Le maldicenze possono configurare il reato di diffamazione e violazione della privacy

Chi eccede nel “chiacchierare” offendendo l’onore e il decoro di altri rischia una denuncia per diffamazione e può incorrere nell’obbligo di risarcimento dei danni per violazione della privacy. La velocità di diffusione di ciò che banalmente siamo abituati a chiamare “pettegolezzo” è direttamente proporzionale all’ampiezza dell’impatto, spesso negativo, che esso produce nella sfera intima del “bersaglio”, il che ha fatto sorgere l’interrogativo circa la sua eventuale rilevanza sul piano legale. Preliminarmente, l’interrogativo che ci si pone concerne la possibilità che la divulgazione di una “confidenza d’impatto negativo” ricevuta da terzi e, quindi, la violazione della segretezza della medesima, possa avere delle conseguenze sotto il profilo penale.

A grandi linee, spesso ci si domanda se una maldicenza, divulgata all’insaputa del diretto interessato, integri il reato di diffamazione ai sensi dell’art 595 del codice penale. Secondo la più risalente giurisprudenza il semplice “desiderio di riservatezza” di una persona non costituisce di per sé un interesse tutelato, sicché, se non ci si preoccupa a priori di mantenere il segreto su un tema di rilevanza personale confidandosi con altri, poi non è possibile pretendere che su quelle informazioni sia mantenuta la segretezza. La Suprema Corte, nel sancire il principio di cui innanzi, faceva qui riferimento al solo caso in cui la notizia diffusa fosse “innocua”, che non fosse in grado, cioè, di cagionare una lesione all’onore o alla reputazione di altri. Se la notizia, vera o falsa che sia, non lede in alcun modo la sfera della dignità personale altrui, allora la sua diffusione non costituisce reato e non è possibile azionare meccanismi di tutela per denunciarne l’autore. In altre parole, il nostro ordinamento non ritiene penalmente perseguibile la divulgazione di informazioni relative ad altri quando queste, ancorché false, non presentino contenuti offensivi o denigratori.

Viceversa, quando la notizia diffusa, sia pur essa vera sia in qualche modo lesiva offensiva dell’onore e della reputazione altrui, è tutto un altro discorso: in simili situazioni l’autore del “pettegolezzo malevolo” è passibile di denuncia per diffamazione e potrebbe essere chiamato a risarcire i danni arrecati alla persona offesa. Ai sensi del medesimo articolo, affinché il reato di diffamazione sia procedibile a querela di parte (aprendo alla possibilità di un’eventuale richiesta per risarcimento dei danni in sede civile), occorre che la notizia diffamante sia stata comunicata ad almeno due persone, anche in momenti diversi. Ricorrendo i presupposti indicati dal legislatore, la parte lesa può reagire mediante denuncia querela. La denuncia deve essere effettuata entro e non oltre i 3 mesi dalla conoscenza delle dichiarazioni diffamatorie. Le cosiddette maldicenze hanno rilevanza non solo in ambito penale (quando, come si è visto, si traducono in un reato di diffamazione) ma anche in sede civile, dal momento che la vittima di diffamazione può agire giudizialmente per ottenere il risarcimento dei danni contestati. Qualora, poi, le informazioni divulgate senza il consenso altrui fossero in tutto, o in parte, ricoperte dal diritto alla riservatezza, si ricadrebbe nella ulteriore ipotesi di violazione della privacy. Tra i dati personali, quelli più a rischio di diffusione impropria sono soprattutto i dati sensibili, ossia quelle informazioni che rivelano le origini etniche di un individuo, oppure quelle inerenti le sue condizioni di salute, le opinioni politiche, le convinzioni religiose e filosofiche, l’appartenenza sindacale, gli orientamenti sessuali ed i dati genetici o biometrici intesi ad identificare in modo univoco una persona fisica.

Sul punto della responsabilità civile per violazione della privacy dovuta a divulgazioni diffamanti, è intervenuta anche la Sentenza n. 44940 del 2011. Con tale decisione la Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di uomo, cliente di una banca, che aveva diffuso la notizia diffamante circa una presunta relazione clandestina di una dipendente con un collega sposato. Il diffamatore, invaghito dell’impiegata, aveva preventivamente ingaggiato un investigatore per raccogliere informazioni sulla vita privata della stessa e quindi, mosso da sentimenti di rancore, ha poi deciso di divulgare quanto appurato proprio al fine di arrecare nocumento ai due amanti. La diffusione di tali informazioni ha comportato un danno alla reputazione della vittima in quanto le maldicenze circolanti, per quanto contenessero la constatazione di un fatto vero, hanno comunque generato nei confronti della donna una riprovazione da parte dell’ambiente lavorativo, esponendola a giudizi morali e critiche mortificanti. Innanzitutto, la Suprema Corte, ha confermato le pronunce di condanna dei giudici di merito stabilendo che la condotta dell’imputato integrasse pienamente gli estremi di un reato di diffamazione ai sensi del 595 c.p.; ma vi è di più: la Cassazione ha rilevato altresì una violazione sotto il profilo della tutela della privacy avendo l’imputato raccolto illegittimamente dei dati sensibili altrui.

Avv. Mimmo Lardiello

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