La pandemia non ferma la scienza

Anche il 2021 non è stato un anno facile a causa della pandemia da COVID 19, sebbene i vaccini, realizzati in tempi record, ne abbiano arrestato, almeno in alcuni paesi, l’avanzata. Ma non sono stati attivi solo gli scienziati che operano nel campo della ricerca medica, anche gli altri ricercatori non si sono fermati e, si sa, non si finisce mai di… scoprire.

Infatti, nonostante i viaggi internazionali siano stati in gran parte vietati anche lo scorso anno, sono state scoperte ben 552 specie nuove per la scienza tra estinte e viventi, tra cui alcuni dei più piccoli invertebrati che nuotano negli oceani e feroci predatori che infestavano la terra milioni di anni fa. Le nuove specie includono anche quattordici coleotteri, dodici lumache di mare, nove formiche, sette pesci, sei scorpioni, cinque stelle marine, cinque piante da fiore, quattro squali, tre ragni, un muschio, due cavallucci marini e, persino, una nuova specie di ominide, l’Homo bodoensis, scoperta da un’équipe di scienziati dell’Università di Winnipeg (in Canada), il quale ha caratteristiche a metà strada tra quelle di H. erectus e H. sapiens (in particolare, una capacità cranica intermedia tra i due e uno spiccato prognatismo facciale, cioè prominenza verso l’innanzi della parte facciale). Noi ci soffermeremo sulle specie marine. “Cylix tupareomanaia” è il nome di una nuova specie di cavalluccio marino pigmeo identificato dagli scienziati dell’Auckland Museum, in Nuova Zelanda, e dell’Australian Museum. Oltre che dalle sue piccole dimensioni, circa 3 cm di lunghezza, la nuova specie è caratterizzata dalla cresta che ha sulla testa; Cylix, infatti, deriva dalle parole greca e latina che significano coppa o calice e si riferisce alla corona a forma di coppa presente sulla sommità della testa.

“Tupareomanaia” in lingua maori vuol dire “ghirlanda del cavalluccio marino” poiché Manaia è il termine maori con cui viene chiamato il cavalluccio marino. Questa nuova specie vive in un habitat composto da alghe coralline, briozoi, spugne, coralli solitari e alghe su scogliere rocciose alla profondità di 12-20 metri. Uno degli autori della scoperta, Graham A. Short, ha fatto notare che il suo rinvenimento nelle acque costiere poco profonde dell’Isola del Nord, a poche ore dalla città metropolitana di Auckland, mette in evidenza quanto poco si sappia ancora della biodiversità dei pesci della famiglia “signatidi”, meglio conosciuti come cavallucci marini e pesci ago, in Nuova Zelanda. Non sarebbe quindi sorprendente trovare ulteriori specie non descritte. “Uokeaster ahi”, invece, è una stella marina dal colore arancione brillante. Il suo nome deriva da “Uoke”, divinità mitologica marina che, secondo la leggenda, sommerse parte dell’isola di Pasqua, e “ahi” che nella lingua degli abitanti dell’isola vuol dire “fuoco”. “Aster” significa stella. A scoprirla è stato Cristopher Mah, ricercatore specializzato in zoologia degli invertebrati. Il 2021 è stato un anno particolarmente felice per Mah e la sua équipe che da gennaio ha individuato cinque stelle marine, 3 nell’isola di Pasqua e 2 nella Nuova Caledonia. Anche cinque nuove specie di “lumache di mare” fanno parte delle new entries della zoologia marina. Di queste, solo “Limacia inesae” è presente in Mediterraneo.

È molto piccola, lunga fino a 12 mm, e molto graziosa. Infatti, presenta sul dorso una fila centrale di tubercoli gialli o arancioni, e numerose appendici laterali degli stessi colori. È stata scoperta lungo le coste spagnole dell’Atlantico, nei pressi di Cadice, ed è presente dalle Azzorre al Mar Mediterraneo, nello Stretto di Gibilterra, Catalogna, Francia, Italia (Mar Adriatico) e Turchia. Con il termine di “lumache di mare” ci si riferisce a molluschi che da adulti non hanno conchiglia; pertanto, il loro corpo è morbido e carnoso e sono generalmente caratterizzati da colori vivaci e da numerose appendici. Anche cinque nuove specie di granchi sono state scoperte l’anno scorso: un individuo fossile e quattro specie africane di acqua dolce, di cui due, in verità, sono state riscoperte. Vediamo di cosa si tratta. Prima di tutto va detto che i granchi sono diffusi più o meno in tutto il mondo, sia in ambienti acquatici (di acqua dolce e salata) sia sulla terraferma. La loro storia evolutiva, almeno per quanto se ne sa finora, comincia circa 200 milioni di anni fa, nel Giurassico e subisce un’accelerazione 100 milioni di anni dopo, nel Cretaceo, quando il gruppo esce dal mare e comincia a colonizzare le terre emerse. Ricordiamo che il Triassico, il Giurassico e il Cretaceo rientrano nell’Era Mesozoica o Mesozoico, che va da 245 a 65 milioni di anni fa; negli ultimi due periodi la Terra era popolata dai dinosauri.

Il granchio fossile “Cretapsara athanata”, ritrovato in un frammento di ambra nel Myanmar e ora custodito nel Longyin Amber Museum nella provincia dello Yunnan, in Cina, è lungo 5 mm ed è il più antico granchio dall’aspetto moderno rinvenuto, detto moderno perché superficialmente somigliante ad alcuni granchi costieri trovati oggi, a differenza della maggior parte dei granchi del Cretaceo che sembravano molto diversi dai granchi moderni.

E’ il granchio fossile più completo mai scoperto; pertanto, rappresenta un importante ritrovamento poiché il suo corpo è interamente preservato e, quindi, si è potuto studiarlo nel dettaglio grazie a una TAC. Il suo ritrovamento nell’ambra, una resina fossile, dimostra che durante il Cretaceo alcuni granchi hanno abbandonato il mare per colonizzare la terraferma; tuttavia, il fatto che l’animale mostri segni di branchie ma non ancora di tessuto polmonare indica che non si era ancora adattato del tutto alla vita fuori dall’acqua e aveva bisogno ogni tanto di rientrarvi per respirare. A questo punto è lecito chiedersi: se era ancora legato all’acqua per vivere, come ha fatto a conservarsi nell’ambra, che è la resina degli alberi solidificata? Secondo gli autori dello studio (Javier Luque, Museo di Zoologia Comparata, Massachusetts USA, e collaboratori), l’animale era, come capita anche ad alcuni granchi contemporanei, uno scalatore, che viveva in piccoli stagni circondati da alberi, sui quali saliva di tanto in tan to prima di ritornare in acqua, probabilmente in un ambiente salmastro o di acqua dolce vicino alla costa o a un estuario. Durante uno di questi spostamenti, l’animale è rimasto intrappolato nella resina e si è conservato intatto per 100 milioni di anni: da qui deriva quindi il suo nome specifico, “athanata”, che deriva dal greco “athanatos”, e vuol dire “immortale”. Il suo nome completo significa “Immortale spirito del Cretaceo delle nubi e delle acque” e si rifà alla mitologia locale.

Una curiosità: l’ambra con il fossile è stata rinvenuta nel 2015 e poi è stata messa in vendita come articolo di gioielleria in un mercato di Tengchong, in Cina! Ma torniamo ai granchi viventi. Nell’ambito della campagna sponsorizzata dall’Organizzazione per la Conservazione Re:wild’s, per ventitrè giorni, Pierre A. Mvogo Ndongo, un ricercatore dell’Università di Douala nel Cameroon, con i suoi collaboratori ha ispezionato le foreste interne della Sierra Leone (Africa occidentale), alla ricerca del “granchio della Sierra Leone”, specie terrestre caratterizzata dalle chele color porpora, che non era più stata ritrovata dal 1955 e che rientra nella lista delle 25 “specie perdute” più ricercate del paese. Con l’aiuto della gente del luogo, ne ha rinvenuto sei individui. Ma è stato ancora più fortunato, poiché ha ritrovato anche il “granchio di Afzelius” (Afrithelphusa afzelii), che non veniva più censito da ben 225 anni, cioè dal 1796! I ricercatori ne hanno contati molti individui a dimostrazione dell’esistenza di una popolazione in buona salute. Si tratta di granchi terrestri che vivono permanentemente lontani dall’acqua. Ma non finisce qui! La determinazione del gruppo di ricerca è stata ricompensata dal rinvenimento di altre due specie, queste ultime nuove per la scienza. Anno fortunato per il dottor Mvogo Ndongo, a dispetto della pandemia! E chiudiamo con una notizia pubblicata pochi giorni fa. Nell’ambito della spedizione interdisciplinare COSMUS, guidata da Autun Purser dell’istituto tedesco “Alfred Wegener” ed effettuata da febbraio ad aprile 2021 nel Mare di Weddell in Antartide, è stata scoperta per caso una numerosissima popolazione riproduttiva di pesci che occupa il fondo per circa 240 chilometri quadrati.

E’ stato stimato che nell’area siano presenti circa 60 milioni di nidi di cannictidi o “pesci ghiaccio”, appartenenti alla specie Neopagetopsis ionah, in grado di vivere alle temperature molto rigide delle acque marine dell’Antartide. Le osservazioni, condotte tramite una telecamera sottomarina, hanno mostrato che ogni nido, contenente circa 1700 uova, è presidiato da un individuo. I “pesci ghiaccio”, già noti alla scienza ma mai rinvenuti tanto numerosi come in questa zona, garantiscono un’importante fonte di cibo per le foche, che popolano parte del continente. Senza di essi potrebbero esserci serie conseguenze non solo per le foche ma anche per altri animali antartici. Pertanto, è stata proposta l’istituzione di un’area marina protetta nell’ambito della Convenzione sulla Protezione delle Risorse Marine Viventi dell’Antartide (Convention on the Conservation of Antarctic Marine Living Resources (CCAMLR).

Ester Cecere
Primo ricetarore Cnr Istituto Talassografico Taranto

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