24 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Luglio 2021 alle 21:10:00

Agorà

Taranto e il suo futuro, una proposta di percorso

Una veduta aerea di Taranto
Una veduta aerea di Taranto

Siamo partiti ponendoci una domanda: Taranto è una città industriale? Agorà, questo spazio settimanale del martedì che Taranto Buonasera dedica alle riflessioni sul presente e sul futuro della città e del suo territorio, ha voluto esordire un mese e mezzo fa richiamando ad una analisi che andasse oltre slogan e luoghi comuni.

Lo abbiamo fatto partendo da dati oggettivi: i numeri del Cerved, una fotografia della condizione economico-produttiva della provincia ionica e del capoluogo. Ebbene, quei numeri offrono una visione ben diversa da quella immaginata e propalata nel corso degli anni. Quella fotografia ci dice che il tessuto economicoproduttivo di Taranto è costituito prevalentemente da microimprese. Nulla di più lontano, cioè, da una autentica e vivace realtà industriale. Sì, questa è una città che ha una robusta storia industriale ma questa è cosa ben diversa dal dire che Taranto è una città a vocazione industriale. Per oltre un secolo, dalla fine dell’Ottocento fino a metà degli anni ’90 del Novecento, l’unico vero grande imprenditore che si è affacciato su questa terra è stato lo Stato. Lo ha fatto dapprima insediando l’Arsenale militare, poi lo stabilimento siderurgico e la raffineria.

Lo ha fatto imponendo le sue esigenze di Difesa, di produzione dell’acciaio e di approvvigionamento energetico. Lo ha fatto in cambio di posti di lavoro e redditi che per lunghi anni hanno fatto schizzare in alto gli indici economici del territorio, con tassi di crescita oggi semplicemente inimmaginabili. Diciamocelo senza retorica: se Taranto è diventata una città lo deve a quegli insediamenti, che hanno indotto migliaia di famiglie provenienti da tutto il Mezzogiorno e persino dal Nord Italia a stabilirsi nel capoluogo ionico, innescando una crescita demografica esponenziale a sua volta detonatore dello sviluppo edilizio ed urbanistico della città. Certo, si è trattato di una crescita caotica, urbanisticamente scellerata, della quale ancora oggi paghiamo le conseguenze in termini di gestione del territorio e di compromissione dell’ambiente.

Si è trattato di una crescita comunque dipendente da un unico soggetto investitore: lo Stato, appunto, che ha investito su Taranto secondo il modello dei poli di sviluppo oggi ampiamente superato. Quegli ingenti investimenti statali avrebbero dovuto innescare connessioni a monte e a valle – per usare una espressione cara ad uno dei grandi economisti e sociologi dello sviluppo del Novecento come Albert Hirschman. Ma quelle connessioni, almeno a Taranto, si sono limitate a generare in larga parte – salvo rari pregevoli esempi – una platea di ditte appaltatrici. Intorno a questo sistema si è formata una borghesia parassitaria, non una borghesia produttiva e imprenditrice come invece accaduto nel Nord del Paese.

Così, una volta esauriti gli effetti di quei poderosi investimenti statali, Taranto si è ritrovata in ginocchio, priva di una capacità propria di generare sviluppo e drammaticamente impreparata a confrontarsi con grandi soggetti privati. Come dimostrano le vicissitudini vissute prima con Riva e ora con Arcelor Mittal. Senza la presenza industriale dello Stato Taranto avrebbe potuto diventare una perla turistica del Mediterraneo, come vagheggiato da certa vulgata ambientalista? Non lo sappiamo. La storia non si fa con i se e con i ma. Di certo, non risulta che prima di quegli investimenti Taranto fosse un’oasi di felicità e di benessere economico. Soltanto in seguito alla industrializzazione, come detto, Taranto ha assunto le fattezze di una città moderna, con tutte le contraddizioni del caso. Una città che, ricordiamolo, negli anni ’60 e ’70, quelli della grande espansione, è stata mirabile esempio di integrazione solidale fra genti e culture provenienti da regioni diverse del Paese.

Una città accogliente, socialmente molto lontana da quella litigiosa e slabbrata che viviamo oggi. Una città che oltretutto riaccoglieva tra le sue braccia generazioni di emigranti costretti a “fuggire” a Milano, a Torino, in Germania, in Svizzera, in Francia e nelle miniere del Belgio per cercare fortuna e che, finalmente, potevano avere lavoro e stipendio dignitoso nella propria terra natìa. Una epocale inversione di tendenza rispetto ai grandi fenomeni migratori della prima metà del secolo scorso. Sono passaggi che meriterebbero più attenzione quando con troppa superficialità si tende a liquidare il passato industriale della città come una mostruosità che ha prodotto solo sciagure. Ma questo, appunto, è il passato. Ora Taranto ha necessità di ridefinire i propri standard urbanistici, ambientali, dell’offerta sanitaria e degli orizzonti culturali. Deve ridisegnare il proprio perimetro all’interno del quale generare una capacità di sviluppo che finora non c’è stata. E può farlo ripartendo proprio da quelle risorse culturali e paesaggistiche che ha già, senza dover rincorrere brand posticci studiati a tavolino.

Pensiamo al potenziale enorme del MarTa, alle straordinarie suggestioni che offre il Mar Piccolo ora tutelato dall’istituzione del Parco regionale, al patrimonio artistico unico e pregevole, come già segnalato sulle pagine di Agorà, che potrebbe valere l’allestimento di eventi in grado di attirare una moltitudine di turisti e studiosi. Ci sono gli affreschi di De Matteis nel duomo di San Cataldo, abbiamo la fortuna di ospitare – per fare un salto in epoca contemporanea – la bistrattata fontana di Nicola Carrino (opera che meriterebbe un generoso accompagnamento divulgativo per farne comprendere meglio significato e valore), fino alla monumentale Concattedrale di Gio Ponti verso la quale solo ora si assiste a un meritorio risveglio di attenzione, grazie al suo imminente cinquantesimo compleanno. Sicuramente tutto questo non basta per risollevare le sorti di Taranto. Bisognerà innanzitutto ridefinire le sorti del siderurgico, che – piaccia o no – resta una presenza ingombrante con la quale si deve fare i conti.

Ma la ridefinizione dei contorni industriali – che dipende in larga parte da livelli ultramunicipali – va fatta mettendo da parte slogan e inganni a buon mercato. Proprio su queste pagine è stato detto con estrema chiarezza come certe formule suggestive sono di fatto impraticabili per lo stabilimento di Taranto. Per incidere con autorevolezza sulle dinamiche che si stanno sviluppando intorno a quello stabilimento occorrono grandi quantità di concretezza e capacità d’azione, finora piuttosto deficitarie. E allora, puntualmente, di fronte alla manifesta incapacità governativa di gestire una vertenza complessa che si trascina ormai da oltre otto anni, spesso trascurando anche i drammi umani che sta producendo (ne abbiamo dato testimonianza proprio su Agorà), quando si parla di rilancio dell’economia e superamento della dipendenza dalla grande fabbrica, lo sguardo viene rivolto verso il porto con i suoi immensi chilometri di banchina che però somigliano ad un motore di formula uno tenuto costantemente fermo ai box, in attesa che una bandiera a scacchi possa finalmente dargli il via per farne sprigionare tutta la sua formidabile potenza.

Si fa ancora molta fatica, infatti, a intravedere gli effetti di investimenti che pure erano stati annunciati con grande enfasi come imminenti svolte per i destini portuali e, di conseguenza, trainanti per l’intera economia territoriale. Per finire, tutt’altro che ultima per importanza, la sanità. Quella sanità di cui la pandemia ha messo a nudo tutte le sue lacune, a cominciare dall’impoverimento dei presìdi di base. Può il nuovo ospedale San Cataldo essere una risposta ai bisogni diffusi, aggravati dai guasti alla salute prodotti dall’inquinamento industriale? No, se la nuova opera si risolverà in un mero nuovo contenitore che andrà a sostituire fisicamente i vecchi ospedali. La sanità tarantina ha bisogno di servizi di qualità e di ricerca. Se il San Cataldo non sarà in grado di presentarsi come una struttura evoluta, auspicabilmente in sintonia con la sanità privata e con l’Università, rischia di produrre come unica novità solo una colata di cemento fresco sostitutivo delle decrepite mura del Santissima Annunziata.

In questo caso confermerebbe il timore di essere soltanto un insidioso insediamento per allargare ulteriormente i confini della città, a dispetto dei proclami sul contenimento dell’uso di suolo che da almeno vent’anni ci sentiamo propinare dalle amministrazioni che si susseguono alla guida della città. Ecco, Agorà vuole continuare ad essere lo spazio delle riflessioni. Partendo dalla definizione del presente per contribuire, in termini di idee e analisi, a costruire il futuro di questa città che da troppi anni ha persino smarrito il suo appeal di capoluogo per la sua provincia. Compito di un giornale è anche questo.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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