24 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Luglio 2021 alle 21:10:00

Agorà

Per un riequilibrio della cultura storica a Taranto

foto di Piazza Castello prima... delle colonne
Piazza Castello prima... delle colonne

Nella sua lodevole apprezzata informazione sulla Taranto del recente passato, un po’ sparita e un po’ in odore di scomparsa, Angelo Mariano su Fb propone un confronto iconografico tra la Piazza Castello con la Chiesa della Trinità ancora in vita e quella odierna con tanto di Colonne “inzzippate” al posto della chiesetta, prive della avvolgente carezza dei secoli. Ma che ci azzecca? Vediamo. Nei giorni passati, sia in alcuni interessanti interventi (su questo foglio) dell’architetto Ressa sull’ignorata architettura contemporanea cittadina, sia nella virale discussione-presentazione del Marta che si fa ultramoderno a “distanza” e “in presenza”, con molte firme di peso diversamente specifico, si è invocata la speranza dell’ampliamento della coscienza storica di una città, come Taranto, che storia e secoli “storici” ne ha da offrire.

Ma la storia di Taranto (dico io) è come fagocitata dalla onnipresenza dell’“invisibile” Taras, ricca di pochissime pietre e di parole ma non proprio traboccanti. Il dopo Taras non ha mai avuto autorità, al punto clamoroso che si giunse addirittura a demolire, insieme alle cappelle, il campanile della cattedrale, invece di incollarlo pezzo a pezzo con il… dna cittadino. Ma quale città dell’uomo avrebbe sopportato una tale barbarie e continuerebbe a sopportarla? quel campanile andrebbe ricostruito! E quale città politica minimamente “informata” avrebbe autorizzato l’erezione del terribile palazzo che costeggia la chiesa medievale del ss. Crocifisso, fino ad occultarne il campanile medievale che, ignorato, dolente, assediato tra palazzacci, sbircia con pietà i suoi concittadini? Già in questo giornale abbiamo proposto la vicenda di San Pietro sul Mar Piccolo (una riscoperta da sballo) rimasta lì come appendice di un albergo (per fortuna). Monumentissimo poco studiato, poco raggiunto e poco tutto.

Tale mancanza di consapevolezza dei valori post-classici ha originato a mio avviso interventi dolorosi come quello, appunto, della demolizione della Trinità per mettere a nudo (nel senso letterale) due colonne che avrebbero “parlato” molto di più lì dove i secoli e la storia di Taranto le avevano volute proteggere, divenute pietosamente fondamenta di quella chiesa. Ma Taras imponeva che fossero denudate… e anche a lungo… abbandonate finché la società civile di allora, nelle persone di Carlo Petrone di Giuseppe Albenzio e ancora del… sottoscritto volle salvarle con un gesto di sana provocazione. Ci incatenammo ai due fusti e partirono… le denunce?, no, i restauri. Taranto si sa parte come Taras, e lì si spegne, si spegne la continuità della sensibilità storica che non sa quasi nulla del poi, del come, e dei cocci della Taranto successiva, e di tante normali, ma anche prestigiose, presenze. Poi, dopo il salto del vertiginoso buco nero postclassico, la storia si riaffaccia e ritorna con il dopo Unità, la ricerca riprende timida e forse anche speriamo la documentazione. E auspichiamo non ci si fermi al “copia e incolla”.

Quel vuoto dovuto all’ignoranza secolare della panplebe tarantina che pochi illuminati antenati nel corso dei secoli postclassici tentarono di colmare va riempito, se davvero volessimo fare di Taranto una città culturalmente attrezzata e non solo spettatrice di storie altrui,. Dispiace che l’Università sia stata evirata dei “beni culturali”: forse un insegnamento prestigioso di “Storia e civiltà di Taranto dalle origini all’Unità” avrebbe potuto produrre ricerca, lavori di tesi, pubblicazioni, convegni, esplorazioni sulle fonti, studi di architettura storia dell’arte, urbanistica e società. La città di cui si parla, badate bene, fino all’Unità e dal VI sec. d.C. per 2300 anni è situata tutta sull’isola, ridotta per secoli a grande assente, priva di adeguate orme della sua storia più prossima, storia di fatto ancora giacente negli archivi e nelle biblioteche di mezza Europa. Una città “vecchia” ridotta a “non valore” dove quasi tutto è stato alterato, ignorato, spesso abbattuto, vilipeso e sfiancato. Ecco perché il passato prossimo suggerì ai “padri classicisti” di definirla “vecchia” e non Antica.

Per Taranto la storia magno greca è storia di una grandezza che emoziona per il suo tramandato prestigio, ma ormai poco visibile o solo fruibile in alcuni frammenti di quella antica forza, che poi come ogni documento dell’antichità precristiana non parla al cuore, solo alla mente e agli occhi. Tutto il post-Taras è in città vecchia e un po’ nel borgo, cui ogni tanto rifanno il belletto, ma non svela se non a pochi ricercatori i suoi trascorsi, che non sono ancora anima del popolo e suo prestigio culturale. Il caso della Santissima Trinità abbattuta è un esempio clamoroso dell ‘arroganza’ esercitata dell’invisibile Taranto magnogreca sulla visibile frequentata Taranto post classica, medievale e moderna. Segno anche di un evidente complesso di inferiorità della cultura cittadina che continua a ritenere i millenni “cristiani” senza blasone. Blasone esistente e mai seriamente e continuamente ricercato o studiato come le cose ancor minime del passato antico. Cosa avrebbe detto il “mondo” se avessimo abbattuto le due colonne per mettere in luce una antica chiesetta, distrutto un manufatto classico per mettere in maggior luce un monumento successivo? Abbiamo sperato che quella facoltà “culturale” non sparisse nella nostra università e che si continuasse l’opera di colmamento di un vuoto oggi insopportabile, opera iniziata dalla generazione di tecnici-politici-studiosi che operò a partire dagli anni ’70 e che è doveroso ricordare.: Nico Indellicati assessore al risanamento cittàvecchia, con Cannnata che volle l’Ufficio Risanamento Città vecchia, corredato di consulenze storiche ed archivistiche, dall’opera di studiosi DA TARAS AI GIORNI NOSTRI come Cosimo D’Angela, Vittorio Farella e persino del sottoscritto. In quella “officina” che fu l’Ufficio, frequentato da storici, geometri e architetti operarono con particolare smalto e diversamente F. Blandino, Mario Carobbi, Pasquale Ordine.

Si raccoglievano testi e tesi e, prima che tutto si svilisse in… partitismo, fu realizzata la PRIMA mostra storica su un manufatto non classico della nostra storia cittadina: “Un’insula nell’Isola-S. Andrea degli Armeni“, ancora viva nel metodo e nella coscienza culturale di molti. Fu un esperimento indicativo di come e quanto si potrebbe fare. Credo che se non si vuole davvero far credere che qui, dopo Taras, la storia sia caduta in minorità per riapparire solo nelle cartoline del Borgo e nel copia e incola del già detto, forse il governo cittadino dovrebbe fornirsi seriamente di strumenti di ricerca e di esperti per cominciare a fare emergere per l’utile di tutti il passato di cui si è detto. Allora che fare? per uscir di fumo, certo sarebbe di grande utilità e prestigio un ufficio, un assessorato per la ricerca e la conoscenza della storia di Taranto, tutta. Ora finalmente sta per nascere, per opera e piacere di tanti studiosi tarantini, il MUDIT destinato ad ospitare e dimostrare la vicenda umana e culturale di tanti uomini grandi e meno grandi che hanno dissodato, arato e seminato nei secoli la sensibilità storica e culturale cittadina. Lì potrebbe avere sede l’Assessorato, o come volete chiamarlo, di cui si diceva. Vogliamo essere ottimisti.

 

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