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“Nostrum” ancora per quanto?

Temperature superficiali delle acque in Mediterraneo

Il prossimo 8 luglio si celebra la Giornata Mondiale del Mar Mediterraneo. Esso ha una superficie di 2,5 milioni di km2 delimitata da 46.000 km di coste. Infatti, il suo nome significa “mare in mezzo alle terre” e ancora oggi esso rappresenta la fonte di risorse più importante per i paesi che vi si affacciano. Gli antichi Romani lo chiamavano Mare Nostrum, cioè “il nostro mare”, a sottolineare l’estensione delle loro conquiste.

Ma per quanto tempo ancora esso sarà “nostrum”? Il Mediterraneo a Ovest comunica con l’Oceano Atlantico attraverso lo stretto di Gibilterra. L’ingresso di acque atlantiche è di fondamentale importanza per il bacino che, data la sua limitata profondità, presenta un bilancio idrico negativo. Infatti, l’eccesso di evaporazione non viene compensato dalle precipitazioni e dagli apporti dei bacini idrografici; pertanto, le acque atlantiche compensano l’evaporazione, a causa della quale il bacino si prosciugherebbe del tutto nell’arco di circa 2000 anni. Per l’eccessiva evaporazione, la salinità del Mediterraneo è maggiore rispetto a quella dell’oceano: 38-39‰ contro il 37‰ dell’Atlantico. Essendo la profondità dello stretto di Gibilterra esigua rispetto a quella dell’oceano antistante, le acque oceaniche che riescono a entrare nel Mediterraneo sono soltanto quelle superficiali e calde, mentre quelle profonde e fredde non riescono a superare il gradino costituito dal fondo dello stretto e, quindi, non entrano nel bacino. Questo comporta una sorta di stratificazione delle acque, con acque calde e meno dense superficiali e acque fredde e più dense a maggiori profondità.

È anche grazie a questo complesso sistema di correnti “stratificate” che il Mediterraneo è un mare relativamente caldo tutto l’anno, con temperature minime raramente inferiori a 13°C anche in inverno. A Est il Mar Mediterraneo è collegato al Mar Rosso tramite il Canale di Suez, artificiale, realizzato per permettere il trasporto su acqua dall’Europa all’Asia senza circumnavigare l’Africa. Alla fine della sua costruzione il canale misurava 164 km di lunghezza, 8 m di profondità, 53 m di larghezza e consentiva il transito di navi con pescaggio massimo di 6,7 m. Nel 2010 sono iniziati i lavori di ampliamento e, dalla fine del 2015, il canale misura 193,30 km di lunghezza, 24 m di profondità e una larghezza che varia tra 205 e 225 metri e consente il transito di navi con pescaggio di 20,12 m. E’ evidente, quindi, che il Mediterraneo è un bacino quasi chiuso, relativamente poco esteso e poco profondo.

Tuttavia, le sue acque, pur rappresentando soltanto lo 0,32% del volume totale di tutti i mari del pianeta, ospitano il 7,5% di tutte le specie marine animali e il 18% di quelle vegetali finora conosciute, delle quali il 28% sono endemiche, ossia vivono esclusivamente nel nostro Mediterraneo. Per questo esso è considerato uno dei “biodiversity hotspots” del mondo, cioè una delle regioni con il maggior numero di specie viventi in tutto il pianeta, con una ricchezza di specie per area circa 10 volte superiore alla media mondiale. Ma quali sono le criticità del “mare nostrum”? Quelle di tutti gli oceani ma amplificate dalle sue caratteristiche geografiche. Esaminiamole brevemente.

Aumento della temperatura
Secondo i dati forniti dal Copernicus Marine Service relativi alle recenti osservazioni satellitari della temperatura superficiale del mare, frutto di una ricerca del Centro Euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), il Mediterraneo è bollente poiché le temperature hanno superato una soglia estrema per più di cinque giorni consecutivi. I due anticicloni hanno spinto aria bollente dall’Africa subtropicale fino al mar Mediterraneo, così le acque hanno iniziato a surriscaldarsi. Tale anomalo riscaldamento mette a rischio l’ecosistema marino e le attività legate al mare, come la pesca e l’acquacoltura (sopravvivenza degli stock ittici e delle specie allevate). In particolare, relativamente alle acque territoriali italiane, l’ondata di calore sta interessando lo Ionio, in particolare il Golfo di Taranto, il Mar Ligure e secondo gli esperti continuerà a diffondersi al mar Adriatico. Per il Golfo di Taranto (le rilevazioni indicano quasi 5°C in più sopra la media), la previsione realizzata per la fine di giugno indica che l’ondata di calore continuerà a intensificarsi”. E’ evidente, quindi, il rischio di perdere anche quest’anno la produzione mitilicola!

Secondo uno studio condotto dal Wwf insieme all’università britannica dell’East Anglia e all’australiana James Cook University, un aumento di 2°C della temperatura globale, il massimo consentito dall’accordo di Parigi sul clima, nel Mediterraneo metterebbe a rischio quasi il 30% delle specie analizzate. Le specie incapaci di adattarsi al cambiamento climatico migrano verso nord alla ricerca di acque meno calde, come potrebbe avvenire per l’Adriatico settentrionale, determinando così, il collasso di alcune risorse, collasso che avrebbe conseguenze a livello eco-sistemico. Altro effetto catastrofico del riscaldamento globale è l’aumento del livello del mare. Secondo le previsioni dell’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, entro la fine del secolo esso è stimato tra 0,94 e 1,035 metri. Il che significa che entro il 2100 in Italia più di 5.600 Km2 di zone costiere, di cui oltre 385 chilometri di spiagge, rischiano di essere sommersi.

Overfishing ovvero sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche
Mette seriamente a rischio la biodiversità del Mediterraneo. A causa del costante aumento della domanda, secondo la FAO, questo mare è tra i più sfruttati del mondo, con il 62% degli stock ittici ormai al collasso. Le specie più soggette al sovrasfruttamento ittico sono il nasello europeo (Merluccius merluccius) e il sugarello (Trachurus trachurus). Inoltre, ogni anno, circa 230.000 tonnellate di pesce vengono scartate perché non commerciabili (quasi il 18% del totale). Nelle reti finiscono accidentalmente anche diverse specie a rischio di estinzione come tartarughe marine, squali, razze, uccelli marini e mammiferi marini. Inoltre, nel Mediterraneo è in corso la battaglia per la pesca del tonno rosso. Il Giappone compra a peso d’oro la maggior parte delle quote pesce, e all’Italia non resta che acquistare il tonno a pinne gialle, meno pregiato, che arriva dall’Oceano Pacifico. Ogni Paese ha una quota tonno da rispettare, cioè un massimo di esemplari che possono essere pescati. Superata quella, ogni tonno in più diventa illegale; pertanto, in Mediterraneo, la pesca di frodo del tonno è un’attività molto comune e porta a un nuovo rischio di estinzione per il tonno rosso, come è accaduto a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 Ai pescatori di frodo giapponesi, negli ultimi anni si sono aggiunti quelli cinesi, che stanno svuotando il “mare nostrum” di cavallucci marini e oloturie, noti come “cetrioli di mare”. Nel prossimo articolo esamineremo le altre criticità che incombono sul nostro mare.

Ester Cecere
Primo ricercatore Cnr Taranto