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La storia, l’ultimo portatore di serenate nei vicoli della Città Vecchia

Taranto vecchia, in quegli anni ormai lontani in cui i vicoli straripavano di vita. A sera tarda un duo di suonatori di piazza sotto una finestrella per portare la serenata, di solito a base di motivi immortali della tradizione partenopea. Alle prime note si spalancano le persiane ma non esce la bella giovincella ambita dall’innamorato ma un burbero genitore che immediatamente rovescia un secchio d’acqua sul capo dei malcapitati.

Questo, per far comprendere che la profferta amorosa è alquanto sgradita. E ciò può starci, ma che colpa hanno gli strumenti, danneggiati dal.. nubifragio? Meno male che c’è don Ciccio, “l’uomo d’onore” che tiene a bada il territorio, cui rivolgere le dovute lamentele. E così l’indomani l’autore della secchiata, mentre passeggia su via Duomo, viene seccamente redarguito circa l’inutilità di quel gesto e informato della necessità di far fronte alle spese del guaio da lui combinato. I modi ben risoluti dell’uomo, di cui tutti hanno timore, ottengono l’effetto sperato e poco dopo ai due suonatori viene corrisposto il dovuto. Così raccontava Antonio Lupo, uno di quei suonatori, scomparso recentemente all’età di 82 anni: “La serenata a quei tempi in Città vecchia era il modo usuale per dichiarare il proprio amore.

Se i familiari accettavano la proposta di fidanzamento, i musicisti e il pretendente alla mano della ragazza venivamo subitoinvitati a casa per un una fetta di dolce fatto a casa e un sorso di buon rosolio, oltre a un modesto compenso, che veniva corrisposto anche in caso di esito negativo”. Con un gruppo musicale più folto, l’uomo veniva chiamato a rallegrare anche i matrimoni, come quello della figlia del citato “boss”, che si sposò alla Croce, festeggiando in un allora, noto ristorante vicino alla stazione. Antonio Lupo traeva il suo sostentamento dal lavoro di barbiere, iniziato da ragazzino come aiutante nella bottega di “meste Peppo”, al pendio San Domenico, mettendosi poi in proprio al Borgo, nei locali in via Regina Elena e poi in via Duca degli Abruzzi.

Successivamente egli fu chiamato a esercitare il medesimo lavoro al Cral Arsenale, in fondo a via Di Palma. I più anziani ricordano ancora l’uso, ben annodati al collo dell’avventore, di teli con variopinti motivi floreali, simili a copriletti: una novità, rispetto a quelli candidi in uso in tutte le altre barberie. Dati i numerosi ingaggi per le feste nuziali nel salone del medesimo Dopolavoro, Antonio mise su un complesso musicale denominato “I Melodi”. Con lui alla batteria, c’erano Angelo Caso alla fisarmonica, Michele Ricciardi e Ninuccio Inserra alla chitarra, Marino Giungato al violino; altri musicisti via via si alternavano nella formazione, come, ad esempio Orazio De Cuia al sax. Facendosi talvolta sostituire alla batteria dal figlio Tino, Antonio si dilettava a cantare e lui stesso compose dei brani in napoletano, destreggiandosi con il pentagramma grazie al prezioso supporto dell’amico Saverio Nasole, fondatore e maestro del gruppo folcloristico “Armonie dei due mari”.

Negli anni Sessanta e Settanta la presenza de “I Melodi” fu molto richiesta anche nei locali di Taranto e provincia, grazie a un repertorio molto ampio e ben eseguito, oltre che per la simpatia del leader. Poi, con il decesso di alcuni componenti, Antonio sciolse il complesso. La batteria, acquistata da Marangi e costata due milioni e mezzo di vecchie lire, opportunamente smontata, fu posta a giacere nel ripostiglio, dove ogni tanto egli andava a rimirarsela e, accarezzandola, fischiettava vecchi motivi, con i quali tante feste venivano rese indimenticabili.

 

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