioni e utopie che percorre un intero bacino della geopolitica. Il ruolo cardine di Taranto all’interno del territorio dell’arco Ionico, dal sistema costiero nord appulolucano al litorale e pianoro salentino, la sua collocazione baricentrica, cerniera non solo tra le realtà territoriali limitrofe ma anche tra le principali realtà mediterranee, balcaniche e medio-orientali, necessità di un cambio di passo in direzione di una svolta profonda che tutti i soggetti istituzionali e sociali sono chiamati ad esprimere attraverso tutti gli strumenti possibili.

La città è un organismo vivente che si espande in cerca di linfa vitale utile alla sopravvivenza delle comunità che vi si stabiliscono. In tal senso Taranto è un frutto del Mediterraneo che tenta di ricongiungersi alle proprie radici per rinascere e il ricongiungimento parte oggi dallo sviluppo sostenibile, dalla trasformazione urbanistica, sociale e culturale e dal rafforzamento di una nuova identità che superi la monocultura dell’acciaio. la Città Vecchia di Taranto, a partire dalla sua Cattedrale, è il mosaico spazio-temporale di epoche e progetti, composto da eredità elleniche, architetture medioevali, moli, palazzi rinascimentali, case per pescatori, borghi commerciali, chiese barocche, e aggiunte novecentesche. La Città Vecchia è quindi, come le cento città costiere del Mediterraneo, un palinsesto di opere e di architetture, “depositate dalla storia in un fazzoletto di terra”. Farinata degli Uberti, riconoscendo dalla parlata, le origini fiorentine del visitatore, si rivolge al Poeta domandandogli: “Chi fuor li maggior tui?” Dalle nostre parti capita ancora di sentirsi chiedere dalle persone che provano ad identificarti attraverso i ricordi, la conoscenza diretta di luoghi e persone: “Ma tu a ci appartiene?”.

È il bisogno di scavare nei valori e nella storia della famiglia di origine, costruita pezzo per pezzo da persone semplici. Molti rispondono con il nome o con il soprannome, che è sempre riconducibile ad un mestiere, un luogo, un difetto fisico, a volte un animale che ne ricorda le sembianze. La percezione di appartenenza ad una comunità territoriale è un dato soggettivo, un sentimento che permette all’individuo di sentirsi parte di una comunità con azioni e relazioni tra soggetti. Una identificazione con gli altri, basata sulla condivisione di interessi, bisogni, valori e storie di vita in un senso di appartenenza alla collettività, che possa permettere di sperimentare il vissuto del senso di comunitàriato sociale e culturale sul territorio. Con il mio cognome, per i più vecchi che lo conobbero, è facile ricondurmi a mio padre Loris.

Ai più giovani mi piace rispondere: io appartengo alla mia Terra! Dal grande caos storico, culturale, economico, umano e sociale emergerà un riscatto civico: la democrazia delle città a rappresentare i fondamenti essenziali di una volontà di cambiamento, di riforma, di intervento nel presente, avendo memoria del passato e consapevolezza del futuro che si vuole costruire attraverso il ruolo dell’individuo sociale ed il valore federativo nella realizzazione del processo sociale.

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