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Salviamo il Mare Nostrum

Il Mediterraneo inquinato
Isola di plastica sul Tirreno

di Ester Cecere*

TARANTO –  Come abbiamo già detto nello scorso articolo, l’8 luglio si è celebrata la Giornata Mondiale del Mar Mediterraneo, per sensibilizzare sui problemi che affliggono il “mare nostrum”. 

Nello scorso articolo abbiamo parlato del riscaldamento delle acque e della pesca eccessiva. Ora ci occuperemo dell’inquinamento da plastica e delle specie aliene.

Inquinamento da plastica

I rifiuti plastici rappresentano uno dei più gravi fenomeni di inquinamento del mare. A livello mondiale si stima che, entro il 2025, negli oceani sarà presente circa una tonnellata di plastica ogni tre tonnellate di pesce. Il problema diventa ancor più preoccupante se si considera che il Mediterraneo è un bacino semichiuso con ridotti scambi d’acqua con l’Oceano Atlantico. Nel “mare nostrum” sono presenti 1,25 milioni di frammenti per chilometro quadrato, una quantità quasi quattro volte superiore a quella registrata nell’isola di plastica del Pacifico settentrionale. Secondo il WWF, in Mediterraneo finiscono ogni minuto più di 33.000 bottigliette di plastica, per un totale annuo di 570.000 tonnellate. Una cifra enorme che, entro il 2050, è destinata a quadruplicarsi, se non verranno adottati i provvedimenti necessari. Le aree maggiormente inquinate sono quelle in cui si concentra un flusso turistico consistente e si distribuiscono in maniera piuttosto omogenea in tutti i Paesi che si affacciano sul bacino. La situazione più critica, secondo l’associazione ambientalista, è stata registrata sulla costa della Cilicia, in Turchia, ma anche a ridosso di Tel-Aviv, Valencia, Barcellona, Marsiglia e, in Italia, a Venezia, sulle coste prossime al Delta del Po e tra l’isola d’Elba e la Corsica, dove è stata riscontrata una maggiore concentrazione di rifiuti plastici galleggianti e in sospensione, tra i quali anche particelle inferiori al millimetro. Questa isola di plastica si forma ciclicamente a seconda della direzione delle correnti e dura qualche settimana, o al massimo due o tre mesi, e poi si scompone prima di riformarsi nuovamente.

I macro-rifiuti in plastica provocano la morte di moltissimi animali marini, mammiferi, rettili, uccelli, per ingestione, soffocamento o perché vi restano intrappolati. Essi, sottoposti all’azione della luce solare, del vento e del moto ondoso, si dividono in frammenti sempre più piccoli, dando luogo alle microplastiche (di dimensioni comprese fra 0,003 e 5 millimetri). Dalla degradazione delle microplastiche hanno origine le nano-plastiche, di dimensioni comprese tra 1 e 100 nanometri, cioè fino a 80.000 volte più sottili di un capello. Esse entrano nella catena alimentare e con il pesce, i molluschi e i crostacei, vengono ingeriti anche da noi uomini, che siamo tra i “consumatori” finali. Le conseguenze per la salute dell’uomo sono molteplici e gravi.

Lo abbiamo già detto tante volte e i mass media lo ripetono continuamente eppure, tuttora, questo enorme problema è sottovalutato, addirittura da alcuni ignorato, e sono ancora troppe le persone che abbandonano i rifiuti nei fiumi, in mare e sulle spiagge come se l’ambiente”, sensu lato, non fosse “casa propria” come e più del loro appartamento!

Non mi stancherò mai di ripeterlo: il cambiamento di rotta che (forse) potrà salvare il Pianeta e, ovviamente, anche noi dipende da ogni nostro singolo gesto! Scaricare le responsabilità sulle istituzioni e sui governi non ci aiuterà!

Specie aliene

Si stima che ad oggi siano presenti nel Mediterraneo circa 1500 specie aliene, delle quali, secondo la scienziata israeliana Bella Galil, almeno 400, provenienti dal Mar Rosso, se ne contano lungo le coste israeliane. Inoltre, in una recente pubblicazione sulla rivista Proceedings of the Royal Society B, Paolo Albano, del Dipartimento di Paleontologia dell’Università di Vienna, e colleghi di altre istituzioni scientifiche hanno messo in evidenza che nel bacino orientale del Mediterraneo negli ultimi 30 anni si è perso quasi il 90% delle specie native di molluschi.

I primi ritrovamenti “insoliti” nel Mediterraneo risalgono agli anni cinquanta, ma con l’intensificazione delle rotte commerciali transatlantiche e delle attività di pesca commerciale, il problema si è fortemente accentuato. Causa di queste introduzioni sono lo scarico delle acque di zavorra, il “fouling” (cioè, l’insieme di organismi che si rinvengono insediati sulla chiglia delle imbarcazioni), la dispersione di residui sulle reti da pesca, le importazioni per l’acquacoltura e l’acquariofilia. Recentemente, le cause più frequenti di queste “invasioni”, sono le migrazioni spontanee attraverso gli stretti di Gibilterra e, soprattutto, attraverso il Canale di Suez. L’afflusso di specie aliene è aumentato significativamente da quando l’Egitto, nel 2015, ha ampliato il suddetto canale. 

Il cambiamento climatico e il conseguente aumento della temperatura dell’acqua nel Mediterraneo (addirittura di ben 3°C negli ultimi 40 anni nel Mediterraneo orientale), lo rendono sempre più adatto a ospitare pesci, molluschi, crostacei e alghe provenienti da ecosistemi con clima tropicale, come quello del Mar Rosso. E’ il fenomeno che va sotto il nome di “tropicalizzazione” del Mediterraneo. Allo Steinhardt Museum of Natural History dell’università di Tel Aviv evidenziano che «questa invasione biologica sta causando una drammatica ristrutturazione delle comunità biotiche, alterando le funzioni degli ecosistemi e compromettendo la disponibilità di risorse biologiche, i servizi eco-sistemici e la salute umana. Le fitte popolazioni di pesci coniglio erbivori del Mar Rosso hanno trasformato i letti di alghe native in terreni sterili con un drammatico declino della complessità dell’habitat, della biodiversità e della biomassa; gli sciami estivi di meduse dissuadono i bagnanti dall’immergersi”. Per non parlare poi delle specie velenose, tra cui il vorace pesce scorpione (Pterois volitans) e il pesce palla argenteo (Lagocephalus sceleratus).

Ma adesso chiediamoci: come riuscire a salvare il “mare nostrum”?

Già nel 1976, 16 paesi che si affacciano sul Mediterraneo firmarono la Convenzione di Barcellona, nata con l’obiettivo di proteggere il bacino dai rischi dell’inquinamento per preservarne la biodiversità. Come è evidente, i provvedimenti presi non sono stati sufficienti. Tra essi rientravano l’istituzione delle Aree Specialmente Protette di Interesse Mediterraneo (Aspim), zone marine e costiere caratterizzate da un elevato grado di biodiversità, habitat di particolare rilevanza naturalistica, con specie rare, minacciate o endemiche. Esse comprendono 32 siti, tra i quali anche l’area marina protetta internazionale del Santuario per i mammiferi marini, una zona di circa 87.500 km² a nord del Mar Tirreno che si estende dalla Provenza alla Sardegna, fino alla Toscana. Le Aspim in acque territoriali italiane sono 10: Portofino, Miramare, Plemmirio, Tavolara – Punta Coda Cavallo, Capo Caccia – Isola Piana, Punta Campanella, Porto Cesareo, Capo Carbonara, Torre Guaceto e Penisola del Sinis – Isola di Mal di Ventre. 

Un’altra iniziativa particolarmente significativa è il Progetto Medsealitter al quale hanno aderito l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), Legambiente ed altri 8 partner europei. L’obiettivo di Medsealitter era “creare una rete tra aree marine protette, organizzazioni scientifiche e organizzazioni non governative per sviluppare, testare e applicare protocolli efficaci, al fine di monitorare e gestire l’impatto dei rifiuti plastici sulla biodiversità”. Il protocollo messo a punto può essere utilizzato da diverse imbarcazioni e con l’uso di diverse tecniche, ovvero tramite monitoraggio visivo operato da un osservatore esperto o tramite la registrazione di immagini e/o video e andrà ad aggiornare le linee guida europee del monitoraggio del Marine Litter (spazzatura marina) per la Marine Strategy Framework Directive (emanata dal Parlamento Europeo e il Consiglio dell’Unione Europea nel 2008: Direttiva quadro 2008/56/CE), che si pone come obiettivo la conservazione del buono stato ambientale delle acque marine.

Lo scorso maggio è stata approvata la legge cosiddetta «SalvaMare»: “disposizioni per il recupero dei rifiuti in mare e nelle acque interne e per la promozione dell’economia circolare”, che è entrata in vigore il 25 giugno scorso. La legge si propone di contribuire al risanamento dell’ecosistema marino e alla promozione dell’economia circolare nonché alla sensibilizzazione della collettività per la diffusione di modelli comportamentali virtuosi volti alla prevenzione dell’abbandono dei rifiuti in mare, nei laghi, nei fiumi e nelle lagune e alla corretta gestione dei rifiuti medesimi. La legge disciplina anzitutto la gestione dei rifiuti pescati accidentalmente e ne autorizza il conferimento, a titolo gratuito, all’impianto portuale di raccolta. I pescatori non saranno quindi più costretti a rigettare in mare i rifiuti (prima di tale legge venivano multati se li portavano in porto!), ma potranno separarli dal pescato e creare le condizioni per avviarli al riciclo. La legge prevede anche, nelle scuole di ogni ordine e grado, la promozione di attività sull’importanza della conservazione dell’ambiente e, in particolare, del mare e delle acque interne.

*Primo ricercatore Cnr

Talassografico Taranto